National Suicide: “Anotheround” – Intervista a Stefano Mini

Nati nel 2005, i National Suicide rappresentano una delle realtà italiane più solide e credibili dell’intero panorama estremo. Alfieri di un vecchio modo di intendere e suonare Metal, il nuovo disco dei nostri, “Anotheround” [questa la nostra recensione], consolida il successo e l’interesse riscosso dalla band con il precedente “The Old Family Is Still Alive”. Anche questa volta la ricetta non cambia Thrash Metal legato alla Old School, che affonda le sue radici nella scena americana degli anni ’80.

Abbiamo avuto la fortuna di intervistare la voce dei National Suicide, il veterano Stefano Mini, persona schietta, genuina, affabile che ci ha condotto attraverso la genesi di questo secondo disco e i tanti piccoli retroscena della realizzazione di “Anotheround“. La parola, dunque, a Stefano e tenetevi pronti, non passerà molto tempo prima di ascoltare un nuovo album targato National Suicide.

Allora Stefano, benvenuto su Metallus.it. Partiamo subito presentando ai nostri lettori il nuovo album dei National Suicide, “Anotheround”. Cosa devono aspettarsi i fan da questa nuova release?

Questo disco voleva essere l’estremizzazione del primo disco in termini di coerenza. Per cui abbiamo semplicemente tenuto delle strutture base con dei riff abbastanza forti, la forma tipica con una strofa, un ritornello e degli assoli, senza porci ulteriori grossi problemi. Non abbiamo ricercato soluzioni nuove per la nostra musica anche perché ci interessava il contrasto tra il genere proposto e il tipo di solismo di Tiziano [Campagna, chitarrista] e di Daniele [Valle, chitarrista], un solismo morbido che si va a scontrare con quanto proporremo in futuro.

Una delle sfide che vi attende e che abbiamo evidenziato anche in sede di recensione è quella di capire in che modo si evolverà la vostra proposta musicale. Come affronterete il prossimo vostro album?

Partiamo dal presupposto che io ho 47 anni e più che ricalcare le orme tracciate negli anni ’80 dalla scena Thrash Metal diciamo che questa è la musica che ho sempre suonato, che ora faccio con dei ragazzi più giovani di me. Questo mi pone in una situazione per cui non sento tanto l’esigenza di dover evolvere attraverso delle soluzioni musicali. Sarebbe abbastanza facile, fare come negli anni ’90, cambiare i suoni, al limite tirare giù il drop, fare degli stacci. Tecnicamente potremmo pure farlo, abbiamo le doti tecniche per poter avere altre soluzioni a effetto. In realtà quello che cerchiamo di fare noi sono delle migliori canzoni. Semmai tornando ancora più indietro andando là dove il nostro genere è nato, dove c’è stata la commistione e ricommistione dell’Heavy Metal, del Punk e dello Speed Metal. Ripreso, poi, ancora dallo Speed e la conseguente ricommistione con il Punk e il Metal. Ecco, il prendersi e riprendersi di questi tre generi seminali, questo è ciò che interessa noi più che il tentativo di lavorare sul suono o sugli stacchi o le soluzioni sorprendenti facendo sembrare innovativo un qualcosa che è semplicemente raffazzonato.

Come nasce il progetto National Suicide?

Originariamente io suonavo in una band Rock N’ Roll. Di punto in bianco mi hanno contattato per dirmi che ero fuori dal gruppo perché loro volevano iniziare a suonare in maniera più seria e io, che dovevo lavorare, non avevo mai tempo. A questo punto mi sento con un amico che mi comunica la sua volontà di mettere su una band Thrash Metal, in realtà la band già esisteva (si chiamavano Raiden), e mi chiedono se avessi voluto cantare per loro. E io ho risposto ‘Certo, ci provo’. Abbiamo provato qualche volta, ci siamo trovati bene, e siccome l’intenzione era quella di tenere la cordatura standard bisognava solo cercare di arrivarci, quindi urlare. E la cosa è nata così. Siccome non sapevo suonare niente, mi hanno messo a cantare [ride].

