Interment – Recensione: Into The Crypts Of Blasphemy

Gli svedesi Interment arrivano al debutto discografico dopo ben 22 anni dalla loro costituzione, se non un record, poco ci manca… e senza ombra di dubbio la loro proposta si farà apprezzare dai nostalgici dello swedish sound vecchia maniera. Ripescando brani anche dai vecchi demo i nostri cari metal maniac ci consegnano infatti una tracklist traboccante di quel bel suono marcio e ribassato che ci ha fatto amare band come Entombed (citati esplicitamente in più punti) e Dismember. Una miscela indubbiamente semplice ed usurata, tanto da essere facilmente riproducibile, ma proprio per questo difficile da far “girare” a pieno regime. Il rischio è quello di stancare dopo poche note o di mancare completamente il bersaglio per ciò che concerne la qualità compositiva. Fortunatamente gli Interment hanno materiale d’epoca su cui appoggiarsi, ed ecco che l’asfittica aria catacombale sembra mischiarsi magicamente con la polvere del tempo per farne uscire una sequenza di song assolutamente banali, ma dal (retro)gusto pungente. “Into the Crypts Of Blasphemy” è un disco totalmente fuori tempo, un piccolo regalo emerso dalle pieghe storia che fan e conoscitori metteranno in lista spesa senza fiatare.

Voto recensore
7
Etichetta: Pulverised Records

Anno: 2010

Tracklist: 01. Eternal Darkness
02. Torn from the Grave
03. Dreaming in Dead
04. Stench of Flesh
05. Where Death Will Increase
06. Sacrificial Torment
07. Night of the Undead
08. Morbid Death
09. The Pestilence
Sito Web: http://www.myspace.com/ironfateband

riccardo.manazza

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Incapace di vivere lontano dalla musica per più di qualche ora è il “vecchio” della compagnia. In redazione fin dal 2000 ha passato più o meno tutta la sua vita ad ascoltare metal, cominciando negli anni ottanta e scoprendo solo di recente di essere tanto fuori moda da essere definito old school. Il commento più comune alle sue idee musicali è “sei il solito metallaro del cxxxo”, ma d'altronde quando si nasce in piena notte durante una tempesta di fulmini, il destino appare segnato sin dai primi minuti di vita. Tra i quesiti esistenziali che lo affliggono i più comuni sono il chiedersi il perché le band che non sanno scrivere canzoni si ostinino ad autodefinirsi prog o avant-qualcosa, e il come sia possibile che non sia ancora stato creato un culto ufficiale dei Mercyful Fate.

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