Iron Maiden: “Killers” 35th Anniversary – Il nostro track by track

Iron Maiden KillersGuardate bene la copertina di “Killers”. Quello è Eddie. Il vero Eddie, quello che tutti noi conosciamo, uno zombie metallaro (e non più il punk del disco omonimo) armato di accetta e intento a fare ciò che più gli piace: uccidere. Un’immagine disturbante considerando che ci troviamo nel 1981, ma destinata a entrare nella memoria collettiva. Non fu l’unica, è vero, ma “Killers” resta uno dei migliori esempi di cosa fosse l’heavy metal e fin dove potesse spingersi prima del suo effettivo boom commerciale, comunque alle porte. E che vi piaccia o no, non c’era Bruce Dickinson, il vocalist è quel litigioso beone di Paul Di’Anno, un’ugola al vetriolo che forse non poteva raggiungere le vette della futura sirena aerea, ma che sapeva scuotere come pochi altri. E poi ecco arrivare alla corte della Vergine di Ferro un certo Adrian Smith, un chitarrista perfetto e scrupoloso, capace di irrorare i brani con quel tocco di epico e barocco che in seguito sarebbe diventato uno dei marchi di fabbrica degli Iron Maiden. La coppia d’asce si completa alla perfezione con Adrian Smith, poi c’è il basso potente e caratteristico di Steve Harris e alla batteria quel legno di Clive Burr. Non ce ne vogliate, ma a noi piace pensare che questa fosse una dele formazioni più belle degli Iron Maiden, una delle più sincere per lo meno. E fottutamente heavy metal. Perchè “Kllers” è heavy metal in ogni sua nota: senza ritocchi, senza produzioni hollywoodiane ma con rabbia e sudore. A 35 anni suonati dalla sua uscita, Metallus.it vi offe un track by track dello storico disco, che ancora stupisce per coinvolgimento a attualità.


The Ides of March

Tutto inizia qui: gli accordi pieni e le rullate di batteria riconoscibili fra mille, le svisate delle chitarre soliste (esordio per Adrian Smith) che si doppiano e si rincorrono, quello stile di cavalcata mid-tempo che sarà un marchio di fabbrica della Vergine di Ferro mentre un assolo si libra nell’aria e in meno di due minuti si torna al giro di partenza. Semplice ed essenziale, un pezzo perfettamente in linea con tutto ciò che segue in questo platter, mostrando in nuce gli elementi che gli Iron Maiden, musicalmente, svilupperanno negli anni a venire. (Fabio Meschiari)


Wrathchild

Uno degli inni maideniani più amati, un pezzo di circa tre minuti e dannatamente tosto che ha unito generazioni di fan, ancora oggi pronti a cantarlo a squarciagola dal vivo. La voce sguaiata di Paul Di’Anno vomita la rabbia del “figlio dell’ira”, protagonista di un ottimo testo suscettibille di varie chiavi di lettura, forse un individuo in cerca di qualcuno (la figura paterna?) da cui ottenere vendetta. Questi sono gli Iron Maiden più heavy metal e con un pizzico di attitudine punk, che senza perdersi in nessun fronzolo esecutivo, sfornano un brano eccellente e dal refrain irresistibile, basato sui dialoghi tra le chitarre di Dave Murray e Adrian Smith e sul basso pulsante del mattatore Steve Harris. (Andrea Sacchi)


Murders in the Rue Morgue

Iron Maiden Maiden Japan
Iron Maiden – Maiden Japan (Live EP)

Incontro, destinato a ripetersi più volte, tra gli Iron Maiden e la letteratura, “Murders In The Rue Morgue” è un brano ispirato al racconto “I Delitti Della Rue Morgue” di Edgar Allan Poe (per quanto non ne segua fedelmente la trama). E’ un altro dei pezzi più intriganti pensati per “Killers”, dotato di un chorus ficcante che Paul Di’Anno declama con vigore, protagonista nel complesso di un’interpretazione intensa e partecipe. Vince la sezione ritmica e c’è anche spazio per l’estro del compianto Clive Burr, soprattutto nella prima parte del pezzo, mentre la coppia Murray/Smith offre sovrapposizioni di chitarra taglienti ma dotate di una certa eleganza. Tutto perfettamente in linea con la natura del racconto Giallo ricalcata dalla canzone. (Andrea Sacchi)


Another Life

Un pezzo un po’ bistrattato degli Iron Maiden. Fin dall’inizio è propriamente un sigillo posto dal gruppo è invero sottovalutato probabilmente per la commistione tra l’intermezzo che fa riferimento al punk per la velocità e l’assolo successivo che non è altro che un lisergico metal con tanto di effetti speciali. Un ponte che lega idealmente la NWOBHM, dei quali i nostri saranno gli alfieri più indefessi, alla voglia di sperimentare e al tiro rabbioso in voga in quegli anni. (Fabio Meschiari)


Genghis Khan

Dopo “Transylvania” del debutto, “Gengis Khan” è IL brano strumentale degli Iron Maiden. Solo tre minuti di grandissimo metal. L’inizio epico e battagliero è inconfondibile, con le ovvie atmosfere orientali che però non prendono il sopravvento sull’assalto strumentale di Harris e soci. La batteria di Clive Burr è uno dei tasselli fondamentali del brano, che dopo i primi 60 secondi si apre in una sfuriata metal proto-thrash. Nell’ultimo minuto ennesimo cambio di ritmo e si torna sulle atmosfere epiche dove Murray e  Smith con poche e semplici note pennellano una conclusione superlativa. Probabilmente una delle gemme dei Maiden meglio nascosta negli anni, nonchè progenitrice del metal tecnico più pesante degli anni successivi. (Tommaso Dainese)


