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Last In Line – Recensione: II

Nati per portare avanti lo spirito e la pesantissima eredità di Ronnie James Dio e la sua band, i Last In Line arrivano alla seconda prova in studio con gli occhi puntati addosso dopo l’ottimo esordio e dopo che il cantante Andrew Freeman si è distinto anche nella collaborazione con Mike Slamer per l’album targato Devil’s Hand.

Nel singolo “Blackout The Sun” viene messo in chiaro che le coordinate stilistiche rimangono identiche e viene data nuovamente prova di straordinaria potenza, esattamente come ci si poteva aspettare. L’album procede nella medesima direzione, con i Last In Line che avanzano come un bulldozer, innestando robuste dosi di epicità e melodia in una proposta musicale ancorata all’hard rock classico e imperniata sulla chitarra di Vivian Campbell e sulla granitica sezione ritmica formata da Vinny Appice e Phil Soussan. “Gods And “Tyrants” aggiunge interessanti squarci di melodia, “Landslide” e “Year Of The Gun” puntano su un approccio più veloce e diretto, ma la sostanza non cambia: qui non si cerca di scrivere la storia della musica, ma di ricordare chi comanda. Il riffing di Campbell si fa sinistro e minaccioso nel numero ad effetto “Give Up The Ghost”, intrigante nell’incipit maideniano di “The Unknown”. Il senso di urgenza che permea la cavalcata di “Electrified” e la trascinante “False Flag” sono altri tasselli di un album che, pur non eccellendo sempre per vivacità ed inventiva, non lascia un attimo di respiro.

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