Izah: “Sistere” – Intervista a Roel Van Oosterhout

Gli olandesi Izah non sono certo un gruppo che si può confinare entro una sola definizione. Il mélange abrasivo del debut album “Sistere” (la recensione) si muove tra un furioso post-core, le distorsioni dello sludge e introspettivi stacchi di malinconico progressive rock sorprendentemente crepuscolari e armonici. Di seguito, la lunga e piacevole chiacchierata con il chitarrista e compositore Roel Van Oosterhout, che ci racconta alcuni particolari sull’album e ci presenta questa realtà che di sicuro farà ancora parlare di sè.

Per prima cosa benvenuti e grazie per l’intervista che ci concedete. Gli Izah esistono dal 2006 ma “Sistere” è il vostro primo studio album. Vorresti presentarci la band, i suoi membri e magari illustrarne brevemente la biografia?

La band è composta da Tijs Van Wegberg (batteria), Michel De Jong (synth e chitarra), Twan Bastiaansen (chitarra e visual art), Frans Terhorst (basso ed effetti visivi per i live), Sierk Entius (voce, testi e noise-synth) e da me, Roel Van Oosterhout (chitarra e composizioni). Abbiamo iniziato a suonare nel 2006 con una line-up differente con cui abbiamo pubblicato un Ep autoprodotto poco tempo dopo. Questo ci fece ottenere consensi e delle date dal vivo per un lungo periodo. Da allora molte persone sono entrate e uscite dalla band, principalmente per differenti ambizioni. Una volta che la line-up è divenuta stabile, abbiamo avuto la possibilità di suonare più spesso e di lavorare a del materiale per pubblicare un buon disco. Nel frattempo è uscito uno split Ep con i Fire Walk With Us e poco tempo dopo abbiamo cominciato le registrazioni di “Sistere”. Ci rendemmo conto di aver fatto qualcosa che valeva la pena promuovere su larga scala e così sono cominciate le ricerche di una label competitiva. Ci è voluto un anno ed è stato abbastanza frustrante, ma alla fine siamo contenti di avercela fatta e di essere sotto contratto con la Nordvis.

Suonate un efficace e interessante ibrido tra sludge/doom atmosferico, progressive rock e post metal. Questo mélange è un risultato della vostra evoluzione o solo una combinazione naturale delle vostre influenze?

Direi la seconda. Tutti i membri degli Izah hanno dei gusti musicali molto ampi e quando abbiamo iniziato l’attività della band eravamo certi che non ci saremmo limitati a un solo genere. E’ pieno di “gruppi di genere”, sono anche troppi e ci sembrava poco stimolante diventare un altro di loro. La musica che personalmente preferisco è quella delle band che non si pongono limiti e vogliono essere creative nello stile e nella forma. E’ anche la musica che cerco di comporre, il più possibile avventurosa. Musica che ti trasporti tra alti e bassi, malinconia ed euforia. Non puoi esprimere queste cose se ti limiti a un solo sound o a un solo genere. Tendo a sperimentare molto e provo a incorporare tutte le cose che mi piacciono nella nostra musica, indipendentemente dallo stile da cui provengono.

A questo proposito quali gruppi ammirate di più e sono stati per voi una fonte di ispirazione?

Trovo ispirazione per nuove idee in molti e differenti tipi di musica. Una delle band che più mi hanno influenzato sono i Sonic Youth. Ascoltandoli ho imparato che non esistono restrizioni creative o degli obblighi quando compongo una canzone. Non hai bisogno di strutture pietrificate, non hai bisogno di scale e nemmeno di ritmi o ritornelli. Tutto ciò di cui hai bisogno è la creatività. Altri artisti che apprezzo molto per la loro capacità di non porsi limiti sono i Godspeed You! Black Emperor, i Suffocate For Fuck Sake e Kate Bush. Se ascolti attentamente degli album di Kate Bush come “The Dreaming” e “Hounds Of Love” per esempio, ti rendi immediatamente conto di come non sia una semplice musicista pop. Il suo modo eccentrico di comporre canzoni lascia intuire quante influenze ci siano e come riesca a metterle insieme in un brano scorrevole e facile da ascoltare, per quanto ci siano tutti questi elementi che spesso si muovo in direzioni opposte nello stesso tempo. La miscela di suoni e generi la troviamo anche nella musica dei Godspeed You! Black Emperor e dei Suffocate For Suck Sake (ingiustamente sottovalutati). Altra ispirazione mi è arrivata dall’oscura passione per la musica di David Eugene Edwards (Wovenhand, 16 Horsepower), le ripetizioni ipnotiche e la pesantezza degli AmenRa, i passaggi epici di Mono e il chaos esplosivo dei primi album degli Shora, solo per nominarme alcuni, ma potrei andare avanti ancora e ancora…

Ho notato che nelle parti più atmosferiche c’è una sorta di feeling prossimo agli Anathema e più in generale agli acts di progressive rock maggiormente malinconici e introspettivi come potrebbero essere gli Alternative 4 o gli Antimatter. Sei d’accordo?

Ammetto di non conoscere molto bene le ultime due band che hai nominato, ma sono un grande fan degli Anathema, in particolare dei loro primi dischi. Per cui, certo, sono senza dubbio un’altra fonte di influenza per noi. Ogni paragone con un grande gruppo come gli Anathema è un complimento per me, per cui grazie davvero.

Qual è il significato del titolo “Sistere” e di cosa tratta il panorama lirico?

