ScreaMachine: “Wisdom Of The Ages” – Intervista a Francesco Bucci

L’omonimo debutto degli ScreaMachine ha rappresentato una delle più gradite sorprese della prima metà del 2021. Come già abbiamo potuto notare in fase di recensione, non parliamo però di musicisti alle prime armi: questa nuova forza del metal classico tricolore include infatti membri di Stormlord e Kaledon e nasce da un’idea di Francesco Bucci, bassista dei primi. È proprio lui che abbiamo raggiunto per farci raccontare tutto su questa band emergente.

Sormlord e Kaledon sono realtà ormai storiche e affermate sulla scena italiana: qual è stata la scintilla che vi ha spinti a mettervi in gioco con questo nuovo progetto?

Il progetto ScreaMachine nasce sostanzialmente da una mia idea, una mia urgenza: la line-up si è formata dopo. Un’urgenza che ho avuto verso la fine del 2017 (quindi me la sono presa con grande comodità, ahahah!), in un momento di riflessione su quella che è la mia carriera musicale: ho pensato che ho dedicato moltissime energie agli Stormlord, di cui sono parte molto attiva fin dal primo disco, ma che nonostante ciò, in tutti questi anni, non mi ero mai dedicato a quelle sonorità che, quando ero teenager, mi hanno portato a entrare nel magico mondo dell’heavy metal. Sonorità che mi hanno dato tanto e che sono sempre rimaste fortemente nel mio cuore. Come tutte le persone di una certa età, io non ascolto un solo genere musicale, spazio molto; sono poi sempre andato per addizione, non per sottrazione. Ho cominciato ad ascoltare metal con la classica cassettina di “Kill’Em All” dei Metallica, a cui si sono aggiunti vuoi gli Iron Maiden, vuoi i Saxon, vuoi gli Accept, vuoi i Savatage… Poi mi sono espanso a tutto il metal estremo, ma ho continuato ad amare tantissimo le sonorità che mi hanno portato in questo mondo.

Per farla breve, molto semplicemente ho fatto una telefonata a Valerio Caricchio, il cantante (nonché mio compagno di scuola che conosco da tantissimo tempo), forse il membro meno noto, ma il più caratteristico di tutto l’ensemble: era il tipo di cantante che io cercavo e il progetto ScreaMachine nasce un po’ con in mente la sua voce. Volevo sonorità che fossero “back to the roots”, cercavo quelle vibrazioni “pericolose” che puoi ritrovare negli Iron Maiden di Paul Di’Anno, negli Accept… Un metal che fosse aggressivo, bello “strillato”, e Valerio era la persona che faceva per me, anche perché lui è un grandissimo esperto del genere, nonché l’amico con cui sono andato al primo Gods Of Metal nel 1997. Da lì ho poi fatto uno squillo ad Alex (Mele, chitarrista; n.d.r.) dei Kaledon, altro amico con cui ci conoscevamo abbastanza bene. Essendo i Kaledon realtà affermatissima in questo genere, anche più vicina alla proposta degli ScreaMachine rispetto agli Stormlord, volevo chiedergli un consiglio: fortunatamente l’ho trovato in un momento in cui il nuovo progetto sarebbe interessato proprio a lui, e da lì è stato un domino! Lui ha infatti portato Paolo Campitelli, tastierista nei Kaledon e con noi chitarrista solista e produttore, e infine il batterista Alfonso Corace.

Sostanzialmente abbiamo quindi iniziato a scambiarci dei demo. ScreaMachine è frutto esclusivamente di passione, quello che senti è il disco più sincero possibile: io avevo in mente queste linee guida le ho presentate agli altri, naturalmente con possibilità di darmi il loro contributo. Volevo un disco che si rifacesse al classico heavy metal e onestamente non ero nemmeno sicuro che avremmo trovato un’etichetta, dato che non parliamo certo del genere più cool del momento. Abbiamo quindi deciso di fare solamente il disco che avremmo voluto sentire, e poi fortunatamente l’interessamento c’è stato, dato che abbiamo trovato la fiducia di un’etichetta… e che etichetta!

