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Lacuna Coil: “Broken Crown Halo” – Intervista a Cristina Scabbia e Andrea Ferro

In attesa dell’uscita del nuovo studio album “Broken Crown Halo” (i dettagli), Metallus.it incontra i Lacuna Coil presso gli studi della Universal a Milano. L’occasione è ghiotta per scambiare quattro chiacchiere con i vocalist Cristina Scabbia e Andrea Ferro, che nell’intervista ci rivelano alcuni interessanti particolari sulla genesi del disco e anche il loro punto di vista su diversi argomenti, dalla crisi che ci ha colpiti alla musica in Italia. La parola ai Lacuna Coil!

Visto che ci troviamo a Milano, siete contenti di essere a casa?

Andrea:  Sì, anche se abbiamo registrato il disco qui a Milano e siamo a casa dall’estate scorsa, a parte una parentesi di tre settimane, quando siamo stati in tour con i Paradise Lost e i Katatonia.

Inevitabilmente dobbiamo parlare del nuovo album, “Broken Crown Halo”. Volete raccontarci come è nato e descriverci le varie fasi di composizione e registrazione del disco?

Cristina: Le varie fasi di composizione del disco sono state differenti e discontinue, l’autore principale delle canzoni è Marco Coti Zelati, il nostro bassista. Marco era rimasto fermo per un lungo periodo a causa di un problema al braccio che ora per fortuna è riuscito in buona parte a risolvere e questo gli ha dato la possibilità di sopportare nuovamente un tour. Marco ha dunque potuto lavorare già da parecchio tempo sul materiale che avrebbe fatto parte di “Broken Crown Halo”, scrivendo la struttura delle canzoni e poi aggiungendo o togliendo ogni volta qualcosa. Io e Andrea che ci occupiamo delle linee vocali e dei testi, siamo intervenuti attorno a Luglio del 2013, ossia quando siamo tornati dal tour americano e dai vari festival estivi, potendoci così concentrare sul nuovo album.

Andrea: Siamo tornati a Maggio e dopo esserci presi un mesetto di libertà per “decomprimerci” dagli sforzi del tour, abbiamo iniziato a lavorare al disco.

Cristina: Abbiamo fatto una sorta di pre-produzione nello studio privato di Marco, abbiamo messo insieme le nuove idee e il nuovo materiale mentre Marco registrava e insieme cambiavamo, aggiungevamo qualcosa, poi le sentivamo per capire cosa potesse andare bene e cosa invece no. Siamo entrati in studio tra Settembre e Ottobre, poco prima di partire in tour con i Paradise Lost e lo abbiamo registrato.

Andrea: Abbiamo cercato di sfruttare il fatto che non potendo suonare in tour, Marco aveva l’opportunità di lavorare sul nuovo materiale in largo anticipo, in modo che noi due potessimo trovare quasi tutto pronto al nostro ritorno.

In fase di produzione avete lavorato con Jay Baumgardner, che a sua volta ha collaborato con band di metal e rock decisamente moderno come Evanescence, P.O.D., Papa Roach. Pensate che il suo tocco abbia dato qualcosa di nuovo al vostro sound?

Cristina: Onestamente no, se si ascoltano i demo e si ascolta poi la versione finale si nota subito come le nostre idee non abbiano subito modifiche. Direi che Jay ci ha aiutati non tanto a cambiare i pezzi quanto piuttosto a migliorarli. In questo senso ci ha aiutati molto anche Kyle Hoffman, il tecnico del suono. Kyle ha curato molto l’espressività dei cantati, essendo ovviamente madrelingua ha anche aggiustato eventuali imprecisioni di pronuncia, mentre Jay è stato più un sovraintendente.

