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Krokus – Recensione: Adios Amigos Live @ Wacken

Forti di una carriera di più di 45 anni, con momenti di grande successo internazionale, i Krokus hanno deciso di appendere gli strumenti al chiodo dopo un tour d’addio. La data qua immortalata è quella che si è tenuta presso quel grande calderone che è il festival di Wacken del 2019. La partenza in quarta è con “Headhunter”, brano d’apertura del loro omonimo disco del 1983, dall’attitudine priestiana, e stabilisce da subito che gli svizzeri non erano certo lì per eseguire un compitino, vista la quantità di energia profusa. “Long Stick Goes Boom” (con inserto di “Pinball Wizard” degli Who) da “On Vice A Time” del 1982 continua nel lato più influenzato dagli AC/DC, mostrando comunque una band in eccellente forma.

La prima cover del concerto è quella “American Woman”, celeberrimo successo dei canadesi Guess Who, già riproposta con la loro versione sull’album appena menzionato. “Hellraiser”, dall’omonimo album del 2006 è più AC/DC che mai e con l’ariosa “Winning Man”, dedicata a Lemmy, si fa un deciso salto indietro nella loro discografia, al 1981 di “Hardware”. Non mancano estratti dai momenti più recenti della produzione discografica, vedi “Hoodoo Woman”, dall’eccellente “Hoodoo”. In effetti il repertorio pesca un po’ da tutta la storia musicale dei Krokus, almeno da “Metal Rendez Vous” (da cui sono prese le successive “Fire” e l’hit “Bedside Radio”) che definirà la loro identità musicale in quell’hard rock semplice diretto e senza fronzoli che, con alterne fasi di maggior o minor ispirazione, ha sempre caratterizzato la band elvetica.

Si prosegue con la versione del brano di Neil Youg “Rocking In The Free World” (è del 2017 il loro “Big Rocks”, l’album interamente di cover da cui è tratta) per un continuo crescendo di energia, potenza e intensità costituito dal terzetto “Eat The Rich”, “Easy Rocker” e “Heatstrokes” (con un esaltante duello chitarristico fra Mandy Meyer e Fernando Von Arb), per un salto nei primi anni ’80 della loro vena musicalmente più felice e del loro successo. Un assolo di batteria dell’ottimo Flavio Mezzodi (che coi membri storici Chris Von Rohr e Mark Kohler forma un treno ritmico formidabile) anticipa la chiusura affidata a un’altra cover, “Quinn The Eskimo” di Bob Dylan, con un cenno a “Rock Bottom” degli UFO.

Probabilmente i Krokus non sono mai stati dei primi della classe, le idee le hanno sempre più assimilate che fornite per ispirazione ad altre band; hanno però sempre avuto, nei loro momenti più ispirati, la non indifferente capacità di scrivere brani estremamente godibili ed efficaci, assicurando ottima musica e divertimento a numerosissimi fans in tutto il mondo, tanto da poter essere considerati a tutti gli effetti i decani e portabandiera dell’hard rock svizzero. L’energia, la professionalità e la convinzione con cui in questo ottimo live propongono il loro repertorio (che avrebbe retto perfettamente anche con qualche cover in meno) ce li mostrano individualmente e collettivamente in gran forma (Marc Storace resta un gran cantante!), confermandosi come l’ottima macchina da concerti che sono sempre stati e come scrittori di brani assolutamente trascinanti e di qualità. Ci mancheranno.

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