Iron Maiden: Live Report della data di Roma

Nove anni dopo l’ultima calata, anche se allora dietro il microfono (ri)s(i)edeva Blaze Bayley, i mostri sacri del metallo britannico, gli inossidabili Iron Maiden tornano a far visita a Roma. E per l’occasione scelgono una compagnia d’eccezione per omaggiare lo Stadio Olimpico, a memoria d’uomo mai aperto alla musica del Demonio. Per fortuna sembra che l’iniziativa sia stata apprezzata, considerata l’affluenza di pubblico che ha praticamente riempito il campo di gioco e la tribuna centrale antistante al palco.

Complice un colpevole ritardo di chi scrive, amplificato a dismisura dal ‘Gioco dell’Oca’ predisposto dagli organizzatori per raggiungere la cassa accrediti, giungiamo ai Sadist per le ultime due canzoni. L’impressione è comunque ottima ed accresce il rimpianto di non aver visto l’intera esibizione. La band sembra decisamente in palla e, complice anche l’ottima e per certi versi inaspettata accoglienza del pubblico, appare assolutamente entusiasta. Considerata la qualità dell’ultimo lavoro in studio, non resta da sperare che questa seconda vita della band genovese raccolga tutti gli allori che avrebbe già meritato la prima.

Sale sul palco Lauren Harris. Noi, al padre, siamo in grado di perdonare ogni cosa. Abbiamo superato anche l’aver assunto un cantante roco per fargli fare il verso ad una sirena antiaerea, ma ci sentiamo in decisa difficoltà di fronte ad un caso di nepotismo così esasperato. La figlia Avril-Lavigne-Wannabe, oltre a mostrare solide basi mammellari, non mette in evidenza molte altre qualità. Si cimenta in un pop allegrotto, con chitarre e batteria più pesanti del solito “Le pubblicità Mentos suonate più dure da una band post-glam che vive un’insperata seconda giovinezza”, ce la descriveva un compagno di avventura. E difficilmente si potrebbe trovare definizione più calzante.

Con i Mastodon si torna a fare sul serio. Estasiati dall’ottimo ‘Blood Mountain’ e memori di una buona performance al Gods Of Metal 2005, le aspettative sulla band sono notevoli ma, purtroppo, non tutte vengono rispettate. I suoni sono confusi e impastati (sembra sia una caratteristica comune delle loro ultime esibizioni) ed il rapporto con il pubblico non è dei migliori. Certo, gli ultimi brani sono molto complessi, lunghi ed articolati e suonarli alle 5 del pomeriggio a 40 gradi non è sicuramente la situazione ideale. Ma di certo, soprattutto a livello di interazione, si poteva fare di più. Non è comunque un caso che gli ultimi due brani, soprattutto la conclusiva ‘Blood And Thunder’, più diretti ed essenziali, abbiano sollevato la reazione del pubblico, comunque apparentemente soddisfatto.

Cambio di palco, incredibilmente rapido, ed ecco Rob Flynn ed i suoi Machine Head. Il carismatico singer americano si conferma una macchina da guerra sul palco. Un set che pesca molto dall’ultimo lavoro, ancora una volta buono ma non eccelso (almeno a parere di chi scrive) ma, per fortuna, anche dai primi dischi della band. Non è un caso che il delirio maggiore si scateni con le varie ‘Take My Scars’, ‘Old’ o (panico puro) ‘Davidian’, anche se a onor del vero il pubblico reagisce bene anche alle ultime canzoni e soprattutto alla dedica, fatta veramente con il cuore, a Dimebag Darrell. Ancora una volta, comunque, il difetto è rappresentato dai suoni, sempre troppo compatti e impastati, tanto che in alcuni frangenti batteria e chitarre si univano in un unico calderone in cui era difficile cogliere i passaggi più intricati. Resta la soddisfazione di aver visto una delle più agguerrite macchine da guerra in circolazione.

