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Kamelot – Recensione: Haven

Aprite gli occhi, ma soprattutto le orecchie. “Haven” è l’undicesimo disco della sfavillante carriera dei Kamelot ed è l’ennesima opera monumentale. Pioveranno critiche e leggerete che la band di Thomas Youngblood viaggia ormai col pilota automatico, che non fa altro che reciclarsi ed abusare di dettami stilistici già utilizzati, ma voi lasciate parlare la musica. E basta. Perchè quando ci si trova di fronte a song cosi coinvolgenti, perfettamente strutturate e divinamente cantate, non si può cercare a tutti i costi il pelo nell’uovo. Nessun gruppo è riuscito nel tempo a proporre un power prog metal cosi raffinato, così evocativo nei suoi inserti gothic, così drammatico nelle orchestrazioni, così cupo e magniloquente nelle atmosfere.

I nostri non cambiano pelle con “Haven”, certo, ma non smettono mai di evolvere e di guardare al futuro. L’opener “Fallen Star” ci sorprende col suo incipit pianistico, in cui Karevik dà sfoggio di un timbro caldo ed ammaliante, fino ad espolodere nella classica cavalcata in stile Kamleot, baciata da un refrain che dire vincente è poco. Si prosegue col singolo “Insomnia”, supportato da un riffing ipnotico di keys del solito, fenomenale, Palotai, tra sospesi di voci, stop ‘n go e ritmiche movimentate sui tom di Grillo. Le voci filtrate che troviamo nello special saranno un trademark dell’album, a conferma della volontà di Youngblood e soci di modernizzare il sound della band. Ciò che stupisce è l’abilità nell’aver trovato il perfetto equilibrio tra la classicità delle orchestrazioni e l’avanguardia di sonorità sintentiche e robotiche, che si mescolano chirurgicamente nei brani, creando un muro impressionante. Il primo capolavoro di “Haven” è l’horrorifica “Citizen Zero”, solenne nell’incedere e decisamente suggestiva nell’intermezzo vocale recitato, in cui un coro gregoriano decalama i sette vizi capitali. Da pelle d’oca. I Kamelot non hanno bisogno di canzoni chilometriche per esprimere il proprio concetto di musica, bastano quattro minuti, guitar riff nervosi ed aperture melodiche che si ficcano nella testa e colpiscono al cuore immediatamente. Non potevano mancare gli ospiti, come da tradizione, e se Charlotte Wessels dei Delain dà vita ad un suadente duetto con Karevik nella ballad “Under Grey Skies”, è la fenomenale Alissa White-Gluz ad inserirsi su uno tzunami di doppiacassa figlio del metal estremo dal titolo “Revolution”. Una bomba chitarristica ci deflagra addosso ed il growl della vocalist degli Archenemy si intreccia alle melodie teatrali di Tommy, a creare un effetto diabolico. Applausi.

Le undici perle di “Haven” sono tutte potenziali hit da inserire nella scaletta dei prossimi concerti, interpretate da una band unica nel suo genere, imitatissima, ma inimitabile. Perché la verve compositiva creata da questi cinque grandi muscisti sembra non voler mai arrestarsi. L’ingresso di Karevik ha conferito una marcia in più ai Kamelot, anche se si ha la netta sensazione che il frontman possa osare ancora, per permettere di espolare nuovi territori. Se auspichiamo per il futuro un pizzico di coraggio in più a livello melodico, dall’altro ci auguriamo che i nostri continuino a sfornare dischi come questo, che non possono essere messi minimamente in discussione.

Quando la classe fa davvero la differenza.

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