Il concerto di Jack White approda sul palco dell’Arena Alpe Adria a Lignano Sabbiadoro (UD), che con la sua spiaggia è gettonata meta di vacanze per turisti italiani e stranieri. Gli spalti vengono occupati con largo anticipo, e anche il parterre è bello pieno prima che scenda il sole: un viavai di gente allegra e pronta per ballare già al ritmo di chi è stato scelto per aprire la serata.
Si tratta, in particolare, dei The Dirtiest, band di Firenze che propone un punk irriverente e scanzonato, una sorta di rilettura del verbo dei Ramones per capirci, con molta melodia e un sense of humour molto diretto che cattura la simpatia del pubblico presente. Il set è bello potente, perfetto per scaldare gli spettatori e perpetuare l’atmosfera di festa che si respira, fino all’annuncio del protagonista della serata, presentato come…”Giacomo Bianchi”!
Quella di Lignano Sabbiadoro è una location forse inusuale per il chitarrista di Detroit, che pure non rinuncia per l’occasione – così come i suoi collaboratori – a una mise decisamente lontana da quella dei vacanzieri che affollano la venue. Dopo l’intro arriva “Old Scratch Blues”, un’interpretazione straripante e l’atmosfera che si fa subito torrida e scatena il pubblico in un vortice di movimento e passione. Arriva, poi, un pezzo dal repertorio degli White Stripes, “Dead Leaves And The Dirty Ground”, prima che il mood diventi più tranquillo ma non meno intenso con la fatalista “What’s Done Is Done”. Ci pensa la ritmata “Hotel Yorba”, di nuovo materiale White Stripes, a rialzare i giri del motore e movimentare nuovamente la situazione: un pezzo che porta inevitabilmente a ballare, in mezzo ad un fiume che continua a scorrere impetuoso dal palco. L’energia profusa da un sempre indiavolato Jack White insieme ai suoi compagni di strada, uniti nella missione di trasmettere al pubblico il verbo del rock più incendiario, è palpabile e contagiosa. A fianco al chitarrista, sul palco, ci sono Patrick Keeler (già con i Raconteurs e gli Afghan Whigs) alla batteria, uno scatenato Bobby Emmett alle tastiere e Dominic Davis a martellare le corde del basso. “Broken Boy Soldier” ci porta nei territori dei Raconteurs prima che l’inconfondibile riff di “Dollar Bill” ci riporti nel repertorio solista e prenda fuoco con la slide. Siamo sempre più nel vivo di una performance straordinaria, che però non cessa di percuotere gli spettatori con potenza quasi ipnotica, e lo fa con un tris di brani targati White Stripes: “The Hardest Button To Button” è come una locomotiva che procede senza sosta e travolge il pubblico prima delle esplosioni di “The Union Forever” e “Ball And Biscuit”. Un altro pezzo di bravura è “G.O.D. And The Broken Ribs”, con il suo impatto spaventoso e la libertà a Jack White di svariare con i suoi riff, che percorrono senza soluzione di continuità anche la successiva “Derecho Demonico”: è la parte del concerto in cui scintilla più che in altre la genialità del chitarrista, continuamente capace di stupire prendendo traiettorie non scontate, amplificate anche dal dialogo con Emmett alle tastiere. “Steady, As She Goes” dei Raconteurs è il pezzo prescelto per chiudere il set regolare. La scatenata “Encore Rave Up” inaugura i bis, e dopo “Icky Stump” degli White Stripes arriva il croccante riff di “Sixteen Saltines”. “Freedom At 21” è l’ultimo step prima della chiusura, ovviamente affidata a “Seven Nation Army”, accolta con prevedibile e giustificato entusiasmo.
Il pubblico è senza fiato da un pezzo quando Jack White e la sua compagine salutano per l’ultima volta, ed è diffusa tra i presenti la sensazione di aver assistito ad uno dei concerti dell’anno, un vero e proprio evento che con la sua intensità resisterà al tempo.

