Kamelot: Live Report della data di Milano

Dopo la calata italica in estate in occasione dell’Evolution, i Kamelot tornano all’Alcatraz di Milano, in occasione del tour europeo di “Ghost Opera – The Second Coming”. Ad accompagnarli i greci Firewind e gli iberici Forever Slave. Il traffico meneghino reso ulteriormente infernale dagli spostamenti per la partita dell’Inter, ci impediscono di seguire l’esibizione dell’opening act spagnoli, che propongono un symphonic ghotic metal con voce femminile. Arriviamo appena in tempo per assistere alla salita sul palco dei Firewind, nei negozi con il nuovo “The Premonition”. E l’ottima prova su disco viene confermata anche in sede live dai nostri, guidati dal guitar hero Gus G., che ci offrono una prova a dir poco spettacolare. Il loro power metal tirato e ultramelodico non è certamente originale, eppure la grinta e la pulizia sonora sono in grado di coinvolgere alla grande il pubblico presente, che dimostra di conoscere già i brani della band. Ovviamente I Firewind propongono soprattutto song dall’ultima fatica discografica, che rendono eccome anche dal vivo. Il singolo “Merchenary Man”, la veloce “Head Up High” e la sparata “Into The Fire”, lasciano il segno, grazie alla potente voce di Apollo Papathanasio, tecnico e grintoso al punto giusto. Dopo un inizio un po’ timoroso, i nostri si sciolgono e cominciano a muoversi sul palco con maggiore disinvoltura, il pubblico se ne accorge e risponde con trasporto alle più datate “Insanity” e “Between heaven and hell”. Un’esibizione da incorniciare. Acclamati a gran voce dai fans (non tantissimi a dire la verità) accalcati sotto al palco B dell’Alcatraz, entrano in scena i Kamelot. “Rule The World” spezza la tensione creata dall’intro “Solitarie” ed esplode di colpo con il suo incedere sinfonico. La band è ormai una macchina perfetta on stage, con Khan a recitare le proprie parti e la coppia Youngblood – Palotai a rubarsi la scena a colpi di assoli. Le dirette “When The Lights Are Down” e “Soul Society” trascinano il pubblico, mentre con “Descent Of The Archangel” e “Abandoned” viene fuori il lato più romantico e raffinato dei nostri. Ma è sui brani più power (“Soul society” e “Nights Of Arabia”) che la gente viene trascinata in un vortice di energia: purtroppo, sul più bello, Khan comincia a perdere qualche colpo e faticare sulle parti più alte. Ma ormai è una costante in sede live, che il vocalist americano non riesca a reggere l’intero concerto sullo stesso (altissimo) livello dei propri compagni, forse a causa di brani davvero molto difficili, ricchi di cambi di tonalità ed assai interpretativi. Un break strumentale di tastiere gli permette di rifiatare e tornare alla grande sulle note di e “Human Stain” e “The Hounting”, ma si tratta solo di un momento, perché nelle classiche “Forever” e “Kharma” il nostro torna ad arrancare, seppur supportato da un’avvenente corista. Di contro, l’ex cantante dei Conception conferma di essere un frontman con i controfiocchi, aiutato, oltre che da una grande carisma, anche da abiti di scena azzeccatissimi. Perfetta la sezione ritmica, con Mr. Grillo guascone ed esagerato come al solito, ma impeccabile dietro alle pelli Chiudono il concerto la title track del nuovo album e la favolosa “March Of Mephisto”, per un live show coinvolgente, ma assolutamente senza sorprese, proprio come la ri-release di “Ghost Opera”.

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