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Blackfield – Recensione: IV

Con una durata che eccede di poco la mezz’ora “IV” sancisce il definitivo nuovo corso dei Blackfield, band la cui gestione è ormai tutta nelle mani del compositore israeliano Aviv Geffen.

L’opener “Pills” ci ha ricordato le tematiche più cupe dell’esordio e si erge a traccia più interessante di un lotto invero abbastanza deludente; la seguente “Springtime”, come suggerisce anche il titolo, è decisamente più ariosa ma inizia appunto a far presagire un livello medio di pezzi non esaltante. Nonostante una separazione artistica consensuale la figura di Steven Wilson gravita ancora nell’operato Blackfield, in alcune parti di chitarra, sporadici contributi vocali (“Jupiter”) e dietro al banco mix; non vengono sfruttati al meglio anche ospiti di un certo rilievo come Vincent Cavanagh degli Anathema che presta la sua calda voce a “X-Ray” ma anche Brett Anderson degli Suede e Jonathan Donahue dei Mercury Rev denotando un piattume compositivo che ci ha negativamente sorpresi.

“Lost Souls” ricorda i Beatles più introspettivi ma la sensazione è che gli arrangiamenti molto curati siano l’unica dote che tenga a galla composizioni alquanto superficiali, generando un album pop/rock svogliato ed inconcludente.

Delusione.

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