Johnny Winter + The Cyborgs: Live Report della data di Rimini

L’avevamo lasciato sul palco del Naima, a Forlì, a pochi chilometri di distanza, un vecchio salice piegato dalla malattia, da anni di abusi e da manager opportunisti e avidi. Due anni fa vedere Johnny Winter rattristava e metteva rabbia, vedere uno spettro di quello che il grande bluesman è stato creava un misto fra il dolore per l’evidente difficoltà fisica e il rispetto per la sua decisione di continuare a suonare in tutto il mondo nonostante questo. Ora, sempre in compagnia della stessa band, il chitarrista albino texano, che tanto ha dovuto lottare nella sua vita non solo per affermarsi musicalmente, ma anche contro episodi di razzismo e discriminazione fin dalla più tenera età, torna sul palco per presentare il nuovo album, “Roots”, e lo fa in condizioni fisiche non certo ottimali, ma di sicuro migliori rispetto a quanto visto nel 2010.

Lo sguardo sotto il classico cappello sembra più vivo, le dita si muovono sulle chitarre con maggiore forza; Johnny Winter riesce anche a gestire con fermezza e decisione brani veloci come la scatenata “Got My Mojo Working”, tratta appunto dall’ultimo album, o un grande classico come “Johnny Be Goode”. Anche se in alcune situazioni si ha l’impressione che non riesca a tenere il passo con gli impeccabili musicisti che lo accompagnano, per non dire che sembra proprio che si perda, in generale lo si vede dotato ancora di un grande carisma e di una grande forza. La forza sulla chitarra non è seguita in parallelo dalla stessa forza nella voce; il suo  modo di cantare ha perso gran parte di quello smalto che lo ha contraddistinto nei primi decenni di attività, e questo è probabilmente l’unico limite della sua ora e un quarto di esibizione (il fatto che per la maggior parte vengano eseguite delle cover non deve stupirci più di tanto: in fondo “Roots” è un lavoro che pesca esclusivamente fra i grandi classici del blues). Questo roco filo di voce è comunque sufficiente per conservare un’iterazione con il pubblico acclamante, e quando con “Dust My Broom”, che in “Roots” è impreziosita dalla chitarra schiacciasassi di Warren Haynes dei Gov’t Mule, Johnny Winter si alza in piedi per suonare, sembra di assistere a un vero e proprio miracolo. Si conclude con un’altra cover, una buona versione di “Highway61”di Bob Dylan, mentre in precedenza erano già stati ricordati i Rolling Stones con “Gimme Shelter” e Freddie King con “Hideaway”. Niente rabbia questa volta, niente tristezza, il vecchio salice supera l’inverno e va verso la guarigione, e anche se è matematicamente impossibile pensare che i fasti antichi possano tornare, prevalgono l’entusiasmo e la soddisfazione.

Non riusciamo purtroppo ad assistere all’esibizione di apertura dei The Cyborgs ma, avendo già conosciuto in passato questo duo dal look anomalo e dalla potenza esecutiva di tutto rispetto, siamo sicuri che anche la loro sia stata un’esibizione memorabile.

anna.minguzzi

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E' mancina e proviene da una famiglia a maggioranza di mancini. Ha scritto le sue prime recensioni a dodici anni durante un interminabile viaggio in treno e da allora non ha quasi mai smesso. Quando non scrive o non fa fotografie legge, va al cinema, canta, va in bicicletta, guarda telefilm, mangia Pringles, beve the e di tanto in tanto dorme. Adora i Dream Theater, anche se a volte ne parla male.

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