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Journey – Recensione: Frontiers

Chiamati all’impossibile, ovvero bissare quello che rimane a tutt’oggi uno dei capisaldi dell’AOR, i Journey decidono, dopo “Escape”, di intraprendere una strada se possibile ancor più radio friendly. Pezzi leggeri, intrisi di malinconia quel tanto che basta, ma comunque sempre frutto dell’immensa classe dei musicisti di una line-up di valore assoluto. Neal Schon non mette una nota di troppo, Jonathan Cain è fondamentale nel costruire tappeti di tastiere e contrappunti di pianoforte alla sei corde, Steve Smith accarezza ed accompagna assieme al puntuale Ross Valory, e poi c’è il pinguino Steve Perry, che regala una performance forse addirittura superiore a quella su “Escape”.

Accanto alle hit come “Separate Ways” e la megaballad strappalacrime “Faithfully”, trovano spazio alcuni pezzi che vale la pena riscoprire ancora oggi: pensiamo all’ipnotica “Chain Reaction”, ai colori e alle armonie vocali di “After The Fall” con uno strepitoso Perry, addirittura fenomenale nella splendida e tagliente “Edge Of The Blade”, in cui anche Schon mette in campo tutta la sua classe e perizia. Ancora, gemme come “Troubled Child”, che riprende e sublima quanto accennato musicalmente con “Mother, Father”. La chiusura è affidata alla lieve “Rubicon”, che riporta un raggio di luce e proietta in quella che sarà la direzione futura, con l’ancor più leggero “Raised On Radio”.

La cabina di regia, con Mike Stone e Kevin Elson in carico di produzione e mixaggio, restituisce un sound immacolato, che nella sua purezza cristallina sembra riflettere la classe dei protagonisti: solo in apparenza superficiale e leggero, a conti fatti “Frontiers” è un altro capolavoro di immediatezza AOR.

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