Andrea: Ci sono però alcune novità a livello di suoni. Abbiamo registrato qui a Milano presso le Officine Musicali di Mauro Pagani della PFM, uno studio che possiede numerose apparecchiature “vintage”, un equipaggiamento che comprendeva ad esempio chitarre Gibson e Fender degli anni’60 e ’70. Abbiamo mischiato la nostra strumentazione che è decisamente più moderna con quella disposizione, ad esempio le sette corde con le vecchie chitarre, poi abbiamo usato pedalini e effetti datati e questo può aver creato un suono leggermente nuovo per noi. Direi che sta qui la novità e, come ha detto Cristina, nella cura del cantato, insistendo di più sull’espressività piuttosto che sulla precisione e non tanto nella struttura dei pezzi, che tra demo e versione definitiva rimangono quasi identici. Ormai abbiamo acquisito tutta la capacità di scrivere un brano dei Lacuna Coil senza poi doverlo cambiare. E’ stato appunto Kyle Hoffman a suggerirci di usare anche questa strumentazione, che da soli probabilmente non avremmo usato. Kyle è un vero “genietto” dei suoni, è un ragazzo di ventisei anni laureato in sound engineering alla Berklee di Boston…

Cristina: E’ stato nominato Grammy… è uno che ne sa!

Andrea: Nonostante la giovane età Kyle è un cantante e sa suonare diversi strumenti, ci ha suggerito di muoverci in quella direzione che appunto da soli, forse non avremmo intrapreso. Grazie alla sua esperienza e professionalità, “Broken Crown Halo” pur essendo assolutamente un disco nostro e riconoscibile, è anche ricco di sfaccettature, ad esempio ci sono pezzi più melodici e sinfonici di carattere europeo, altri basati sull’impatto, all’americana per intenderci. In questo Kyle è intervenuto e ha reso il tutto molto omogeneo.

La mia impressione è che il nuovo album sia potente ma altrettanto melodico, fruibile, pur essendo il vostro stile pienamente riconoscibile. Mi pare che abbiate ricercato molto la melodia vincente, il ritornello indovinato e credo che l’album potrebbe essere parecchio valorizzato dal vivo. Cosa ne dite?

Andrea: Beh, ci sono canzoni che per certi versi sono state composte per essere proposte dal vivo, noi siamo spesso in tour e scrivendo nuovi pezzi ci viene ormai naturale pensare a come possano funzionare durante un live.

Cristina: Ormai componiamo canzoni utilizzando un’ottica personale e ben precisa, un pezzo ci deve piacere, dobbiamo essere convinti della sua struttura, dobbiamo trovare piacevole il ritornello, tra le varie cose. Ovviamente non è che ci sediamo a tavolino e pianifichiamo la cosa, ormai viene fuori tutto in modo naturale. Nella dimensione live è gratificante proporre alcune canzoni, magari se sono d’impatto il pubblico canta insieme a te i ritornelli, ma appunto in sede live ci godiamo tutto l’insieme, ci piace proporre dei pezzi d’impatto e anche altri carichi di pathos, vuoi perché in questo caso ci sono delle luci diverse e si crea una certa atmosfera, mentre in quelli più forti la gente salta e canta.

E parlando di live, avete intenzione di riproporre quel mini-tour nel contesto dei piccoli club e quindi a maggiore contatto con i vostri fan?

Andrea: Questa volta purtroppo no, per questioni di tempo. Quando uscirà il singolo saremo già impegnati con il tour americano, ma sicuramente faremo delle date in Italia.

Cristina: Anzi, ci piacerebbe davvero fare un tour italiano, paradossalmente è una cosa che non abbiamo mai fatto, perché di solito le date in Italia fanno parte del pacchetto europeo. Per problemi di logistica e di costi non ci troviamo mai a suonare al di sotto di Roma.

Andrea: Ad esempio la data di Napoli era saltata perché il locale è stato chiuso la sera prima per qualche storia di permessi dopo che i biglietti erano già stati tutti venduti. Ogni volta che cerchiamo di organizzare una data più a sud di Roma, per qualche motivo non riusciamo mai, ma non per colpa nostra! E’ incredibile che un gruppo italiano non abbia mai potuto suonare in Puglia o in Sicilia.

Cristina: Abbiamo molti fan in tutta Italia e ci piacerebbe davvero suonare per loro, soprattutto quando non hanno la possibilità di spostarsi a Milano, vuoi per motivi economici o di tempo.