Ogni volta che leggi il nome Motorhead in scaletta sai già che hai perso il conto delle volte che li hai visti. E sei sicuro che valga lo stesso per tutti i presenti. Eppure, ogni volta che Lemmy esce dalle quinte e urla ‘We Are Motorhead’ la gente si alza in piedi e si riversa sotto il palco oppure inizia a dimenarsi sul posto. È forse la forza della leggenda, di un mito che ormai dura da trent’anni a dispetto di tutte le leggi della fisica e dei consigli di cardiologi, dietologi e (ormai) geriatri. Alzando i volumi a palla, il trio più rumoroso del mondo affronta di petto il pubblico romano e trova immediati consensi. D’altronde ‘Stay Clean’, ‘Metropolis’, la meravigliosa ‘In The Name Of Tragedy’ dall’altrettanto bello ‘Inferno’, oppure l’accoppiata conclusiva ‘Ace Of Spades’ e ‘Overkill’ sono canzoni in grado di smuovere anche i cadaveri, figuriamoci un pubblico già scaldato dai Machine Head e in attesa fremente degli headliner della serata. Li abbiamo visti milioni di volte, ma li rivedremmo altrettante.

Ed infine eccoli. Attesi, bramati e sospirati da tutto il pubblico, emergono gli Iron Maiden sfoggiando una scenografia che riprende i contenuti guerreschi dell’ultimo ‘A Matter Of Life And Death’, da cui gli Iron pescano molte (a giudizio di gran parte del pubblico, sicuramente troppe) canzoni. Si inizia con il trittico iniziale dell’ultimo lavoro in studio – ‘Different World’, ‘These Colours Don’t Run’ e ‘Brighter Than A Thousand Suns’ – ed immediatamente si capisce che il confronto con i vecchi del passato sarà arduo. Lo stile è quello, inconfondibile ed ormai marchio di fabbrica piu’ che registrato, ma, oltre ad una lunghezza veramente eccessiva, i nuovi brani pagano una pochezza di contenuti che li fa decisamente sfigurare rispetto al terzetto di classici che arriva dopo. ‘Wrathchild’, ‘The Trooper’, e un’inaspettata – ma meravigliosa sorpresa – ‘Children of the Damned’ scuotono l’Olimpico da capo a piedi e fanno capire ai presenti perché, dopo quasi trent’anni, questa band è ancora qui. Un altro paio di brani dall’ultimo disco, compreso quell’orrendo e infinito singolo, e poi si inizia a fare sul serio. Arrivano i super-classici, da ‘Fear Of The Dark’ a ‘Run To The Hills’ fino alla prima chiusura di ‘Iron Maiden’. Si ricomincia con ‘2 Minutes To Midnight’ e si chiude definitivamente con ‘Hallowed Be Thy Name’, sempre meravigliosa. Che dire? Gli Iron sono e saranno sempre gli Iron ed è encomiabile la loro coerenza di voler comunque dare visibilità al materiale più recente. Resta il fatto, inconfutabile, che una scaletta distribuita in modo migliore, e magari leggermente più lunga, avrebbe soddisfatto maggiormente tutti i fan presenti.

Fra le note a margine, da segnalare le ottime scenografie, compreso il carrarmato da cui si erge un Eddie binocolato; un Bruce nuovamente vestito da soldato dell’Impero britannico per ‘The Trooper’; il caprone di ‘The Number Of The Beast’; Janick Gers che suona la chitarra praticamente con tutto quanto a disposizione (dopo il cavo del jack, gli scalini del palco e il mitra di un Eddie gigante in versione militare, ci aspettiamo – magari per il tour d’addio? – che tiri fuori il batacchio e lo sbatta ferocemente sul Mi cantino) e la promessa per il prossimo anno: ‘Ci fermeremo per un po’, perché stiamo costruendo una piramide da portare sul palco’. Il resto è storia e boati del pubblico…

Grazie alla collaborazione con OuTune abbiamo la possibilità di mostrarvi tutte le foto che abbiamo scattato a Roma. Eccole! L’assenza di foto degli Iron Maiden e’ legata alle scelte della band.

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