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Klone – Recensione: Le Grand Voyage

Cambiano pelle i Klone con un “Le Grand Voyage” che trova una casa presso gli uffici della Kscope, etichetta scelta forse proprio per la mutazione a cui sono andati incontro i francesi.

Provenienti dalla cittadina di Poitiers (non nota ai più ma alla quale sono particolarmente legato) i Klone si sono faticosamente costruiti un nome e un’identità artistica a suon di album interessanti seppur di non facile fruizione; dagli esordi post hardcore sono passati ad un alternative muscolare e vagamente progressive e ora approdano a qualcosa di diverso, più atmosferico, quasi cantautoriale pur mantenendo una connotazione sia plumbea che “aperta”.

Yann Ligner guida “Yonder” con un’interpretazione che, soprattutto in cuffia, si fa apprezzare per il controllo della voce; curioso aprire l’album con un un pezzo così e sceglierlo addirittura come singolo apripista fa capire come l’indipendenza artistica della band sia ormai totale.

“Breach” non può non ricordare il David Gilmour solista e l’utilizzo massiccio di reverb crea effetti coinvolgenti pur nella semplicità del pezzo; ispirate ad esperienze ai confini della morte le canzoni di “Le Grand Voyage” con questi effetti sonori non improvvisati ottengono un risultato tale per cui l’immersione dell’ascoltatore è totale… risultato non lontano da alcuni gruppi post rock robusti come i Long Distance Calling e gli Sleepmakeswaves.

“Sealed” ottiene il medesimo esito grazie ad accordi semplici, delay e il solito Ligner sugli scudi mentre “Indelible” introduce il sax di Matthieu Metzger proprio nel momento in cui subisce un accelerazione ritmica. “Hidden Passanger” conferma il trademark dell’album: pezzi cadenzati di art-rock (come si chiamava una volta) che sembrano formare un unico monolite compositivo appartenente ad un’altra era musicale.

“The Great Oblivion” è un pezzo che potrebbe essere uscito dalla penna di Jerry Cantrell nell’ultima versione degli Alice In Chains; ottima la spinta data dalla batteria di Morgan Berthet (Myrath, Kadinja) che però ha aiutato i Klone solo in studio. “Silver Gate” chiude nel migliore dei modi un album che ai primi ascolti avevo giudicato diversamente ma che riesce ad entrarti sotto pelle grazie a delle semplici successioni di note perfettamente incastonate, senza cercare il ricamo tecnico o la trovata geniale a tutti i costi.

 

 

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