Ormai avete una solida base di fan anche in Italia, eppure il vostro successo continua ad essere maggiore all’estero. Stati Uniti, Germania, Inghilterra, sono i paesi dove la band è più celebre. Quindi ribalto la domanda! Anziché chiedere al pubblico cosa ne pensa di una band, chiediamo ai Lacuna Coil il loro punto di vista sul pubblico italiano. Perché secondo voi spesso la gente non si impegna a scoprire le realtà più interessanti di casa sua?

Cristina: Tanti sono disinteressati proprio perché sono pigri. Accendono la televisione e ascoltano quello che gli viene propinato dai talent show e la canzone della pubblicità della compagnia telefonica e poi conoscono soltanto quella, non si chiedono nemmeno chi la interpreta. Il rock e il metal non sono propriamente dei generi musicali di gusto italiano, soprattutto quando li canti in inglese, se cantassimo solo in italiano forse avremmo più appeal.

Andrea: Ma il disinteresse verso il rock è un problema italiano, non soltanto dei Lacuna Coil. Vero è che un Bruce Springsteen ti riempie San Siro, ma sono eccezioni legate ai grandi nomi, qui purtroppo non c’è una forte cultura rock come in Germania, Nord Europa e Nord America, in Germania ci sono grandi festival dedicati a tutti i generi, pop, rock, dark, gothic, metal, A.O.R., qui invece è tutto legato alle piccole iniziative. Esiste un pubblico per tutto questo, ma è piccolo.

Cristina: Qui addirittura sentire una chitarra elettrica in una canzone risulta quasi aggressivo, il top del rock posso essere considerati un Vasco Rossi o un Ligabue, ma con tutto il rispetto il rock e il metal sono altro. Qui il pubblico è in un certo modo ignorante, ma non in termini offensivi, è ignorante proprio perché “ignora” l’esistenza di un mercato alternativo, forse ne è anche un po’ spaventato perché esiste questa ottica prevenuta secondo la quale il rock e il metal sono il Male.

Andrea: E poi manca la storia. Un paese come la Germania ha sempre spinto i gruppi rock che hanno ottenuto un successo in ambito internazionale, gruppi di ogni genere. Scorpions, Helloween, Kreator, Rammstein, Guano Apes, sono diventati gruppi di respiro universale perché questo in Germania è possibile. In Italia questo non c’è, se ha fatto successo Modugno è perché la musica deve essere fatta in quel modo, così si tende a pensare in maniera generalista. Promuovere un gruppo italiano che propone un genere musicale nato all’estero qui in Italia è una cosa rara, noi ce l’abbiamo fatta ma siamo un’eccezione. Forse c’è stato qualche esempio solo nell’ambito dello sport e naturalmente nell’arte del passato, ma oggi non ce ne sono più, soprattutto in campo musicale. E mi dispiace perché ci sono gruppi di giovani che sono assolutamente in grado di arrivare in alto ma avrebbero bisogno di una struttura che li aiuti.

Cristina: Magari tra qualche anno la situazione si sbloccherà. Ad esempio, una volta tatuaggi e piercing non erano sdoganati, chi li portava era immediatamente classificato come un drogato, criminale, carcerato, oggi invece sono visti in maniera completamente diversa. Una volta il giubbotto di pelle con le borchie causava un certo tipo di reazione nella gente, oggi perché lo porta Lady Gaga, allora va bene, allora è una figata, quando i metallari portano il chiodo da miliardi di anni! Insomma, c’è una sorta di ignoranza culturale.

Andrea: Ma a volte è anche un po’ involontaria e dettata dalle situazioni ambientali. Noi ad esempio abbiamo avuto la possibilità di viaggiare, di vedere altre cose, capire come funziona fuori da qui e come il rock è grande in tutto il mondo, ma capisco bene che un ragazzo di provincia possa non avere questa possibilità e inconsapevolmente finisca per adeguarsi alla sua situazione e a ciò che gli viene offerto.

Visto che parliamo di Italia e conseguentemente di lingua italiana, tornando al disco, il brano “Die & Rise” presenta appunto una parte in lingua italiana, che peraltro avete già utilizzato più di una volta nelle vostre canzoni. Sentiremo ancora un brano cantato completamente in italiano?