Sul lungo periodo, che spazio avranno gli ScreaMachine rispetto ai tuoi impegni con gli Stormlord?

Al momento gli ScreaMachine rappresentano assolutamente la mia priorità. Ragioniamo come band e siamo tutti molto dedicati al progetto: credo sia possibile far coesistere le nostre realtà, perché non è che si sta parlando dei Metallica! Ahahah! Con un po’ di buona volontà si può far coesistere tutto… basta rinunciare a ulteriori ore di sonno! Ahahah! Quando stai nella scena da un  bel po’ di tempo come noi hai capito che, se ami la musica, devi essere in grado di fare dei begli incastri: qui non è solo un discorso di band madre, è anche un discorso di lavoro, di famiglia, di figli… ma se tu hai un certo tipo di passione, troverai il modo di portarla avanti. Gli ScreaMachine in questo momento ci stanno dando tantissime soddisfazioni proprio perché abbiamo fatto una cosa veramente spontanea, per nostro piacere e che sta piacendo.

Siamo rimasti molto colpiti anche dalle reazioni. Onestamente, posso dirti che a me il disco piace molto, però non avevo idea di quali potessero essere le reazioni: in primo luogo, perché io per tanti anni come musicista mi sono confrontato sempre più o meno col genere estremo, quindi sono più competente su come vengono recepite le cose in quella scena; in secondo luogo, perché mi chiedevo cosa avrebbe potuto dire sugli ScreaMachine l’ascoltatore sempre in cerca di cose nuove e dinamiche, a cui magari anche Devin Townsend sembra uno immobile!

Tengo comunque sempre a rimarcare una cosa: fin dall’inizio la mia idea sugli ScreaMachine era quella di non ripetere, di non farli suonare come una tribute band. Le nostre influenze sono palesi: Priest, Maiden, Saxon, Accept, primi Metallica… però non vogliamo assolutamente giocare a fare la band che suona come a quei tempi. Anche a partire dalla produzione noi vogliamo adottare un approccio moderno, vogliamo riportare quel suono puramente heavy metal nel nuovo millennio. Proprio per questo non ci siamo messi a fare produzioni vintage, che suonassero come “The Number Of The Beast”. Di capolavori con quelle produzioni negli anni ‘80 ne sono usciti tanti, ma oggi grazie al cielo abbiamo delle tecnologie che ci permettono di avere chitarre e batterie ancora più rumorose, per cui utilizziamole!

Il vostro debutto esce su Frontiers, ovvero una nuova etichetta rispetto all’esperienza degli Stormlord: com’è stato lavorare per la prima volta con quella che da anni è ritenuta un’eccellenza italiana?

È in effetti la prima volta che lavoro con Frontiers come musicista, ma la seguo da tempo infinito: negli anni ’90 comprai infatti allo storico negozio Revolver, uno di quelli che hanno fatto la storia del metal a Roma (e che ora ovviamente è chiuso, come quasi tutti!), il live dei Ten “Never Say Goodbye”, che fu il primo disco di Frontiers. Nonostante la mia militanza negli Stormlord, sono comunque un appassionato di sonorità AOR, metal melodico e simili: mi piacciono ad esempio moltissimo Stan Bush e i Journey. Ho insomma sempre seguito Frontiers e l’ho vista crescere negli anni con grandissimo piacere, perché ovviamente vedere un’etichetta italiana, per la precisione napoletana, che arriva a imporsi nel mondo prendendo band come i Whitesnake e i Dokken è una cosa che ti apre il cuore.

Con loro avevo già avuto contatti professionali per altri motivi, quindi gli ho fatto sentire il disco, ma più per avere un indirizzo, non tanto per il genere (molti la identificano come un’etichetta molto dedita all’AOR e al metal melodico, ma la verità è che negli ultimi tempi si è aperta parecchio: ultimamente ha preso pure un paio di gruppi estremi e prima aveva i Primal Fear). Il nostro genere insomma ci poteva stare, però pensavo fosse un’etichetta troppo grossa per interessarsi a noi. E invece, io mi aspettavo un consiglio… ed è arrivata una proposta! E a quel punto ho assolutamente bloccato tutto: la possibilità di rapportarmi con un’etichetta così grossa e prestigiosa ha rappresentato una specie di sogno.