“Sistere” significa “stare fermi” in latino. “Sistere” è il titolo dell’album e anche dell’ultima canzone. Ho scritto la musica per quel pezzo in un periodo molto intenso della mia vita in cui mi sentivo incapace di prendere il controllo delle cose, sentendomi intrappolato e appunto fermo. Il nostro cantante Sierk, che ha scritto il testo, si è avvicinato all’argomento perchè stava vivendo un’esperienza personale molo simile, così musica e testi combaciano alla perfezione. Ti riporto le sue parole sui testi e sulla canzone:

“Ho scritto i testi di “Sistere” in un periodo della mia vita in cui ero alle prese con delle questioni personali che prima o poi diventano fondamentali per tutti. Cercavo uno scopo per la mia vita, che fosse l’amore o la conoscenza, ma non mi sentivo soddisfatto, era come se restassi fermo. Le altre canzoni dell’album hanno a che vedere con le emozioni umane, in generale quelle più oscure. Noi esseri umani siamo piuttosto interessanti quando formiamo un gruppo, ma le nostre contraddizioni interiori possono creare un certo scalpore. Basta leggere o ascoltare un notiziario. Anche ascoltando la musica degli Izah potrete percepire queste contraddizioni.”

La copertina dell’album è un disegno semplice ed efficace che rappresenta un sentiero attraverso un bosco. Non appare il titolo dell’album e nemmeno il nome del gruppo. Come mai questa scelta?

Secondo noi anche la copertina del disco deve possedere un valore artistico. Musica e arte visiva devono essere complementari ma anche sapersi distinguere. Dal nostro punto di vista, il disegno rappresenta piuttosto bene le differenti venature dell’album, non c’era bisogno del titolo o del nostro nome. Avrebbero solo rovinato il soggetto. Riguardo la scelta di una foresta, Twan (chitarra) ha creato l’output visuale e la natura è una delle sue principali fonti di ispirazione. Così quando crea la sua personale interpretazione della musica, questa contiene sempre elementi che appartengono alla natura. Nel caso di “Sistere”, ciò che mi colpisce è soprattutto il sentiero che attraversa la foresta, è perfetto perchè rappresenta un viaggio, proprio come il disco.

Ci sono ben tre chitarristi nella band e dal mio punto di vista questo crea una forte sinergia e potenza, un vero muro di suoni. Vuoi dirci qualcosa in più?

Twan e io siamo chitarristi “full-time”, mentre Michel si divide tra la chitarra e i synth. In genere è una sola chitarra che esegue i riff più pesanti, mentre una seconda prende il controllo della melodia portante e la terza esegue una melodia contraria o alcuni semplici accordi. Spesso usiamo anche i synth al posto delle chitarre. Quando una canzone è al suo climax, ciascuno strumento suona in ogni zona di frequenza e questo crea il “muro” di cui parli. Mi piacerebbe comporre per più strumenti, vorrei vedere quante melodie potremmo mischiare. Ahahaha, chissà, forse un giorno ci proverò.

L’ultimo brano dura più di trenta minuti ma è molto dinamico e vario. Come siete riusciti a mantenerlo tanto intenso e orecchiabile nonostante la sua lunghezza?

La titletrack racconta una storia personale e questa stessa storia è di per sè dinamica. La sfida, naturalmente, è catturare questa caratteristica e renderla in musica. Di solito ci sono molti tentativi, correzioni e aggiunte nel processo creativo delle nostre canzoni, ma l’ossatura di quel pezzo è uscita facilmente, probabilmente perchè era molto vicino alla storia che raccontava. Come per ogni canzone, una volta che abbiamo una base che ci soddisfi, iniziamo a lavorare sui dettagli: aggiungiamo qualche suono, creiamo effetti, aggiustiamo i volumi, eccetera. A quel punto facciamo delle prove e registriamo per poter sentire il nuovo pezzo come degli “ascoltatori” e non come musicisti. E’ qui che decidiamo quante volte dovrebbe ripetersi un riff, a quale velocità, eccetera. Quando suoni una canzone la percepisci in maniera differente rispetto a quando la ascolti. Deve andare bene per entrambe le parti. “Sistere” non era stata concepita per durare trenta minuti, ma è uscita così e sembra che funzioni bene.

Suonerete dal vivo dopo l’uscita dell’album? In genere che tipologia di pubblico interviene ai vostri concerti?

Presenteremo ufficialmente il nostro album al Roadburn, il 12 Aprile, un appuntamento che ci stimola parecchio. Per noi è sempre stato un sogno poter suonare al Roadburn e finalmente il momento è arrivato. In seguito pianificheremo un piccolo tour più avanti, quest’anno. Non ci sono ancora date confermate ma speriamo di suonare anche in Italia. Il pubblico che interviene ai nostri concerti è piuttosto vario. Dipende anche dalle band con cui suoniamo. Abbiamo suonato per i fan del metal e dall’hardcore ma anche del post-rock e di tutto ciò che sta nel mezzo. Non abbiamo un ascoltatore “tipico”, l’audience di solito è diversa e questo ci piace davvero.

Non ultimo, volete lasciare un messaggio ai nostri lettori?

Supportate la musica, non le mode. Grazie per l’interesse mostrato verso la nostra band.

 

 

andrea.sacchi

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Poser di professione, è in realtà un darkettone che nel tempo libero ascolta black metal, doom e gothic, i generi che recensisce su Metallus. Non essendo molto trve, adora ballare la new wave e andare al mare. Ha un debole per la piadina crudo e squacquerone, è rimasto fermo ai 16-bit e preferisce di gran lunga il vinile al digitale.

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