Cristina: Perché no, assolutamente. Non è che pianifichiamo di fare necessariamente una canzone in italiano, deve venire naturale, ad esempio come è stato per “Senzafine” che abbiamo scritto anni fa in acustico ed il testo è venuto fuori proprio in italiano. “Die & Rise” ne contiene una parte perché ci sembrava che andasse bene, quel momento ci sembrava più corale e dunque la nostra lingua si prestava bene. Però non ci capita mai di dover dire che in un disco ci debba essere ad ogni costo una canzone in italiano perché siamo italiani o perché dobbiamo farlo per il nostro mercato; se ci viene naturale bene, altrimenti pazienza, sarà per la prossima volta. Questo non esclude che lo faremo ancora.

Andrea: Non è che non ci piaccia farlo, anzi, però componendo sempre in inglese non viene magari immediatamente naturale, poi bisogna considerare che l’italiano è una lingua molto melodica, deve rientrare in una parte dove rende qualcosa di speciale, come appunto in “Die & Rise”, ma non avrebbe senso comporre una canzone in lingua madre solo per strizzare l’occhio all’Italia, non verrebbe neanche una cosa spontanea.”

E se aveste l’opportunità di partecipare a un noto concorso musicale? Non vi sentireste a vostro agio?

Cristina: Più che altro non avrebbe senso. A parte il fatto che di solito non accettano gruppi che sono già avviati da tempo, è una cosa che non ci interessa, la nostra dimensione l’abbiamo già trovata. Stiamo bene dove stiamo e finché ci piacerà fare musica rimarremo legati a questo filone. Forse potrà essere possibile come ospiti, ma sempre entro un contesto simile al nostro.

Andrea: In realtà siamo anche stati invitati a presenziare a San Remo come ospiti di un cantante italiano molto famoso, ma prima di tutto eravamo in America in tour e quindi non si sarebbe potuto fare e poi saremmo stati comunque in un contesto davvero troppo distante da ciò che siamo.

Cristina: Dipende sempre dal modo in cui fai la partecipazione, con chi, se segui o meno una logica intelligente. E’ ovvio che non parteciperemmo mai ad “Amici” ne ci sentiremmo nel posto giusto per farlo, se ci fosse invece un’opportunità come…non mi viene in mente nessun esempio, ci sono talmente tanti talent show!

Andrea: Beh, diciamo che non ci metteremmo in gara come gruppo, non avrebbe senso e non vediamo la musica come una gara. Però capisco le logiche dei reality, dove alla fine forse a vincere è il giudice piuttosto che il partecipante, che magari diventa famoso con una canzone ma poi l’anno dopo viene dimenticato. Serve più che altro a rilanciare la popolarità del giudice, chi partecipa non conta quasi niente. Chi va lì lo fa per i motivi sbagliati, non per lanciare la propria creatività artistica o le proprie idee, ma solo nel tentativo di diventare qualcuno, una cosa che non ha nulla a che vedere con un percorso artistico. Questo indipendentemente dal genere, anche se suoni pop quello non è il contesto giusto, perché poi verrai sempre visto come quello che arriva da uno show, che ha vinto una gara e non perché sei stato in sala prove, hai suonato, ti sei sacrificato, hai cominciato a suonare nel baretto di fronte a tre persone che ti fischiano…

Avete dichiarato che “Broken Crown Halo” esprime un punto di vista pessimista su di un futuro prossimo in cui si possono trarre insegnamenti dai fallimenti. Con questo cosa volete comunicare?

Cristina: Diciamo che nel comunicato hanno cercato di riassumere le nostre parole per motivi di spazio, per cui c’è più di questo. Non abbiamo una visione pessimista, a ben vedere non è nemmeno una visione del futuro, siamo più concentrati sul presente, su quello che sta succedendo adesso. Parliamo di persone che si sentono re e regine, che hanno costruito quello che credono essere un piccolo regno da salvaguardare e proteggere, quando invece la realtà è ben diversa da quello che sembra. Questo regno è in pericolo perché si mettono in gioco dei rapporti che nella vita vera non sono reali, come ad esempio i contatti sui social network, con persone che si conoscono in modo pure superficiale ma alle quali si da un’importanza esagerata, importanza che spesso non si riserva alla vita reale, che in teoria è quella che dovrebbe contare. Quindi non c’è una vera e propria visione del futuro, anzi, io direi pure che dalle canzoni si evince un messaggio di speranza, siamo a dire che l’uscita dal tunnel esiste, però bisogna avere fiducia in sé stessi, distruggere le barriere e impedire agli altri di metterci i bastoni tra le ruote. Se veramente si vuole, si possono raggiungere degli obiettivi.

