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Job For A Cowboy – Recensione: Moon Healer

Sono passati dieci lunghi anni prima di poter ascoltare il nuovo disco degli ormai ex paladini del deathcore americano. I Job For A Cowboy tornano sugli scaffali compiendo un ulteriore passo in avanti nella loro visione musicale rispetto a “Sun Eater“, disco che sancì in modo definitivo un’interminabile evoluzione dal loro debutto, contornato da break-down e meme intorno alla famigerata “Entombment Of A Machine” e i vari mash-up con Spongebob che fecero il giro del mondo. 

Bei tempi quelli, era un continuo fermento e si sfornavano capolavori del genere -core. Poi alcuni gruppi si sono fermati, altri si sono evoluti e altri ancora invece sono rimasti fedeli alle origini. Se penso ai JFAC, l’unico aggettivo che mi viene in mente è poliedrici, e questo “Moon Healer” ne è una conferma sotto ogni punto di vista. 

Il loro death metal progressivo con contaminazioni jazz molto più che accennate ci permette di godere di quaranta minuti di pura aggressività e complessità senza appesantire in alcun modo l’ascoltatore. Questo è anche grazie a una produzione certosina affidata a Jason Suecof, figura nota nell’ambiente per non sbagliare mai un colpo con nessuna band con cui ha collaborato. 

Le lodi non finiscono certo qui: con Jonny (cantante) come unico superstite della prima line-up, era ovvio che il sound della band andasse a modificarsi di disco in disco, fino a raggiungere questo traguardo spettacolare non dettato solamente dall’hype creatosi già nel lontano 2020. Infatti possiamo considerarlo il vero capitano che dettò la direzione da seguire già con “Demonocracy“, primo vero cambio di rotta in favore di una maggiore varietà di scrittura staccandosi (ma non troppo) dalle origini. Ed è sempre lui che in questa lunga pausa ha sfornato un violentissimo disco grind-death con i Serpent Of Gnosis, con una performance vocale strepitosa ma che questo “Moon Healer” supera a piè pari sotto ogni aspetto. Ruvido, oserei dire grezzo mescolando parti più profonde per donare elasticità anche a un aspetto che spesso in questo genere risulta monocorde.

Se a livello ideologico ci troviamo di fronte a un lavoro complesso ma non di difficile assimilazione, quello che più fa godere l’ascoltatore sono sicuramente gli intrecci studiati a tavolino di tutte le varie sezioni delle canzoni, in quanto è evidente fin dal primo play che questo non è un album lasciato al caso. L’ispirazione ovviamente non manca, ma sono da pelle d’oca i passaggi repentini che possiamo ascoltare in “Etched In Oblivion” o ancora meglio in “The Sun Gave Me Ashes So I Sought Out the Moon”, in cui momenti al cardiopalma vengono bruscamente bloccati da passaggi cadenzati, senza trascurare però la violenza che ne caratterizza i brani. L’elemento sicuramente trascinante è la batteria, che ancora una volta è la protagonista assoluta, i suoi fill riescono a mantenere ritmi serrati e come si dice in questi casi: buona la prima per Navene Koperweis, batterista degli Entheos che fu annunciato come nuovo membro della band nel 2020, alzando le antenne dei tantissimi fan dei JFAC in attesa di nuova musica. Si è calato perfettamente nelle atmosfere del disco, creando un pattern di assoluto pregio che riesce sempre a tenerci sull’attenti anche quando Alan e Tony alle chitarre si divertono tra break-down, assoli o bridge. Ma non solo questi ovviamente: la complessità di scrittura, con spesso due tracce complementari, ha creato un’immersione totale nell’ascoltatore in cui siamo proprio noi a scegliere da quale strumento farci rapire.

E per il sottoscritto è stato facile scegliere: Nick Schendzielos. Come nel precedente “Sun Eater“, con il basso si è decisamente divertito a creare fill super elaborati ma goduriosi da ascoltare (soprattutto in cuffia, nda). In ogni momento è possibile sentirlo di sottofondo mentre mette in atto un’opera SONTUOSA alle cinque corde. Solo per la sua tablatura “Moon Healer” meriterebbe l’acquisto. Un lavorone da standing-ovation e applausi scroscianti. Il perché è presto detto: come ammesso da lui stesso, il sound doveva essere solo uno: “LD50 Mudayne“, accolto a braccia aperte da Suecof. La contrapposizione tra chitarre death-metal con un basso esplicitamente nu-metal, farà godere ogni bassista in circolazione.

Il disco si mantiene su livelli altissimi sia di intensità che di tonalità e a ogni ascolto, a ogni brano, a ogni singolo passaggio ti cresce addosso portandoti immediatamente al riascolto completo per poterne cogliere sfumature perse nella sessione precedente. È un album che poco e nulla c’entra con il death-core per il quale i JFAC hanno fatto storia. Ora siamo in un capitolo di maturazione completo e inattaccabile, chi vuole vedere il marcio è solo perché volontariamente va a ripescare le foto della band nell’era MySpace con le frange davanti agli occhi, mettendosi i tappi nelle orecchie e urlando che questo non è vero metal. Posate il fiasco del true metal con la maglia dei Manowar e ascoltate quello che di sicuro sarà il disco dell’anno. 

Bentornati Job For A Cowboy

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