Iron Maiden: Live Report e foto della data di Milano

L’unica data italiana degli Iron Maiden per il Future Past Tour ha un sapore di rivincita, dopo la sfortuna del 2022, quando la band, in scena a Bologna, non si era esibita a causa di un forte temporale. Un anno dopo l’ambientazione è diversa e il problema è un po’ l’opposto. Il caldo la fa da padrone e all’Ippodromo Snai di San Siro non ci sono punti all’ombra; verso sera, quando gli Stratovarius tarderanno ad arrivare, la security ha distribuito bottigliette d’acqua nelle prime file, anche se probabilmente sono gli spettatori al di fuori del Golden Circle a risentire maggiormente della situazione. Non mancano le polemiche per il sistema di pagamento ai vari chioschi sparsi in giro, che richiedono l’utilizzo dei famigerati token, per non parlare del deflusso del pubblico a fine concerto, laddove si è assistito a un curioso, ma del tutto pacifico, mash up fra i fan dei Maiden e quelli degli Arctic Monkeys, che avevano il loro concerto a breve distanza. La musica però è la protagonista di tutto, per cui andiamo ad analizzare questo lungo pomeriggio, il secondo nell’anno sotto il nome di The Return Of The Gods.

THE RAVEN AGE

I primi a salire sul palco sono i The Raven Age, un accompagnamento a cui abbiamo già assistito alcuni anni fa, di cui non ci dobbiamo stupire visto che (lo ricordiamo per chi non lo sapesse) alla chitarra troviamo George Harris, uno dei figli di Steve. La band sviluppa ancora un genere differente da quello degli headliner, che pur pescando nel metal melodico si concede diversi passaggi più moderni, e una setlist incentrata in modo quasi esclusivo sul nuovo album “Blood Omen”, pubblicato una settimana prima. L’esibizione, per quanto buona dal punto di vista esecutivo, la sensazione è sempre quella di una band che potrebbe fare di più o che, forse, non è ancora riuscita a trovare la propria strada nel mondo. (Anna Minguzzi)

BLIND CHANNEL

Se i The Raven Age difettano di personalità, si può fare un discorso abbastanza simile per i Blind Channel. La band finlandese, infatti, viene ricordata in particolare per due aspetti: una tenuta di palco notevole, con i musicisti che si scatenano in salti, giravolte turbinose e la richiesta rivolta al pubblico di un wall of death, e l’esecuzione della cover di “Left Outside Alone” di Anastacia. Divertenti e promossi a pieni voti, quindi, per quanto riguarda la parte più estetica dell’esibizione; per quanto riguarda quella dei brani proposti, se l’unico che rimane in mente è una cover (per quanto fatta bene, ci mancherebbe), si potrebbe pensare che ci sia qualche problema di fondo. (Anna Minguzzi)

EPICA

I portabandiera olandesi del symphonic metal non erano probabilmente la band più attesa dai partecipanti, ma hanno saputo difendersi egregiamente. Il carisma e l’estensione vocale di Simone Simmons non hanno infatti tardato a conquistare il pubblico, soprattutto quello delle prime file. L’elegante frontwoman si guadagna anche un coro in maniera spiritosa, quando dichiara di sapere che il suo nome in italiano è maschile e non femminile e che allora per oggi possiamo chiamarla Simona!
L’occasione di aprire per leggende dell’heavy metal come gli Iron Maiden è imperdibile, per cui tutto il gruppo appare carico e partecipe, con in particolare il tastierista Coen Janssen e il chitarrista Isaac Delahaye sugli scudi. I 45 minuti a disposizione scorrono quindi senza intoppi: segnaliamo come highlight la recente “The Final Lullaby”, decisamente apprezzata, e “Beyond The Matrix”, che fa saltare gran parte dei presenti. (Matteo Roversi)

STRATOVARIUS

Che dire della sfortunata partecipazione degli Stratovarius al “The Return Of The Gods Festival”? Nel momento in cui scriviamo, ormai tutti sapranno già che le icone del power metal anni ’90 sono arrivate sul palco in estremo ritardo per la proverbiale serie di sciagurati eventi: prima il loro volo è stato cancellato, poi il furgone che hanno preso a noleggio, dopo che un volo sostitutivo li aveva portati a Zurigo, si è rotto durante la traversata delle Alpi.
Il risultato è che i nostri sono arrivati all’ippodromo di Milano in tempo utile per suonare due soli pezzi. La scelta è ricaduta sui cavalli di battaglia “Black Diamond” (sfortuna nelle sfortune: il microfono di Timo Kotipelto non ha funzionato per buona parte della canzone) e “Hunting High And Low”.
È chiaro che la band ci tenesse ad essere lì, davanti a un pubblico enorme e subito prima dei Maiden, vista la concitazione con cui ha preparato gli strumenti. La maggioranza dei presenti, dal canto suo, ha compreso e li ha sostenuti, chiedendo a gran voce “one more song” al termine della breve performance, ma in situazioni come queste il tempo è tiranno. Apprezziamo la passione e la professionalità! (Matteo Roversi)