Andrea: E’ anche una visione realistica, diciamo che la vita non è fatta solo di momenti felici, anzi nella maggior parte dei casi sono proprio gli insuccessi che ti insegnano qualcosa. Questo in ogni campo: amore, lavoro, amicizia, Ed è proprio dagli insuccessi che, almeno teoricamente, si dovrebbe imparare a come poi proseguire. E’ ovvio che non è un bel momento, nemmeno in Italia, la gente è triste, ci sono persone che si ammazzano perché non hanno il lavoro, i telegiornali ci bombardano con questa crisi. Noi cerchiamo di far capire che purtroppo adesso la realtà è questa, è qui che dobbiamo lavorare anche se non ci piace, è qui che dobbiamo comunque andare avanti. Bisogna avere un sogno grande, magari questo si svilupperà solo al 10% ma senza di esso non avresti una visione di un futuro che ti spinge ad andare avanti, ad andare da qualche altre parte, bisogna avere il desiderio di costruire qualcosa. Anche se questo qualcosa potrà poi essere anche molto diverso da quello che pensavi all’inizio.

Quindi mi pare di capire che non manchino dei sentiti riferimenti alla difficile situazione storica contingente…

Andrea: Assolutamente sì, parliamo anche di questo, in generale del fatto che in momenti come questo non riesci bene a focalizzare se la realtà è tale come ti viene presentata. Noi diciamo che non è così, che c’è qualcos’altro dietro. E’ un discorso che puoi applicare alla piccola Italia e alla sua politica che ben conosciamo ma anche a un’America che possiede un’economia diversa che si può rigenerare più facilmente. Tuttavia accanto a questo vedi una disperata situazione sociale. Ci siamo comunque basati in massima parte su avvenimenti che ci sono capitati nell’ultimo anno-anno e mezzo, non amiamo parlare di cose che non conosciamo perché vogliamo essere realistici. Non avrebbe senso se io scrivessi una canzone su un sedicenne che si taglia, io non lo so perché lo fa, noi parliamo di quello che è capitato nella nostra vita, che è una vita che cerca di stare attenta a tutto, a quello che succede al sedicenne ma anche a quello che succede alla persona della nostra età.

Cristina: Descriviamo un punto di vista nostro e non cerchiamo di metterci nei panni di qualcuno.

Anche la copertina dell’album è piuttosto simbolica, io vedo una corona metallica dotata di tentacoli appuntiti, come se volessero entrare nella testa di chi la deve indossare…

Cristina: E’ interessante quello che hai detto! In realtà il disegno rappresenta una corona maschile e una femminile speculare e tutto l’insieme vuole ricordare un teschio…però mi piace la tua chiave di lettura! Il disegno di partenza è stato fatto da Marco e poi sviluppato in 3D da un grafico della Century Media. Ricorda un po’ una macchina da tortura medievale e questa cosa che si potrebbe attaccare alla testa…è interessante!

Andrea: A noi è piaciuto subito come disegno, è vero che richiama una corona ma in effetti non è così chiaro che siano due corone separate, è molto bello l’incastro, il fatto che sembra di vedere due occhi al centro, ci piaceva davvero questo effetto.

Parlando più approfonditamente di alcuni brani dell’album, mi ha colpito il pezzo “Zombies”. Chi sono secondo voi gli zombi al giorno d’oggi? Di chi o di cosa parlate nel testo?

Cristina: Gli zombi siamo noi! Siamo quelli che escono dalle righe, quelli che per la maggior parte delle persone cosiddette normali sono gli “strani”, quelli che la vedono diversamente dai regolari e che sembrano una minoranza ma in realtà non lo sono. Come noi ce ne sono molti altri e come un’armata ci ritroviamo nella nostra similitudine…

Andrea: Un po’ come gli zombi che si muovono sempre in gruppo!