Come ho scritto in recensione, nel disco ho sentito i Judas Priest più coriacei (quelli di “Painkiller” e del periodo con Ripper Owens, per intenderci) e gli Accept: possiamo dire che queste sono alcune delle influenze che vi hanno ispirato?

Sì, assolutamente. Ci sono i Priest, perché come detto io avevo in mente un progetto che riprendesse un po’ la magia di quel sound quando non era ancora diventato thrash, speed, power, symphonic e quant’altro, e quando io penso al grado zero dell’heavy metal, penso ai Priest. Penso a loro e non ai Sabbath, che ovviamente sono i veri padri del metal, perché sono stati i primi che a un certo punto hanno fatto completamente fuori le radici blues e a partire da album come “British Steel”, “Screaming For Vengeance” e “Defenders Of The Faith” hanno cominciato a esprimersi con un tipo di sonorità che era puro heavy metal al 100%. Avendo poi questa linea guida, tutto il resto ne è conseguito: la NWOBHM, il riffing bello pesante alla Accept, altro gruppo che a me piace tantissimo…

Un’altra influenza a cui non oso neanche paragonarmi, perché per me si parla di una delle migliori band, sicuramente la più sottovalutata di tutto il genere heavy metal, sono i Savatage, di cui sono un grandissimo fan: non riesco a capire come mai non siano famosi come gli Iron Maiden, perché al netto della loro discografia avrebbero dovuto. Per quanto riguarda le mie personali influenze (nel gruppo scriviamo in quattro su cinque!) c’è moltissimo anche la matrice epica (io non sono negli Stormlord per caso…) che va dai Candlemass ai primi dischi dei Manowar, agli Omen e alle realtà con riff molto epici e cori da cantare col pugno in alto!

A livello lirico, c’è nell’album un tema ricorrente o un testo in particolare che vorresti  sottolineare?

Credo di essere abbastanza esperto di testi perché in tutta la carriera degli Stormlord penso di averne scritti, e non esagero, il 97% più o meno! Si tratta quindi di un aspetto a cui tengo tantissimo e amo molto artisti come King Diamond o gli stessi Iron Maiden, che non hanno mai trascurato l’argomento e non sono di quelli che dicono “nel metal va bene tutto, l’importante è la canzone”. Se il testo è bello, è un bel plus.

Valerio è sia abilissimo nello scrivere le melodie vocali (gran parte di quelle sul disco sono state scritte da lui), sia un ottimo scrittore di testi: ha infatti capito cosa volevo da ScreaMachine, cioè giocare coi cliché dell’heavy metal senza però scadere nella parodia, avere certi temi lirici senza scadere nel “fight, power and steel” che lasciamo agli ultimi Manowar! Ahahah! Valerio è stato appunto molto bravo nello scrivere testi non banali che ricadono in quegli argomenti. Per farti un esempio: “Silver Fever” è una canzone che parla di licantropia, tipico argomento a tema horror, ma in cui non compaiono mai le parole “lupo” e “luna”, il testo è più raffinato. Ci sono poi altre canzoni in cui di base è presente una forte critica alla religione intesa come organizzazione che ti chiude la mente: i testi sono insomma più profondi di quanto si possa immaginare, “Wisdom Of The Ages” è ad esempio una riflessione sul sentimento della nostalgia.

Uno dei brani che più spicca all’interno dell’album è proprio “Wisdom Of The Ages”, in cui troviamo la partecipazione di un mostro sacro del metal come Steve DiGiorgio: com’è nata questa collaborazione?

In questo brano abbiamo ben due ospiti internazionali, ma quello che fa più rumore è Steve DiGiorgio al basso: abbiamo però anche Herbie Langhans di Firewind, Avantasia e Sonic Haven a duettare con Valerio alla voce. Sono gli ospiti che si sono aggiunti alla fine del disco e ho potuto raggiungerli tramite Frontiers (mentre gli altri ospiti dell’album, i chitarristi, ci hanno garantito il loro apporto fin dall’inizio).