IRON MAIDEN

Inutile rimarcarlo, ma gli incontrastati protagonisti di questo festival erano loro. Non appena si è saputo che il nuovo tour degli Iron Maiden si sarebbe concentrato in buona parte sul classico “Somewhere In Time”, l’entusiasmo di tutti i metalhead del pianeta è salito alla stelle: eccitazione cresciuta ulteriormente quando la prima data del “The Future Past Tour” ha rivelato che in setlist era presente “Alexander The Great”, canzone capolavoro estratta da quell’album e amatissima dai fan, ma mai eseguita prima dal vivo. Andiamo però con ordine.
Siamo addirittura in anticipo di una decina di minuti sulle 21.00 quando l’immancabile “Doctor Doctor” degli UFO viene trasmessa per scaldare il pubblico; segue a stretto giro la colonna sonora che Vangelis ha scritto per i titoli di coda del film capolavoro Blade Runner, scelta come intro per questo tour. Poi partono le prime note di “Caught Somewhere In Time”, e l’ippodromo di Milano letteralmente
esplode.
La opener del già citato album, il secondo estratto da quel disco “Stranger In A Strange Land”, ma anche la nuova “The Writing On The Wall” vengono cantate a gran voce dai presenti e ci mostrano una band in ottima forma. Bruce Dickinson è il solito mattatore, Janick Gers è scatenato, mentre Steve Harris e Dave Murray non si risparmiano come sempre. Restano invece più appartati Adrian Smith e Nicko McBrain, con quest’ultimo particolarmente concentrato sul proprio strumento: considerati la sua età e la complessità delle parti di batteria dei Maiden, tanto di cappello.
“Days Of Future Past” e “The Time Machine”, estratte dall’ultimo “Senjutsu”, si collegano comunque a “Somewhere In Time”, considerato il loro argomento, e rallentano un po’ il ritmo. In occasione della seconda, il buon Bruce è anche protagonista di un divertente siparietto sulla passione degli italiani per le auto sportive.
Segue un altro graditissimo ritorno nelle setlist della Vergine di Ferro, quello di “The Prisoner”, canzone ispirata all’omonima serie TV di culto della BBC degli anni ‘60, il cui refrain viene cantato di nuovo in coro da tutta l’arena. Rende molto bene anche la successiva “Death Of The Celts”, altro brano da “Senjutsu” che ha visto il debutto dal vivo in questa tournée. Molto interessante il preambolo al pezzo fatto da Bruce Dickinson, che stavolta è serio nello spiegare come lo sterminio di un popolo non può comunque cancellare le sue tradizioni, la sua cultura e la sua letteratura.

Si procede con la sempre partecipatissima “Can I Play With Madness” e con il ritorno di “Heaven Can Wait”, seguite da uno dei momenti più attesi del tour. Come già abbiamo anticipato, i fan degli Iron Maiden aspettavano da decenni un’esecuzione live di “Alexander The Great”: quel giorno è finalmente arrivato e le migliaia di persone accorse a Milano possono assistere, con un atteggiamento al limite del religioso, a una performance perfetta della suite dedicata alle gesta di Alessandro Magno.
Il segmento principale del concerto si chiude con due canzoni immancabili: “Fear Of The Dark” e “Iron Maiden”. Chi ormai ha seguito la band dal vivo in più e più occasioni potrà anche dirsi stanco di tali brani, ma pensiamo anche a chi li vedeva per la prima volta; i fan più giovani appaiono infatti decisamente coinvolti da questa doppietta.
Dopo il finto ritiro dietro le quinte di rito, i nostri tornano in scena per gli encore. Si parte con “Hell On Earth”, accompagnata da un suggestivo telone che richiama il grande classico del cinema di fantascienza “Il pianeta delle scimmie” e da continue fiammate pirotecniche: ottima anche la resa di questo nuovo brano, dobbiamo dire. La chiusura è affidata ad altri due immortali capolavori del gruppo: “The Trooper” e
“Wasted Years”. L’ultima canzone da “Somewhere in Time” consegna alla storia una serata magica, ennesima tappa spettacolare di un tour riuscitissimo, che incorona ancora una volta gli Iron Maiden come inscalfibili icone del nostro genere preferito. (Matteo Roversi)

anna.minguzzi

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E' mancina e proviene da una famiglia a maggioranza di mancini. Ha scritto le sue prime recensioni a dodici anni durante un interminabile viaggio in treno e da allora non ha quasi mai smesso. Quando non scrive o non fa fotografie legge, va al cinema, canta, va in bicicletta, guarda telefilm, mangia Pringles, beve the e di tanto in tanto dorme. Adora i Dream Theater, anche se a volte ne parla male.

matteo.roversi

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Nerd e metallaro, mi piace la buona musica a 360 gradi e sono un giramondo per concerti (ma non solo per questi). Oltre al metal, le mie passioni sono il cinema e la letteratura fantasy e horror, i fumetti e i giochi di ruolo. Lavorerei anche nel marketing… ma questa è un’altra storia!

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