Quindi il vostro è uno zombi positivo!

Andrea: E’ uno zombie dell’aggregazione nella differenza.

Cristina: E nella confusione. Perché se pensi a degli zombi pensi a delle persone che vagano e non sanno bene dove vanno, però di solito si muovono in gruppo e sono molto simili tra loro ma diversi dalle persone normali.

Andrea: Come a dire: quando ci sono delle difficoltà, noi facciamo gruppo e cerchiamo qualcosa. Come gli zombi cercano il cibo, noi cerchiamo la vita, le soluzioni ai nostri problemi.

E se vi dicessi che per assurdo, questo brano mi ricorda proprio lo stile dei White Zombie?

Andrea: Io, Marco e Cristina, tutti noi, siamo cresciuti con i gruppi classici del genere come Prong, White Zombie, Metallica. Ci sono certe sonorità che sono insite dentro te stesso  e quando componi una canzone, una strofa o una melodia, anche se di recente non hai ascoltato un gruppo piuttosto che un altro, ti viene magari spontaneo prendere ispirazione senza pensarci, proprio perché fanno parte del tuo bagaglio musicale. Per cui certo, ci possono essere dei passaggi che ricordano qualcosa in particolare, ma non è voluto.

C’è poi “I Forgive (But I Won’t Forget Your Name)”, una canzone malinconica con una linea melodica davvero toccante. Mi chiedevo se fosse dedicata a Claudio… (Leo, chitarrista dei Cayne nonché dei Lacuna Coil fino al 1998, scomparso nel Gennaio del 2013, nda.)

Cristina: No, non è quella. Abbiamo dedicato un’altra canzone a Claudio, “One Cold Day”.

Avrei appunto voluto chiedervi qualcosa anche su quella canzone. “One Cold Day” è altrettanto malinconica con quegli arrangiamenti così gravi nelle tastiere e negli archi, la tua voce è molto espressiva. Avrei voluto chiedervi se fosse stata vostra intenzione chiudere l’album con una nota di amarezza, ma a quanto pare c’è qualcosa in più…

Cristina: Quando abbiamo scritto il testo avevamo intenzione di improntarlo sulla tristezza. Quando si perde un amico, una persona cara, non è mai un bel momento. Invece lo abbiamo impostato sulle sensazioni che vivi in un momento così pesante, nel nostro caso la morte di un amico. Il brano non parla dell’episodio nello specifico, non dice cose come “sei morto, non ci sei più, noi siamo tristi per questo”. E’ una cosa vera, ma lo sappiamo noi e non lo diciamo nel testo. Parliamo di una più generale sensazione di tristezza che nostro malgrado è stata ispirata da un fatto simile. E lo facciamo anche attraverso delle metafore come la situazione meteorologica, ovvero le nubi.

Andrea: Quasi a voler tracciare un parallelismo tra la vita e la Natura, che poi sono la stessa cosa. Come passa la vita, nel cielo passano le nuvole che si sfogano con la pioggia come noi possiamo esserci sfogati con il pianto. C’è appunto un parallelismo tra la natura e la scomparsa di una persona cara, un evento che per quanto triste fa parte della vita, per quanto possa essere difficile da accettare.

Parliamo di qualche curiosità. Cristina, di recente hai disegnato un gioiello per la linea Seventh Circle Artworks, esperienza destinata a ripetersi?

Cristina: Eccolo qui. (Si sfila un anello e ci mostra un simpatico diavoletto “pacioccone” con le orbite degli occhi che ricordano un teschio, nda). A me piacerebbe molto continuare, ho ricevuto diverse proposte. E poi è stato divertente, io non sono una designer di gioielli e ho soltanto fatto lo schizzo di un anello che mi sarebbe piaciuto avere per me stessa . Mi piacerebbe ripetere l’esperienza, vediamo cosa succederà. E non è stato semplice. Vero che devi fare uno schizzo, ma devi anche avere un’idea precisa di come sarà fisicamente l’oggetto e dietro ad esso c’è un lavoro lungo di progettazione, disegno, fotografia…

Andrea: E poi più in generale è sempre positivo poter riversare la propria creatività anche su altre cose, è giusto che si abbia il desiderio di esprimersi anche al di fuori dei propri orizzonti.