Molto semplicemente, mentre si stava ascoltando il disco e parlando con Elio di Frontiers, è emerso come anche lui fosse rimasto colpito da “Wisdom Of The Ages”, che è sicuramente il pezzo particolare dell’album, quello più oscuro ed elegante. Prima è partita l’idea di quanto sarebbe stato bello fare un duetto nella parte iniziale, quella con solo basso e batteria, che si prestava molto: lì è uscito il nome di Herbie Langhans perché io ho sempre considerato gli ScreaMachine come una band con una voce roca, maschia… non da Timo Kotipelto, con tutto il rispetto ovviamente, eheh!

Parlando poi di un altro eventuale ospite, io a quel punto mi sono sbilanciato: sono un bassista, cresciuto in adorazione della musica estrema, e il mio sogno sarebbe stato quello di fare un duetto con Steve DiGiorgio. Avevo già avuto modo di conoscerlo anni fa e mi ero trovato molto bene, ma poi non siamo rimasti in contatto: contatto che invece avevano in Frontiers, per cui mi hanno detto che mi avrebbero presentato, io gli avrei ricordato che ci eravamo già conosciuti, gli avrei spiegato il progetto e presentato il pezzo; se lui fosse stato interessato bene, se no amici come prima.

A quel punto, come sempre mi è capitato quando ho conosciuto personalità eminenti del metal, anche questa volta ho avuto conferma di come più una persona è un mito, un mostro sacro, più è gentile (di base gli stronzi sono quelli che hanno fatto solo un buon disco! Ahahah!). Con Steve DiGiorgio poi ogni tanto ci sentiamo ancora, è un pazzo furioso che fa morire dal ridere ed è innamoratissimo dei romani: mi ha detto che ha origini di Frosinone, che certamente avrebbe suonato per questa collaborazione e ha fatto un accordo per cui, il primo momento in cui passerà da Roma, mi ha fatto prendere il solenne impegno di fargli mangiare la migliore carbonara della capitale! E questo è Steve DiGiorgio: l’uomo che suonava con Chuck Schuldiner e suona coi Testament ti fa una partecipazione in cambio di una carbonara! E mi ha fatto un arrangiamento stupendo, che per me dà tantissimo al pezzo ed è anche originale.

Vedi gli ScreaMachine come una band solo da studio oppure, quando finalmente si potrà, anche da live?

Come il genere lascia immaginare, questa è una band soprattutto da live. Purtroppo non siamo stati fortunati, perché siamo arrivati alla fine del disco e a cercare un’etichetta in piena pandemia: da una parte questo ci ha permesso di focalizzarci sul mix e di programmare molto bene la promozione, da un altro punto di vista ci ha però tarpato le ali per tutto quello che immaginavamo potesse essere la promozione live. Già con Frontiers abbiamo scelto di posticipare la release, dato che eravamo pronti già da prima, ma uscire in pieno 2020 sarebbe stato un po’ difficile.

Adesso mi sembra che le cose stiano andando meglio, ma al momento è ancora molto difficile organizzare qualcosa live. Vorrei quindi prima avere la certezza della fine del coprifuoco, dei locali che riaprono, della possibilità di fare dei concerti degni di essere chiamati tali e non coi plexiglass o con 10 persone in sala; d’altro canto, i concerti devono preservare la salute del pubblico e quella nostra. Cercheremo a questo punto, quando la situazione migliorerà, di sfruttare qualche occasione per suonare, ma abbiamo anche spostato un po’ le nostre priorità e ci siamo già messi al lavoro su un secondo disco, perché male che vada ci sbrigheremo a comporlo, così torneremo direttamente live con una bella scaletta lunga e complessa. Vediamo un po’ come vanno le cose, ora trovo difficile fare previsioni. Di sicuro voglio portare gli ScreaMachine su un palco in cui la gente si possa divertire con tranquillità, senza grandi distanziamenti, e questo sarà possibile solo tra un po’.

