Cynic – Recensione: Kindly Bent To Free Us

A sei anni dal precedente full lenght “Traced In Air”, arriva a noi, il giorno di San Valentino, questo “Kindly Bent To Free Us”, terzo studio album dei Cynic.

Chi li ha conosciuti con “Focus” (del 1993) e ha quell’immagine del combo di Miami, adesso, nel 2014, potrebbe trovarsi un po’ spiazzato. Sì, perché, abbandonato ormai del tutto il death, i Cynic propongono un platter che vira e punta più sulle loro influenze progressive, jazz e fusion, con suoni e arrangiamenti più, se vogliamo, “pop” (affermazione, comunque, da prendere con le pinze).

Chiaramente il percorso intrapreso col precedente “Traced In Air”, ci porta, oggi, a notare un’evoluzione ancora più marcata nel sound del tecnicissimo (ormai del tutto) trio statunitense. “Kindly Bent To Free Us” è un viaggio, quasi interstellare, con aperture celestiali verso nuovi mondi e orizzonti inesplorati.

Abbandonata, dunque, l’immagine di gruppo “tecnical-death”, i Cynic sperimentano, facendolo con un gusto ed una maestria che non ha pari, a questo mondo. Suoni curatissimi e arrangiamenti intricati, cangianti, ma, a loro modo, digeribilissimi sono il punto di forza di questa uscita. Il suono del basso fretless di Malone, ad esempio, è quanto di più caldo e “mediosamente” delizioso si possa ascoltare.

La marcia in più dei tre e di questo disco è che hanno prodotto un’orgia di vibrazioni, vorticosa e seducente, altalenata a intro, intermezzi o finali, su toni miti, a volte semplicemente dolci, a volte del tutto inquietanti.

Ad esempio, all’inizio di “Moon Heart Sun Head”, veniamo accolti da un intro totalmente ambient, composto anche da cori di voci femminili in un cantato simil tibetano, quasi come un mantra, per poi sfociare in partiture ora più martellanti, ora più posate.

Non mancano, comunque, le aperture più distorte, ma la matrice dei pezzi è, tuttavia, tendente ad un progressive meno aggressivo, con ritmiche più organizzatamente caotiche che veramente cattive. In tutto questo, poi, prendono spesso piede (come nella title track, ad esempio) riff chitarristici alquanto onirici, quasi statici, costituiti soprattutto da arpeggi di poche note, ma sapientemente comunicativi e sempre funzionali al pezzo. Non mancano, ripeto, i momenti prettamente tosti (ascoltate “Gitanjali”) con accompagnamenti distorti e stacchi in dispari, anche se il cantato di Masvidal si muove sempre su coordinate melodiche.

“Kindly Bent To Free Us”, dunque, rappresenta un ulteriore passo avanti rispetto a “Traced In Air”, ma anche a “Re-Traced” e “Carbon Based Anatomy” (Ep rispettivamente del 2010 e 2011), con pezzi più lunghi, esemplificati per alcuni soluzioni, più intricati per altre.

Se vi aspettavate, insomma, growl e riffing incessante e maligno, il consiglio è di cambiare proprio aria. Chi invece ha apprezzato e apprezza questa “seconda vita” dei Cynic, rimarrà piacevolmente colpito da quest’ultimo album, che si pone, già da adesso, come una delle migliori uscite del 2014.

Voto recensore
8
Etichetta: Season Of Mist

Anno: 2014

Tracklist:

01. True Hallucination Speak

02. The Lion's Roar

03. Kindly Bent to Free Us

04. Infinite Shapes

05. Moon Heart Sun Head

06. Gitanjali

07. Holy Fallout

08. Endlessly Bountiful


Sito Web: www.cyniconline.com/‎

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