Qualche domanda ora sul “Tragic Illusion Tour” insieme ai Paradise Lost e ai Katatonia. Cristina, tu hai duettato con Nick Holmes…

Cristina: Sì, ma non durante il tour, abbiamo duettato solo nella serata dei Metal Hammer Awards in Inghilterra, abbiamo cantato “Say Just Words” insieme.

Qualche episodio particolare o curiosità legata al tour?

Andrea: E’ stato il tour dei venticinque anni dei Paradise Lost e per noi è stato un vero onore essere invitati. Quando abbiamo iniziato, i Paradise Lost erano uno dei tre-quattro gruppi di ispirazione totale e dopo avere avuto questa possibilità già con Type O Negative è stato altrettanto prestigioso poter partecipare al loro anniversario.

Cristina: Tour che doveva essere molto breve e comprendere solo le date inglesi. Poi invece si è esteso ed è durato un mese.

Andrea: E’ stato inoltre un piacere spendere del tempo con loro e conoscerli meglio, ci eravamo già sfiorati diverse volte, vuoi perché ci sono membri della crew che lavorano per entrambe le band, vuoi perché abbiamo suonato in alcuni festival insieme, ma questa volta abbiamo avuto la possibilità di passare più tempo insieme, conoscerci, chiacchierare, bere qualcosa in compagnia. E’ bello poter conoscere le persone che ti hanno dato tanto da un punto di vista artistico.

Peccato che non siate passati dall’Italia…

Andrea: Ma in realtà è stato un tour abbastanza strano da questo punto di vista, perché è vero che non siamo passati da Milano, da Roma, ma nemmeno da Parigi, o Amsterdam. Ad esempio abbiamo fatto tre-quattro date in Germania in posti minori, poi ci siamo spostati per ritornare ancora in Germania. Abbiamo chiesto il motivo ma nemmeno loro lo sapevano, anzi, anche gli altri si chiedevano perché mai il tour fosse stato organizzato in quel modo. Tour dei venticinque anni…portiamolo in tutte le città europee! E invece non abbiamo toccato la Spagna, la Grecia. Ma nemmeno loro sapevano dirci per quale ragione!

Visto che si trattava di un tour celebrativo, non manca poi molto tempo al ventesimo anniversario dei Lacuna Coil. Avete già previsto come festeggiare questo compleanno?

Andrea: A dire il vero no, di solito non guardiamo così lontano! Sarebbe bello fare qualcosa di speciale, ma al momento non saprei ancora dirti cosa. Sicuramente dobbiamo pensarci, sarà un traguardo importante. Dieci anni se ne sono andati così, non ce ne siamo nemmeno accorti e non abbiamo neanche festeggiato. Un paio di anni fa abbiamo fatto il quindicesimo e abbiamo proposto un tour con delle canzoni in acustico, ma quindici non è come venti, venti è più…pesante, simbolico! Dobbiamo iniziare a pensare cosa possiamo fare!

Cristina: Pensa che non sappiamo ancora cosa faremo di preciso dopo Marzo, al di là delle date che saranno pianificate per il tour. I nostri piani vanno di due mesi in due mesi se va bene!

Di recente un problema famigliare di un membro della band vi ha tenuti lontani dai palchi. Sperando che sia tutto risolto, mi pare comunque di capire che rivedremo presto i Lacuna Coil dal vivo, è così?

Cristina: Alla fine quello che abbiamo dovuto fare è stato cancellare la crociera (la ShipRocked, festival che si è tenuto a bordo della nave Norwegian Pearl tra il 26 e il 30 Gennaio 2014, nda) e posticipare brevemente il tour negli Stati Uniti che sarebbe iniziato a fine Gennaio perché è ovvio che se ti trovi già in America, per questioni logistiche ti fermi lì per un po’.

