Klone – Recensione: Meanwhile

Ben radicati sulle pagine di metallus.it, che ha recensito la metà della loro discografia (“All Seeing Eye” del 2008, “The Dreamer’s Hideaway” del 2012, “Le Grand Voyage” del 2019), i Klone sono una formazione transalpina che affonda le sue radici nell’ormai lontano 1995, quando il bassista e cantante Julien Comte, i chitarristi David Ledoux e Guillaume Bernard e il batterista Laurent Thomas decisero di dare vita ad una band che potesse in qualche modo onorare la loro passione per Meshuggah, Opeth e Porcupine Tree. Con il passare degli anni e dei musicisti che si sono avvicendati in studio e sul palco, anche lo stile dei Klone ha subito un’evoluzione: da quel prog-core che agli inizi si caratterizzava per episodi “tutti piuttosto snelli e di breve durata” si è infatti compiuta una transizione verso un alternative atmosferico e cadenzato che nel 2019 (l’anno del sopracitato “Le Grand Voyage”) ha probabilmente raggiunto la sua forma più sofisticata e matura. Con “Meanwhile” il quintetto di Poitiers conferma una volta di più la preferenza per un rock fatto di passaggi languidi e vibranti sussurri, certamente nelle corde del proprio cantante e perfettamente anticipato da quei cinque minuti che, nel bene e nel male, caratterizzano la durata di ciascuno dei dieci brani in scaletta.

In un quadro dalle tinte tanto pallide e rarefatte (“Within Reach”) ogni elemento, compresi i ritornelli ed il riffing delle chitarre, viene reso in chiave minore e sfumata, se si escludono alcuni risvegli posti spesso a metà brano che – anziché irrobustire le trame di un disco pensato per fare altro – servono in realtà a fare apprezzare ancora di più la moltitudine dei momenti più desolati e sfuggenti, come nel caso dell’intensa title-track. Complice una produzione di alto livello a cura di Chris Edrich (TesseracT, Leprous, The Ocean Collective), che riesce a fondere con abilità una forma relativamente essenziale con la presenza di arrangiamenti stratificati e complessi, “Meanwhile” è un acquerello i cui colori sono stati lavati via dalla pioggia, e nel quale alle poche forme rimaste è dato il compito di continuare a suggerire – almeno – l’emozione, la disillusione, il dubbio. E proprio il dubbio costituisce l’elemento narrativo sul quale questo disco è costruito: dall’elaborazione del concetto di umanità a quello di libera scelta, dalle opportunità mancate (“Blink Of An Eye”) a causa di una contemporaneità degli eventi alle tempeste emotive che – raffigurate nella bella copertina – possono scatenarsi dentro di noi, i Klone conducono un’indagine scomoda e coraggiosa, che nei suoi tempi dilatati trova ancora più occasioni per affondare nella carne, nelle certezze instabili alle quali ci aggrappiamo e nell’orgoglio.

E se anche l’incedere dell’album si mantiene quasi sempre così lento e pesante, quest’indagine non assume mai i connotati di un esercizio estetico, di mero stile: le parti appaiono ben concatenate, la band suona davvero e, benchè difficilmente questo mood si possa definire vario, vi sono comunque momenti, spiragli ed aperture di sapore quasi grunge (“Bystander”) che portano ossigeno ed alludono, in qualche timido modo, alla possibilità di una soluzione, di un compromesso, di una redenzione. Qui non si sfocia mai in un ritornello davvero cantabile alla “Saw You Drown” dei Katatonia (1998) perché lo stile rimane volutamente insistente e ripetitivo (“The Unknown” lo è fino all’ossessione), con i Klone che trattano i loro brani come le “mani” che servono all’imbianchino per creare una tinta uniforme e durevole, che assume le sue definitive fattezze passaggio dopo passaggio, grazie ad un movimento meccanico e ripetitivo che ipnotizza nonostante vi sia ben poco di davvero sorprendente. Allo stesso modo, questo disco presenta un mix di eleganza formale e manodopera artigianale che custodisce il segreto della sua umanità (“Apnea”) e della sua capacità di fare il primo passo per vincere le possibili diffidenze di chi, per la prima volta, si trova al cospetto di una cosa chiamata art rock che, per la sua natura così intima e delicata, appare tanto difficile da criticare quanto facile da ferire scegliendo l’aggettivo sbagliato.

Se chiedessimo l’aiuto dell’intelligenza artificiale per sondare ancora meglio la natura di questo lavoro, ChatGPT ci direbbe che “Meanwhileè un album eccezionale che offre un’esperienza musicale unica e coinvolgente, dove la pesantezza del metal si fonde con atmosfere elettroniche e prog rock. La band dimostra un’eccellente capacità di sperimentare con diversi suoni e stili, senza mai perdere la coesione e l’unità dell’album (…). E quando la descrizione appare così sintetica e calzante, al punto che rileggendo la tua sudata recensione ti rendi conto di non esserne riuscito a scrivere una tanto chiara ed efficace, il ritmo elegantemente compassato di una “Scarcity” ti offre l’occasione di riflettere non solo sulla potenza evocativa delle note, ma anche sullo sforzo al quale i recensori ed i comunicatori del prossimo futuro saranno chiamati. Perché il momento nel quale ascoltare un disco per poi (provare a) riassumerlo con un paio di espressioni azzeccate non sarà più sufficiente per competere con la potenza degli algoritmi si avvicina a passo spedito, e fortunatamente inarrestabile.

Etichetta: Kscope

Anno: 2023

Tracklist: 01. Within Reach 02. Blink Of An Eye 03. Bystander 04. Scarcity 05. Elusive 06. Apnea 07. The Unknown 08. Night And Day 09. Disobedience 10. Meanwhile
Sito Web: facebook.com/kloneband

Marco Soprani

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Folgorato in tenera età dalle note ruvide di Rock'n'Roll dei Motorhead (1987), Marco ama fare & imparare: batterista/compositore di incompresa grandezza ed efficace comunicatore, ha venduto case, lavorato in un sindacato, scritto dialoghi per una skill di cucina e preso una laurea. Sfuggente ed allo stesso tempo bisognoso di attenzioni come certi gatti, è un romagnolo-aspirante-scandinavo appassionato di storytelling, efficienza ed interfacce, assai determinato a non decidere mai - nemmeno se privato delle sue collezioni di videogiochi e cuffie HiFi - cosa farà da grande.

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