Furia – Recensione: Kheros

I francesi Furia sono una band abbastanza singolare. Innanzitutto non sono facilmente inquadrabili in un genere specifico, visto che tra le pieghe delle loro composizioni si annidano riferimenti a praticamente tutta la scena metal moderna, con si una evidente predilezione per il suono di stampo nordico dei vari Children Of Bodom e Dark Tranquillity, ma senza negarsi escursioni occasionali nel black sinfonico e nel modern-thrash (ultimi In Flames soprattutto, ma non solo). Se ci mettete anche qualche passaggio al limite del nu-metal e momenti melodici che sanno di classic-speed metal capirete la nostra difficoltà a rendere l’idea… in verità non siamo poi così convinti che miscelare un tale numero di ingredienti sia sufficiente a donare un suono personale ad una band, tant’è che gli stessi Furia faticano a mettere a fuoco uno stile identificativo e lasciano l’impressione di essere “solo” dei buoni musicisti e dei discreti compositori senza grandi idee di base. Questo per quanto riguarda il lato musicale però, perché è nella stesura delle liriche che i nostri seguono uno svolgimento piuttosto raro. I loro concept infatti si sviluppano letteralmente in forma teatrale, con dialoghi tra i personaggi inframmezzati da momenti narranti che collegano i singoli frammenti. Una vera e propria descrizione che non segue la struttura tipica dei concept album o delle opere rock così come siamo abituati ad ascoltarle, ma assomiglia di più ad una lettura musicata di una sceneggiatura. Nel complesso il disco scorre piacevole, versatile e ben suonato, quindi se avete sviluppato una certa curiosità nella proposta della band non resterete delusi.

Voto recensore
6
Etichetta: Season Of Mist / Audioglobe

Anno: 2006

Tracklist: 01. The Descent Of A Warrior
02. The Imperfection Of The Soul
03. Errare Humanum Est
04. Dogma´s Fall
05. Isolement
06. Insomnia
07. A Heart In Escape
08. Lamentations
09. Evil Spells Approval
10. Declaration Of War
11. End Of A Belief, The Beginning Of A Truth
12. The Result Of Destiny

riccardo.manazza

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Incapace di vivere lontano dalla musica per più di qualche ora è il “vecchio” della compagnia. In redazione fin dal 2000 ha passato più o meno tutta la sua vita ad ascoltare metal, cominciando negli anni ottanta e scoprendo solo di recente di essere tanto fuori moda da essere definito old school. Il commento più comune alle sue idee musicali è “sei il solito metallaro del cxxxo”, ma d'altronde quando si nasce in piena notte durante una tempesta di fulmini, il destino appare segnato sin dai primi minuti di vita. Tra i quesiti esistenziali che lo affliggono i più comuni sono il chiedersi il perché le band che non sanno scrivere canzoni si ostinino ad autodefinirsi prog o avant-qualcosa, e il come sia possibile che non sia ancora stato creato un culto ufficiale dei Mercyful Fate.

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