E di certo non è facile, non è come nel calcio che chi non sa giocare lo mettono a porta.

Sì, è così, invece, come quando giochi a pallone e non sai fare niente, ti mettono a porta. D’altro canto anche il nostro genere, in realtà, dal punto di vista vocale è molto semplice. Basta avere ritmo e urlare.

Come nasce un brano dei National Suicide? Qual è il processo creativo dietro i brani che compongono un vostro album?

Noi partiamo sempre dal titolo della canzone. Il titolo crea un’ambientazione emotiva e fa nascere l’idea di una storia. Io descrivo la storia che mi viene in mente a Tiziano, lui ci mette la chitarra cercando di fare un buon sottofondo a questo film che è la canzone. A questo punto io seguo l’emozione e ci metto le parole. Sostanzialmente i pezzi li componiamo io e Tiziano partendo da un clima che genera una storia che a sua volta crea la giusta colonna sonora.

Questo processo creativo, la volontà di trovare una giusta colonna sonora alle tue storie ha in qualche modo influenzato la creazione della copertina di questo “Anotheround”?

Allora, abbiamo un amico, come puoi vedere noi facciamo sempre le cose tra amici [ride] anche perché siamo e ci teniamo alla nostra dimensione underground, che dopo aver visto la copertina del nostro precedente disco ha deciso di voler portare avanti quella storia, o almeno quella che a lui sembrava essere narrata. A noi è piaciuta come soluzione anche perché la presenza dello zombie ci dà la scusa di potergli attribuire quanto da me cantato. I nostri pezzi sono come dei microfilm e quindi facciamo che sia lui il protagonista di ogni canzone. Così questo mi svincola dalla responsabilità di quanto viene detto e propone la canzone, appunto, come un film, qualcosa che deve divertire ma che può anche rappresentare un’occasione di immedesimarsi con quanto cantato, un’occasione catartica per tirare fuori delle cose dal di dentro ma che non deve essere mai presa seriamente. In pratica un alter ego.

Da dove trai, dunque, ispirazione per i tuoi testi?

I nostri testi trattano sempre di una realtà intima, psicologica. Per cui si va dal testo che parla del disagio che può incontrare un uomo delle case popolari oggi, qua da noi, in questo clima mutato in cui si trova e della rabbia e della paura che possono venir fuori da questa situazione, fino ad arrivare alle pulsioni base, tipo l’aggressività, la sessualità. Insomma, tutto quello che fa nascere l’ansia e la reazione violenta all’ansia stessa. In vario modo, quindi, parliamo di quello che sta succedendo intorno a noi, dalla violenza sulle donne e alle lotte di strada, arrivando a fatti personali, esperienze vissute che ovviamente vengono riviste in modo da diventare una canzone.

Vista la realtà underground del vostro gruppo, quanto è difficile per te oggi portare avanti un progetto come i National Suicide? Riesci a vivere con la musica o hai anche un altro lavoro?

Non è assolutamente difficile perché è un progetto nato spontaneamente. Abbiamo sempre fatto le cose quando avevamo voglia di farle, non prima non dopo. Non mi impegna il nulla perché ho la fortuna di suonare con gente che sa il fatto suo per cui non è difficile. Ripeto, non mi porta via del tempo, non mi impegna particolarmente, non abbiamo neanche l’obbligo di fare concerti o andare in tour. Siamo molto liberi di fare un po’ tutto quello che ci piace, ciò che reputiamo la cosa migliore tra quelle che ci propongono. Mi spiego: preferiamo delle situazioni più su misura per noi, più underground piuttosto che delle situazioni, apparentemente più grandi, che però ci porrebbero davanti a un pubblico che non è il nostro. Tieni presente che io faccio due lavori dei quali neanche uno è il musicista. Quindi per noi i National Suicide sono un’assoluta passione, un divertimento, e neanche l’unico. Tiziano e Daniele Valle, invece, vivono di musica. Sono il Preside e il Vice Preside del Music Art Accademy di Trento. Insegnano anche, suonano in giro e riescono a vivere di musica. Gli altri sono come me, degli appassionati.

