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Leprous – Recensione: Pitfalls

Nulla si può dire sull’imprevedibilità e sull’innovazione che i Leprous hanno portato avanti durante tutto l’arco della loro carriera artistica, che giunge con “Pitfalls” al settimo album da studio.

Se il precedente “Malina” era stato un vero e proprio spartiacque tra le intricate partiture progressive (a tratti extreme) metal dei primi lavori e una visione musicale più diretta e incentrata sulla forma canzone, con questo nuovo album i norvegesi si spingono ancora oltre proponendo un ibrido davvero di difficile catalogazione, ormai lontano dal metal come lo conosciamo filologicamente, ma che non perde un’oncia di fascino (nonostante l’approccio all’ascolto non sia dei più facili).

Come affermato dal leader Einar Solberg questo è il loro album più azzardato, stilisticamente parlando e non si può dargli torto anche se è già da “Coal” che questo processo era in fase di concepimento; dal punto di vista lirico invece “Pitfalls” racchiude i testi più personali di Solberg scritti come resoconto della sua battaglia contro la depressione.

I sinistri sintetizzatori del primo singolo “Below” e la sentita interpretazione del cantante/tastierista chiariscono subito lo spessore del pezzo ma la cosa vale invero per tutto l’album; l’aiuto in studio del violoncellista Raphael Weinroth-Browne (già sul palco coi Leprous nell’ultimo tour) e del violinista dei Bent Knee Chris Baum è manna per gli arrangiamenti dell’album (“At The Bottom”) che gode anche della produzione particolare di David Castillo, molto cupa e quasi opprimente.

Le chitarre di Suhrke e Ognedal, soprattutto nelle prime tracce dell’album, sono decisamente relegate in secondo piano e anche la sezione ritmica Kolstad/Børven gioca più sulle dinamiche piuttosto che sulla “spinta” (“By My Throne”). In “Alleviate”, invece, secondo singolo scelto per la linea vocale catchy e il taglio pop, Solberg arriva a toccare note altissime che non sarà facile riprodurre dal vivo.

I nuovi Leprous ci ammaliamo per le loro atmosfere soffuse ma allo stesso tempo coinvolgenti; apprezziamo altresì un pezzo come “Foreigner”, più legato al loro passato discografico per potenza e linee melodiche; in cuffia balza all’orecchio il gran lavoro di Baard Kolstad alla batteria vero e proprio propulsore della band.

Come sempre i nostri divideranno pubblico e critica ma a noi pare proprio che la parabola sia sempre ascendente e che al di là dei gusti personali ci sia estrema necessità di gruppi che fanno dell’indipendenza artistica il proprio credo.

 

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