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Trails Of Sorrow – Recensione: Languish In Oblivion

“Languish In Oblivion” è l’opera prima dei romani Trails Of Sorrow, un promettente two-piece dedito a una commistione tra i suoni dilatati e lacrimevoli del funeral doom metal all’eleganza del gothic, carattere discontinuo nell’ascolto ma che si affaccia periodicamente tra i solchi del disco. La band mostra già dei tratti personali, da vedersi in brani dalle vesti spoglie, ossia semplici nelle esecuzioni e mai appesantiti da troppi orpelli, unite a un gusto notevole per la struttura dei pezzi, che si esterna attraverso canzoni sognanti, capaci di fare immediata presa sul versante emozionale. Volendo trovare però alcune continuità, potremmo citare i padri britannici del gothic/doom (con i My Dying Bride sopra agli altri) e riferimenti alla lezione impartita dai Celtic Frost di “Into The Pandemonium”, di cui “Languish In Oblivion” percorre gli elementi più melodici e meditativi. Inoltre, non è un caso che la tonalità pulita della voce di Dying Poet (cantante e autore dei testi) ricordi vistosamente il tono più dimesso e lamentoso proposto in alcuni casi da Tom G.Warrior. Ma ripetiamo, i nostrani Trails Of Sorrow combinano molto bene le proprie influenze ad aspetti caratteristici, offrendo un lavoro ricco di spunti positivi. L’ascolto non è certo facile, ma darà soddisfazione il districarsi tra questi episodi carichi di torpore e mal d’être, ove i due protagonisti bilanciano con gusto un lato squisitamente metal (da vedersi sempre attraverso soluzioni rarefatte e di lentezza, come si addice al genere), che ad esempio troveremo nell’opener “Dreams Are Dying” o in “See My Blood Flowing”, a un altro incentrato in toto sulla melodia (l’onirica “A Grave Of Loneliness”). La poetica “Ora E’ La Fine” chiude l’opera e al meglio mostra un altro lato distintivo della band, ovvero l’uso intelligente dei filtri e dei samples elettronici, che a tratti creano distorsioni nella voce e negli strumenti. Assolutamente consigliato ai fruitori di questo panorama di nicchia.

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