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Leprous – Recensione: The Congregation

Nonostante “The Congregation” abbia avuto una lunga gestazione (si legga a tal proposito l’intervista della nostra Arianna) i Leprous tornano sul mercato in tempi ragionevolmente brevi e anzi risulta chiaro quanto il nuovo lavoro parte dove si era fermato “Coal” (la recensione) come ben dimostrato in “The Flood”.

Gli accordi stoppati di “The Price”, stranissimi e doppiati nella seconda strofa dalle tastiere proprio del leader Einar Solberg sempre istrionico anche nelle vocals (che però hanno sempre qualche limite in sede live); il batterista Baard Kolstad già rodato dall’ultimo tour, non fa rimpiangere il suo predecessore con un lavoro molto preciso e fantasioso sui tamburi (“Rewind”).

Si sente la mancanza dei passaggi inaspettati più prog di “Tall Poppy Syndrome” (la recensione) e “Bilateral” (la recensione) anche se come accaduto in occasione della fruizione dell’album prima son convinto che questi pezzi possano crescere alla distanza; davvero ottime in tal senso “Moon” e “Down”.

Certo i Leprous rimangono una band decisamente innovativa ed imprevedibile e solo il fatto di non saper mai quale sarà la loro successiva svolta stilistica li rende una vera mosca bianca nel calderone prog moderno (senza dimenticare che arrivano da trascorsi death metal).

Al di là dei gusti personali è infatti innegabile il livello di maturità che i norvegesi hanno raggiunto con “The Congregation”, un lavoro pregno di espressività, dark ma al contempo catchy, sempre melodico ma mai canonico.

Da rivalutare in sede live nel prossimo tour autunnale o in occasione di qualche festival estivo.

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