Andrea: Poi dal mese prossimo ripartirà il ciclo normale sperando ovviamente che tutto vada per il verso giusto perché sono cose che non puoi prevedere fino in fondo.

Cristina: Tra l’altro come gruppo non abbiamo praticamente cancellato mai nessuna data, forse due oltre a questa ma per ragioni indipendenti dalla nostra volontà, ad esempio quando eravamo di supporto a un’altra band che per qualche motivo ha dovuto a sua volta cancellare lo show.

A breve partirete per il “The Hottest Chicks In Hard Rock Tour” organizzato dalla rivista Revolver e dedicato alle band con uno o più membri femminili. Cristina ti lancio una piccola provocazione: non temi che a volte in campo metal ci possa essere una sorta di “standardizzazione” della figura femminile?

Cristina: Beh, non è un problema del metal, purtroppo la figura femminile viene standardizzata in qualunque ambiente. L’importante è saperla usare intelligentemente e dimostrare che oltre all’immagine c’è qualcosa d’altro. Nel momento in cui si propone l’immagine cartonata della “gnocca” e tutto finisce lì, non si è convincenti. Purtroppo molti gruppi pensano che sia quella la chiave del successo e mettono una donna scosciata al centro dell’attenzione, ma per noi non è esattamente così.  Essendo sicura di poter offrire molto più di un’immagine, non mi pongo neanche il problema. Non mi da fastidio, non mi sento sfruttata e soprattutto non ho mai fatto niente di cui vergognarmi.

Andrea: Il problema è che forse negli ultimi dieci anni sono usciti tantissimi gruppi con uno o più membri femminili messi lì ad attirare l’attenzione senza che poi abbiano quel qualcosa in più nella musica. Se ci deve essere una donna, ma come anche un uomo, deve essere un membro che faccia la differenza nel gruppo, che dia quel qualcosa in più al di là che canti o suoni uno strumento, mentre negli ultimi tempi sembra che la figura femminile sia usata per ottenere più in fretta una certa attenzione. Se però poi questa attenzione si ferma alla foto che guardi e dici “oh, bella ragazza”, ma poi in effetti della loro musica non te ne frega niente, allora non funziona.

Cristina: Ma alla fine la gente non è scema e c’è una sorta di selezione naturale. Se la musica non ti da niente, non basta il poster con la bella ragazza.

Cristina, posso chiederti quali colleghe conosci e stimi in modo particolare?

Cristina: Io sono amica di parecchie colleghe, più della “vecchia guardia” per così dire. Quindi Anneke, Tarja, Sharon dei Within Temptation, Simone degli Epica. Non conosco poi altre persone che facciano parte di gruppi più moderni, se non Lzzy Hale, o molto più classici perché non ascolto band con voci femminili proprio per gusto personale. Ma tra di noi c’è assolutamente amicizia e stima reciproca.

Cristina, Andrea, Metallus.it vi ringrazia per questa piacevole chiacchierata! Volete lasciare un messaggio ai nostri lettori?

Cristina: Sì! Vogliamo per prima cosa ringraziare tutti quelli che ci hanno supportato fino ad oggi, è anche grazie a loro se siamo ancora qua da così tanto tempo. Vi invitiamo ad ascoltare il nuovo album, siamo curiosi di sapere cosa ne pensate, potete raggiungerci sulle nostre pagine social per farcelo sapere. Grazie anche a Metallus che ci dedica questo spazio!

Andrea: Grazie a chi ci ha apprezzati e anche a chi non lo ha fatto! E’ importante cercare di restare uniti in questa comunità, perché è piccola, ci siamo ma siamo in pochi! Certo capisco che la nostra musica può non piacere a tutti e viceversa ma cerchiamo sempre di essere costruttivi sia nelle critiche che nei complimenti. Se ci piace qualcosa supportiamolo e se non ci piace lasciamolo lì dov’è senza demolirlo. Altrimenti poi staremo a lamentarci che solo i Lacuna Coil vanno a fare il tour in America e quando i Lacuna Coil diventeranno vecchi e si ritireranno, finirà pure questo! Spero invece che emergano tante altre realtà che abbiano la possibilità di andare avanti, ma dobbiamo aiutarci tra di noi per quanto possibile!

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