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Kikimora – Recensione: For A Broken Dime

Fondati nel 2011 dal chitarrista bulgaro Nikolo Kotzev (sua anche la paternità dei Brazen Abbot), i Kikimora si sono da subito prefissi l’obiettivo di creare una musica che fosse melodica, contemporanea ma anche caratterizzata da una tecnica esecutiva sopraffina. Consegnate alla storia una serie di esibizioni dal vivo che li videro impegnati con il teatro nazionale bulgaro e cantanti del calibro di Jörn Lande, Joe Lynn Turner e Doogie White, i Kikimora diedero finalmente alle stampe il loro debutto nel 2015. A questo primo lavoro in lingua bulgara seguì a distanza di sei anni “Dirty Nails”, questa volta cantato in inglese, ed è oggi la volta di “For A Broken Dime”, album che – anche grazie al contratto firmato con Frontiers – aspira con buona probabilità a diventare quello della definitiva consacrazione. La band che vede lo stesso Kotzev affiancato da Nikola Zdravkov (voce), Nikolay Todorov (batteria), Nikolay Tsvetkov (basso) ed Alexander Antov (Hammond e tastiere) apre il nuovo album con un piglio piuttosto deciso: “Bound For Destruction” cresce poco alla volta, i suoi riff si fanno rapidamente più articolati, l’Hammond prende progressivamente spazio e tutto il quadro decolla in fretta, finendo col comporre un’immagine a tinte hard/metal/prog di ascolto disteso e piacevole. Nonostante i frequenti richiami alle capacità esecutive dei cinque – che si esprimono soprattutto in occasione degli assoli – ed alla qualità della produzione, l’accento è però posto sull’atmosfera e sulla pura musicalità, al punto che anche un richiamo alle sonorità dell’AOR (“For A Broken Dime”) non sarebbe poi così fuori luogo.

Kikimora - "I Am Eternity" -  Official Music Video

Brano dopo brano, diventa abbastanza facile individuare il modello scelto da Kotzev: l’ossatura delle maggior parte delle canzoni è infatti composta da una ritmica solida e cadenzata, perfetta per ospitare sia le dolci linee melodiche ben interpretate da Zdravkov (“Edge Of Freedom”) che gli inserimenti strumentali ai quali si deve la componente più marcatamente progressiva. E per quanto la chiarezza di questa struttura sia un elemento di per sé lodevole, perché le idee chiare portano spesso a risultati interessanti, l’adesione assoluta a questo schema rende l’ascolto di “For A Broken Dime” sempre più ripetitivo e prevedibile, una conseguenza che le inutili durate dei brani – quasi sempre a cavallo tra i cinque ed i sei minuti – fanno davvero poco per scongiurare.

E’ vero che dalla classe dei cinque bulgari ci si lascia cullare piuttosto volentieri, perché la loro musica è dotata di un incidere naturale che te li fa apprezzare senza farti troppe domande, ma è altrettanto evidente che la poca varietà ed il poco coraggio messi in tavola rendono i vari passaggi interscambiabili, gli episodi fungibili e tutto sostituibile senza che il risultato finale cambi di una virgola. E l’alternarsi di Hammond e chitarra in occasione degli assoli finisce col diventare un inevitabile prezzo da pagare, piuttosto che un momento atteso con ragionevole, ingenua trepidazione. Che l’hard rock dei Kikimora sia dotato di un’eleganza innata (“Fear And Greed”), nella quale le influenze seventies si fondono armoniosamente con ritmiche di sapore più moderno, è più o meno fuori discussione: il problema del disco è però che questa considerazione non sempre si traduce in un risultato che sia anche interessante da ascoltare.

Ogni canzone sembra allungata artificiosamente come molte delle serie che subiamo in streaming e l’impressione è che lo stesso messaggio i Kikimora avrebbero potuto recapitarlo con un minor dispendio di parole, di assoli e di minuti. Perché “Hit And Run” e la sua ritmica datata e ritrita devono durare più di sei minuti, quando i Queensryche hanno fatto stare quel capolavoro assoluto di “Eyes Of A Stranger” in cinque? Dico così, per dire, mentre sui sette minuti di “Father To Son Song” è forse meglio soprassedere con tutta l’eleganza di una scusabile e fanciullesca omissione. E ben vengano, allora, i brani meno pretenziosi come “Have Mercy On Me” e “Nightmare” che non reinventeranno la ruota, questo proprio no, ma almeno ti danno una scossa e divertono per il tempo che serve. Con questo terzo album il quintetto bulgaro propone cinquantacinque minuti di musica ottimamente assemblata ma ancora in qualche modo carente dal punto di vista della sintesi e della personalità, che è poi esattamente quanto hanno (non) comunicato i connazionali Intelligent Music Project al loro fallimentare Eurovision del 2022: con così pochi elementi in grado di giustificare la sua lunghezza ed una produzione buona ma in fin dei conti non così stellare, “For A Broken Dime” mette sul piatto molto, forse troppo, perdendosi nella ricerca di un risultato che forse non è stato ancora completamente messo a fuoco. Una situazione che potenzialmente disorienta l’ascoltatore e forse, in particolare se ha sborsato gli eurini, lo fa anche un po’ arrabbiare.

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