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Kvelertak – Recensione: Nattesferd

La copertina di Arik Roper (già al servizio di Sleep e High On Fire) ci introduce a “Nattesferd”, nuovo album dei norvegesi Kvelertak -il terzo, per la precisione-, questa volta autoprodotto, con l’aiuto in studio di Nick Terry (Turbonegro, The Libertines) e pubblicato sotto l’egida della Roadrunner Records.

Partenza bruciante con “Dendrofil For Yggdrasil”, pezzo che si apre subito a mille, foriero di un black metal melodico ma tirato e che nelle armonie riesce incredibilmente a fare l’occhiolino al rock più classico (vedi anche il passaggio di ritorno alla strofa e i successivi arpeggi) e si assesta su un tempo dimezzato nella seconda metà, facendo apprezzare ancora di più le sfumature melodiche e il finale epico che lascia decisamente il segno; “1985” è il primo singolo estratto, un classic metal anni ’80 con influssi che provengono anche da anni precedenti, il pezzo più orecchiabile dei Kvelertak e che potrà essere apprezzato da tutti.

L’influenza del rock anni settanta torna fuori nella title-track -specie nei due minuti iniziali esclusivamente strumentali- che diventa punkeggiante e si evolve in coda grazie a un mega assolo di pura tradizione scandinava e le chitarre acustiche che scandiscono gli accordi; la sezione ritmica la fa da padrona in “Svartmesse” e preannuncia la tiratissima “Bronsegud”, una canzone che ben si presta ad un immaginario fatto di velocità sfrenata e adrenalina.

L’equilibrio fra elettrico e acustico è ben condensato in “Ondskapens Galakse”, alla quale succede “Berserkr” col suo speed metal e il finale più cupo; l’epicità è il principale ingrediente di “Heksebrann”, col suo lungo cappello strumentale, che si dipana attraverso nove minuti di magia e introduce l’ultimo brano di questo lavoro, un pezzo lento e sulfureo che risponde al nome di “Nekrodamus” e che dimostra ancora, se ce ne fosse bisogno, la capacità dei Kvelertak di districarsi attraverso generi diversi.

“Nattesferd” è un lavoro maturo, ben composto e ottimamente suonato, in grado di fotografare l’evoluzione dei Kvelertak e di regalare ottime canzoni: consigliato per la varietà delle composizioni e per lo spirito sempre un po’ guascone che accompagna il gruppo e che male non fa.

 

 

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