Come vedi la ripresa della scena rock e live in Italia dopo questo periodo così difficile?

La vedo bene nell’immediato, poi vedremo cosa accade dopo. Parliamoci chiaro: la scena live, soprattutto legata all’hard rock e all’heavy metal, negli ultimi tempi a detta di chiunque stava assistendo a un netto peggioramento sia per quanto riguardava le chiusure dei locali, sia per quanto riguardava le presenze. Il motivo è molto semplice: si tratta di un tipo di musica che non sta avendo un ricambio generazionale. In questo momento i giovani sono infatti dedicati ad altre sonorità: se prima la scelta era tra musica alla Tiziano Ferro e metal, ora un ragazzo che ha voglia di cose aggressive può trovare altre soluzioni più vicine alla sua sensibilità, come la trap e un certo tipo di hip-hop. Questo ovviamente ha portato a un frazionamento, anche perché il metal, di base, è sempre una musica che ha delle radici anni ’80 che ai ragazzi magari non sempre piacciono. Ne parlavamo anche con le agenzie di promozione e la risposta era sempre la stessa: i locali stavano chiudendo come se non ci fosse un domani ed era sempre più difficile trovare date con un ingaggio dignitoso.

Dopo di che è arrivata la pandemia, e io credo che molta gente si sia resa conto di aver dato abbastanza per scontata tutta la parte live, dei concerti e del supporto ai gruppi. Immagino quindi che chi riuscirà a fare concerti, tra i locali che ancora stringono i denti, avrà sicuramente grandissimi numeri nei primi mesi, forse nel primo anno. Se non ho letto male, c’è stata una piccola ripresa in America: i Deicide ad esempio, un mesetto fa, hanno fatto un sold-out che credo non vedessero dai primi anni ’90! Bisogna vedere se poi dopo non si ritorna ai concerti da 50-100 persone: la triste verità è che, per quanto riguarda la mia esperienza a Roma, ho visto non solo gruppi italiani, ma anche internazionali di una certa caratura suonare davanti a 120-130 persone, se non addirittura 90. Questo era indicativo di una scena che stava andando a spegnersi.

Speriamo quindi che ci sia un colpo di frusta e che il pubblico si renda conto di aver dato per scontate certe cose. Io poi mi auguro sempre, e questa è una crociata che sto portando avanti, che la gente si renda anche conto che sta dando per scontata la musica: viene dato per scontato che tu la possa ascoltare gratis e che quindi venga prodotta da un albero o dall’aria! Questo è molto brutto, perché sta tagliando le gambe a molti gruppi che ovviamente non sanno come andare avanti. Non è un discorso di non avere i soldi per andare su una limousine.

Molto semplicemente e facendo il nostro esempio: Frontiers su di noi ha investito quel tanto di soldi che sono serviti per la promozione e il disco, e se questo vende zero copie non ci sarà un secondo disco degli ScreaMachine, a prescindere da tutto l’apprezzamento che si possa ottenere. Questa è la stessa identica situazione che riguarda anche band infinitamente più grandi ed è purtroppo un modo in cui viene approcciata ora la musica, e questo un po’ mi preoccupa, anche perché continuando in questa maniera, soprattutto i generi di nicchia come i nostri diventeranno sostanzialmente la terra dei dopolavoristi. Mi ci metto pure io: gente che può dedicarsi a registrare dischi può farlo perché ha un altro lavoro, ha fatto altre scelte nella vita e ritaglia faticosamente delle ore. C’è però bisogno anche di chi ci si dedica fortemente a questa musica e io spero che venga riscoperta la voglia di supportare il gruppo che piace: se fa della musica che ti piace, ti conviene supportarlo così ne farà altra.

matteo.roversi

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Nerd e metallaro, mi piace la buona musica a 360 gradi e sono un giramondo per concerti (ma non solo per questi). Oltre al metal, le mie passioni sono il cinema e la letteratura fantasy e horror, i fumetti e i giochi di ruolo. Lavorerei anche nel marketing… ma questa è un’altra storia!

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