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Last Breed – Recensione: Devil To Pay

Ispirati in egual misura da Thin Lizzy, UFO, Riot e Saxon, i Last Breed sono una band americana formata da veterani della costa orientale ed un giovane chitarrista proveniente dai dintorni di Philadelphia. Con un album di debutto registrato tra Francia, Ungheria e Pennsylvania, la formazione composta da Robert Ballinger Jr (chitarra), Caesar “Czar” Ettore (voce), Alan D’Angelo (basso), Anthony Stahl (tastiere), London Fowler (chitarra) e Màrton Veress (batteria, in studio) propone un hard rock che certamente paga il suo debito artistico nei confronti dei nomi citati poco sopra, con un approccio “analogico” tanto ai suoni quanto al cantato che riporta, in parte, ai fasti di quei gloriosi tempi. Allo stesso tempo, però, “Devil To Pay” beneficia anche di una produzione moderna che, benchè non si possa definire sontuosa, gli regala comunque un impatto fresco e moderno. La batteria, in particolare, offre un dinamismo superiore a quello che si poteva ascoltare cinquant’anni fa, accompagnando questo rock fortemente derivativo in un contesto più attuale e contemporaneo. Al di là dell’interessante collocazione temporale, un po’ a cavallo tra vecchio e nuovo, la musica della formazione americana ha il pregio principale della piacevolezza con la quale lascia che le sue tracce scorrano, per trentasei minuti ed in rapida successione.

LAST BREED - Whiskey Train (Official Music Video)

Se anche le melodie non sono davvero nulla di speciale, la voce frequentemente raddoppiata di Caesar Ettore appare perfetta per la parte e per lo spirito incarnato dalla band, mentre le ritmiche non riservano grandi sorprese e gli assoli – dai quali onestamente mi sarei aspettato uno sforzo maggiore – impreziosiscono quel tanto al kilo ma senza cambiare realmente le carte in tavola. La facilità con la quale l’ascolto procede rimane comunque un punto a favore, soprattutto se valutata all’interno di un disco che sceglie di ispirarsi ad un rock più interessato all’idea della ricostruzione di un’atmosfera credibile che al successo commerciale. Da questo punto di vista, mancano quasi del tutto i momenti trascinanti o quelli nei quali i Last Breed sembrano voler spingere al massimo sull’acceleratore: “Devil To Pay” è piuttosto un lavoro maturo e di controllo (“Look At Me”), volutamente privo di sussulti ed ispirato ad un fluire a volte anche malinconico, con tutte le carte in regola per conquistare l’ascoltatore che si ritrovi proprio in quello specifico mood. Nella durata relativamente contenuta del disco si avverte, anche dal punto di vista del freddo minutaggio, la volontà di offrire un assaggio ma senza davvero scavare oltre la superficie di un rock confezionato con molta cura e poco coraggio. Se poi consideriamo che, pur all’interno di una scaletta abbastanza corta, troviamo anche due cover (“Hard Lovin’ Man” dei Riot e “Highway Lady” degli UFO, nessuna delle due purtroppo degna di nota), il fatto che i Last Breed non abbiano ancora l’autorevolezza per sostenere l’intera composizione di un album sulle proprie spalle diventa particolarmente evidente, una circostanza che non si può non tenere in considerazione nel momento in cui si valuta questo prodotto nella sua interezza.

Il limite maggiore di “Devil To Pay” sta nel fatto che tutta la sua personalità si esaurisce nella commistione tra classic & new, un artificio retorico che esaurisce ben presto il suo carattere di novità e, in tutta onestà, non appare sufficiente per salvare dall’oblio alcune delle tracce più generiche (come la balladForever Home”) e ben poco ispirate dal punto di vista dei testi (“Wastin’ My Time”). Se quindi escludiamo questo primo punto di interesse, il resto non dice molto sulle idee e le intenzioni del gruppo americano, limitato da un’immagine ed uno stile nei quali è praticamente impossibile cogliere segni rilevanti, personali e distintivi. Il loro è un rock seduto ed inoffensivo che con la sua linearità può accompagnare degnamente quando si è indaffarati a fare qualcos’altro, un po’ come avveniva col lavoro dei Lost Circus, ma che difficilmente possiede quel potere magnetico in grado di catalizzare completamente l’attenzione dell’ascoltatore. La presenza di alcune tracce come la blueseggiante “The Crazed & Obscene” e l’energica “Whiskey Train” lascia comunque intuire che i Last Breed sono capaci (anche) di altro e, nonostante un debutto che difficilmente lascerà il segno, vale forse la pena concedere loro una seconda possibilità per capire davvero di che materia è fatta questa ultima razza.

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