Kings Crown – Recensione: Closer To The Truth

“Ero seduto di fronte alla nostra casa in Spagna, pensando a cosa fare…”. Comincia più o meno così l’avventura dei Kings Crown, un’idea musicale che il chitarrista svedese Martin Kronlund (Gypsy Rose, Phenomena, Dogface) ha finalmente potuto concretizzare con la collaborazione del cantante inglese Lee Small (SHY, Phenomena, Sweet), del bassista Bas Berra Holmgren (endorser del brand EBS), del tastierista Anders Skoog (Dogface) e del batterista Pontus Engborg (Glenn Hughes). Un’idea che nelle intenzioni di Kronlund doveva essere ispirata dall’amore per le sonorità degli anni settanta ma che potesse allo stesso tempo suonare moderna, in un tripudio di Hammond e chitarre che – almeno nelle premesse – a tanti appassionati della produzione scandinava non potrà non piacere. Senza il bisogno di perdersi in inutili chiacchiere, “Closer To The Truth” onora le premesse e le promesse con un suono alla Electric Boys (“Oohh oohh oohh, she’s into something heavy” cantavano loro nel novantadue) ma in un certo senso ingentilito per meglio amalgamarsi con una consistente parte del catalogo di Frontiers. Eleganza, coralità e dolcezza sono le caratteristiche che saltano immediatamente all’orecchio, il tutto però sostenuto da un buon groove, da una pastosità felice ed a tratti malinconica (“Servant”) che – in effetti – rende questa proposta più attuale di quanto i soli suoni moderni non possano fare.

Ed è proprio nei passaggi più atmosferici e nebbiosi e rancorosi (“I Will Remember”) che emerge il tratto più sorprendente di questo album, molto meno spumoso & pomposo di quanto la sua presentazione al sapore di noia e paella non avrebbe fatto presagire: al contrario, sono molti i momenti nei quali si viene avvolti da costruzioni dai toni leggermente più ombrosi e dal passo lento e cadenzato, se volete anche heavy, perfetti per fare da contrappeso agli episodi più sbarazzini, divertenti e per questo forse anche condannati ad un’incisività ed una longevità più limitata (“Still Alive”). Qui c’è insomma un pregevolissimo senso di equilibrio tra la tecnica degli assoli di chitarra e tastiera (“Stranger”), l’efficacia dei ritornelli, la leggerezza solare di alcune parti e la forza evocativa e romantica che si annida nella ritmica pesante di altre (“Stay The Night”, “Don’t Hide”, “Darkest Of Days”): un senso della misura autenticamente, culturalmente nordico in nome del quale non si avverte il bisogno di fondere tutto insieme, né di spingere frettolosamente sulle qualità del disco, affidando invece le sue sorti terrene all’indovinata successione dei suoi momenti ed alla – neanche a dirlo – professionalità con la quale sono sempre interpretati (vedi la balladStanding On My Own” che porta la voce di Small sugli scudi). Un disco che si potrebbe definire banalmente di sostanza, interessato a raccontare quanto più possibile di sé senza lanciarsi nell’esasperata rincorsa di altri schemi, di altri modelli ed eventualmente di altri clamorosi insuccessi.

Il primo lavoro della formazione svedese riesce a trovare una propria identità pur avvalendosi di suoni già sentiti, di ritornelli già cantati, di uno stile benevolo che pare accomodare a tavola ogni tentativo di omaggiarlo, purchè lo si faccia con un minimo di onestà e passione. Lui lo fa senza perdersi nella pagliuzza o nel dettaglio, ma volgendo lo sguardo al grande schema delle cose, a quell’ambizione narrativa in nome della quale quarantasei minuti di musica devono poter dire e trasmettere più di quanto non permetta la semplice somma dei loro duemila e settecento secondi. Una visione matura che non ha bisogno di tante parole e conquista strada facendo, che onora l’esperienza di questi artisti e, perché non dirlo ogni tanto, anche la sensibilità di chi in loro ha riconosciuto qualità che all’ascolto veloce potrebbero risultare non così evidenti. Quella di “Closer To The Truth” è una bellezza personale ed imperfetta da raccontare sottovoce, da condividere ma senza insistenze, da suggerire con lo stesso garbo con il quale Kronlund ha messo insieme le note e le storie di queste undici tracce. Una bellezza promettente che non contiene nulla di innovativo né di veramente originale (cose tipo “Down Below”), ma che nella proposta dei Kings Crown pare trovare chissà come una dimensione distesa ed una consapevolezza che regolano il respiro, infondono benessere e ti mettono subito a tuo agio.

Etichetta: Frontiers Music

Anno: 2023

Tracklist: 01. It's Too Late 02. Servant 03. Still Alive 04. Standing On My Own 05. Stranger 06. Down Below 07. Stay The Night 08. Closer to the Truth 09. I Will Remember 10. Don't Hide 11. Darkest of Days
Sito Web: facebook.com/kingscrowntheband

Marco Soprani

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Folgorato in tenera età dalle note ruvide di Rock'n'Roll dei Motorhead (1987), Marco ama fare & imparare: batterista/compositore di incompresa grandezza ed efficace comunicatore, ha venduto case, lavorato in un sindacato, scritto dialoghi per una skill di cucina e preso una laurea. Sfuggente ed allo stesso tempo bisognoso di attenzioni come certi gatti, è un romagnolo-aspirante-scandinavo appassionato di storytelling, efficienza ed interfacce, assai determinato a non decidere mai - nemmeno se privato delle sue collezioni di videogiochi e cuffie HiFi - cosa farà da grande.

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