Come vedi e vivi la scena musicale metal italiana se credi che si possa parlare di una scena metal oggi?

 Ti dico, sette anni fa si era creata una scena splendida. Una scena splendida composta da gente che organizzava e gente che suonava. Si era tutti molto legati e anche molto organizzati. Adesso credo esista ancora una scena di questo tipo però non so quanto ricambio ci sia. A parte le band che a me piacciono come i Baphomet’s Blood, i Game Over, gli Adversor, i Warhawk, band che ci sono ancora, che continuano e vanno avanti, conosco poco quanto di nuovo sta uscendo oggi, magari spero di incontrare questi giovani in altre occasioni live.

Quali saranno i vostri programmi per il futuro? Quali e quante date suonerete?

Sicuramente andremo in Spagna, in Germania e faremo qualche concerto in Italia. Questo quanto di sicuro. Aspettiamo che il disco esca [al momento dell’intervista “Anotheround” non era ancora stato pubblicato] e poi vedrai che qualcosa organizzeremo. Tieni presente che abbiamo tempo per suonare dal vivo da metà ottobre a marzo dell’anno prossimo quando poi entreremo in studio per registrare materiale nuovo che abbiamo già pronto. Si tratta solo fare gli arrangiamenti.

Nemmeno il tempo di promuovere un disco che già siete pronti a realizzarne un altro!

Sai quando ti vengono in mente canzoni nuove, le fai e basta. Quando sei una realtà underground come la nostra puoi permetterti un po’ tutto. Finché ti vengono le idee, finché ci sono dei professionisti che vogliono lavorare con te, finché c’è interesse lo fai volentieri e hai la tua soddisfazione. Anche solo vedere interesse nei tuoi confronti è soddisfazione. E noi ci prendiamo tante soddisfazioni perché in fondo non abbiamo aspettative. Per quanto strani possiamo essere visto che suoniamo un genere non di tendenza, abbiamo sempre avuto la fortuna di interessare. Quindi siamo grati alla Scarlet per il supporto, speriamo che abbiano soddisfazione a collaborare con noi e se vorranno faremo senz’altro il prossimo disco con loro.

Stefano siamo in chiusura. Nel ringraziarti per la disponibilità ti chiedo se vuoi lasciare un saluto a tutti i nostri lettori.

Innanzitutto ringrazio Metallus.it per l’interesse dimostrato nei nostri confronti, ringrazio tutti i vostri lettori e mi auguro di vedervi prestissimo a qualche nostro concerto.

 NATIONAL SUICIDE anotheround

Pasquale Gennarelli

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"L'arte per amore dell'arte". La passione che brucia dentro il suo cuore ad animare la vita di questo fumetallaro. Come un moderno Ulisse è curioso e temerario, si muove tra le varie forme di comunicazione e non sfugge al confronto. Scrive di Metal, di Fumetto, di Arte, Cinema e Videogame. Ah, è inutile che la cerchiate, la Kryptonite non ha alcun effetto su di lui.

2 Comments Unisciti alla conversazione →


  1. Luca MoshPit Rinaldi

    Preso fresco fresco il nuovo disco, e devo dire che nonostante le aspettative è stata una gran delusione. Mi aspettavo un lavoro sulla scia del precedente, ma ho trovato un lavoro approssimativo che ha messo da parte totalmente l’attitudine old school per rifarsi a lavori più moderni e di “tendenza” del thrash attuale. Sembrano un’altra band, con assoli a volte talmente ridicoli che ricordano i gingle del supernintendo … speriamo in un prossimo disco migliore!

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  2. luca baldassari

    in effetti l’ignoranza degli italiani e’ superata solo dalla loro invidia.
    capita troppo spesso che ogni volta che qualcuno fa un buon lavoro venga denigrato invece
    che supportato.. e con questa rima dico piu’ veline e forza corona!

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