Innocent Exile

Un altro brano parecchio heavy, un episodio destinato a diventare non particolarmente fortunato all’interno della vasta produzione maideniana, ma comunque efficace e potente. La sezione ritmica guida le sorti del pezzo, ritmato e veloce, con un Burr che picchia duro ancor prima dell’ingresso delle chitarre. Paul Di’Anno canta con rabbia il dramma di un uomo accusato ingiustamente di aver ucciso una donna e costretto a una continua fuga, appunto un “esilio da innocente”. Da brividi il suo urlo finale, testimone di tutta l’angoscia del protagonista della canzone. (Andrea Sacchi)


Iron Maiden Purgatory
Iron Maiden – Purgatory (Singolo)

Killers

La title track, un inizio di basso che avvolge e gli acuti di Paul Di’Anno, un giro classico che più classico non si può nello stile riconoscibilissimo di questi portabandiera: unisoni fra basso e chitarre e un ritornello anthemico con una progressione melodica degna di essere mandata a memoria, così come gli assoli in cui le due asce e il basso duellano in maniera eccelsa. Di’Anno fornisce una delle sue prove migliori e dimostra di essere un bravo narratore dietro al microfono grazie alle sue capacità espressive. (Fabio Meschiari)


Prodigal Son

Una ballata-gioiello, coi piedi ancora ben radicati nel rock di stampo inglese anni ’70 (il riferimento a Lamia, presente nei Genesis di qualche anno prima probabilmente non è un caso…), sognante con le note di chitarra e le evoluzioni del solo di chitarra, fortemente suggestivo: la successione di arpeggi seguita dal tempo terzinato è l’asso della manica, così maledettamente nel passato e così prepotentemente con un piede già nel futuro. (Fabio Meschiari)


Purgatory

Ennesima scheggia di poco più di 3 minuti. Ritmiche serratissime e Di Anno ancora cruciale per la riuscita del brano. E’ la “Sanctuary” di Killers ma con una spinta metal ancora più potente. Il ritornello è da antologia, uno dei più belli scritti da Harris e soci nella prima fase della band. Veloce e epica, “Purgatory” è l’ennesima gemma degli Iron Maiden che verrà poi oscurata dal periodo Dickinson. Le soluzioni ritmiche e melodiche di un brano come questo non le ascolteremo mai più nella discografia della band. (Tommaso Dainese)


Iron Maiden Twilight Zone
Iron Maiden – Twilight Zone (Singolo)

Drifter

Il riffone iniziale è uno dei trademark di questo album. “Drifter” è sicuramente uno dei brani più amati di “Killers” e a differenza di pezzi più aggressivi (Killers, Wrathchild) o progressivi (Prodigal Son, Gengish Purgatory), è senza dubbio più tradizionale rispetto a quanto proposto nel precedente debutto dei Maiden. “Drifter” però, forse anche per la sua semplicità, rimarrà come uno dei brani più apprezzati dell’era-Di Anno. Il riff è da antologia con una base rock’n’roll che a 35 anni di distanza fa ancora decisamente muovere il famoso piedino. (Tommaso Dainese)


Bonus – Twilight Zone

“Twilight Zone” è il primo singolo lanciato per promuovere “Killers” ma non trova posto nella tracklist della prima versione dell’album, rimanendo brano a sè stante anche se compreso nell’era Killers, come già successe prima per “Women In Uniform”. Probabilmente se incluso nella tracklist, sarebbe stato il brano più debole dell’album; nonostante ciò i 2 minuti e mezzo della canzone scorrono via piacevoli senza grandi scossoni. Un brano da collezionisti, soprattutto in virtù del mitico 7″ (Tommaso Dainese).

Iron Maiden 1981

tommaso.dainese

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Folgorato in tenera età dall'artwork di "Painkiller", non si è più ripreso. Un caso irrecuperabile. Indeciso se voler rivivere i leopardi anni '80 sul Sunset o se tornare indietro nel tempo ai primi anni '90 norvegesi e andare a bere un Amaro Lucano con Dead e Euronymous. Quali siano i suoi gusti musicali non è ben chiaro a nessuno, neppure a lui. Dirige la truppa di Metallus.it verso l'inevitabile gloria.

andrea.sacchi

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Poser di professione, è in realtà un darkettone che nel tempo libero ascolta black metal, doom e gothic, i generi che recensisce su Metallus. Non essendo molto trve, adora ballare la new wave e andare al mare. Ha un debole per la piadina crudo e squacquerone, è rimasto fermo ai 16-bit e preferisce di gran lunga il vinile al digitale.

Fabio Meschiari

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Musica e birra. Sempre. In spostamento perenne fra Asia e Italia, sempre ai concerti e con la birra in mano. Suonatore e suonato, sempre pronto per fare casino. Da Steven Wilson ai Carcass, dai Dream Theater ai Cradle of Filth, dai Cure ai Bad Religion. Il Meskio. Sono io.

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