Kaledon: Intervista alla band

Durante il pomeriggio di sabato 9 febbraio 2013, in occasione della presentazione del nuovo album agli organi di stampa, ho avuto l’opportunità di fare una chiacchierata con i Kaledon presso gli Outer Sound Studio di Roma. Ho parlato con dei ragazzi molto gentili e disponibili, pieni di passione per la musica, che lavorano sodo per ottenere risultati che, bisogna dirlo, in questo Paese ostico al genere sono molto soddisfacenti.

Questo lavoro continua la saga dei primi sei album. Fondamentalmente da quando pubblicate parlate di questa saga. Avete mai pensato di creare qualcosa che possa essere estraneo a tutto ciò?

Alex – Sì. Non dico che lavorare sempre allo stesso argomento ti stufi ecco, ma comunque ti limita. Abbiamo anche pensato, dopo il sesto disco, di lavorare ad altro, ma sai, il nome della band, Kaledon, è il nome del regno. Quindi ho pensato fosse meglio restare nella saga, ma intraprendere un nuovo cammino. Ora siamo all’inizio della stessa e, prendendo spunto dal libro che ho scritto, approfondiamo il personaggio che da il nome all’album, personaggio fondamentale all’interno della storia.

Marco – In altre parole questo e gli album a seguire saranno delle introspettive della stessa storia ma vista da punti di vista differenti.

In base a questo, quanti altri album avete intenzione di fare?

Paolo – Beh, ne abbiamo ancora per qualche anno, in realtà.

Alex – Sul mio computer ci sono nove personaggi già sviluppati.

Avete mai pensato di esportare la vostra storia in altri ambiti, ad esempio quello cinematografico o editoriale?

Alex – Sarebbe un sogno. In realtà nella mia mente ho ben chiaro quali attori sarebbero perfetti per quale ruolo. Questo personaggio, Altor, da due anni è impersonato da Giuseppe “Ciape” Cialone, cantante dei Rosae Crucis, nostro caro amico.
Per quanto riguarda la pubblicazione di un libro beh, se creare un disco è complicato, creare un libro non è da meno.

E’ dal 1998 che i Kaledon esistono. Come si è evoluto il vostro sound e in cosa, invece, è rimasto uguale?

Alex – Torniamo indietro al 1995, ai tempi del mio primo gruppo, di stampo prog. Uscito da questo gruppo a fine ’98 avevo già l’embrione di Kaledon, quindi il primo materiale ha subito molto l’influenza prog che mi portavo dietro. Abbiamo iniziato da subito a suonare il genere che ancora oggi facciamo, anche se prima era meno ‘tastieristico’, poiché Daniele è entrato nel gruppo nel 2000. Nel tempo non abbiamo perso nulla, ma abbiamo aggiunto, a livello di sperimentazione. Con l’arrivo di Marco c’è stato il cambiamento più forte, perdendo il clichè della voce power.

Daniele – Una cosa che sicuramente abbiamo perso dal passato è stata l’attitudine a comporre brani lunghi, come un pezzo nel secondo disco che è di 14 minuti.

Special Guest dell’album è Fabio Lione. Come è nata la collaborazione? E cosa avete imparato da lui?

Alex – La collaborazione è nata così, per gioco, durante il tour. Noi gli abbiamo semplicemente chiesto se ci avrebbe cantato un brano e lui ha acconsentito, in amicizia. Sicuramente noti l’esperienza che ha. Riguardo i metodi di registrazione lavora sui nostri standard, quindi ci siamo trovati subito in sintonia. Parlando Fabio ci ha aperto gli occhi più sul music business, sul dietro le quinte.

Voi fate metal, un genere sempre bersaglio di accuse infondate. Cosa ne pensate di questi pregiudizi?

Alex – Tu devi sapere che nel 2003 una testata giornalistica ci ha messo in una lista di gruppi satanisti pericolosi. Questo perché nella copertina del secondo disco, vedendo da lontano, l’immagine ricordava un teschio. Allora subito si è parlato di messaggio subliminale satanista.

Daniele – Senza neanche soffermarsi a leggere la storia, che comunque è una storia positiva.

Marco – E senza contare che dal Sud America ci arrivò un messaggio in cui si complimentavano per il nostro white metal!

Alex – Fondamentalmente tutto questo mi fa ridere.

Avete lavorato parecchio a quest’album. Quali aspettative di riscontro avete?

Alex – Diciamo alte. A differenza degli altri lavori questo è parecchio atteso, perché si è allargato il bacino d’utenza a seguito dei due tour. Ci auguriamo che i fans acquisiti durante queste date siano interessati all’album.

Il vostro ultimo concerto è stato al Metalcamp di Tollmin e il prossimo è all’Orion di Ciampino (Roma). Posto che c’è una differenza enorme tra l’Italia e l’estero, c’è qualcosa che salvate dal suonare qui? E cosa dovrebbe imparare l’Italia dall’estero?

Paolo – Guarda, semplicemente, quello che dovrebbe cambiare in Italia è il fatto che i gestori dei locali sembra ti facciano un favore a farti suonare, invece sei tu che presti un servizio, come invece viene riconosciuto fuori, dove ottieni sempre il massimo rispetto e impegno.

Marco – Trovi rispetto da parte di tutti nei confronti di tutti, artisti e entourage, che ti fa pensare: “Ma allora anche noi siamo umani!”.

Alex – Il nostro è un lavoro a tutti gli effetti, che ha delle spese alte…

Daniele – Spese che non riguardano solo l’eventuale trasferta, ma anche tutto il lavoro che c’è dietro, la strumentazione, le prove, lo studio…

Ok, quindi non salvate niente.

Paolo – Salviamo il fatto che parliamo tutti la stessa lingua.

Marco – Il pubblico qui in Italia ha la sindrome del branco, nel senso che presi singolarmente sono entusiasti, ma poi si lasciano influenzare dal fatto che la massa non si fa trasportare dalla musica. Una delle poche volte in cui il pubblico si è dimostrato veramente coinvolto è stato, oltre al Gods Of Metal ad esempio, in Sardegna.

Alex – Inoltre c’è un’invidia di fondo spaventosa, soprattutto tra le band, invidia grave, perché in quel momento non ci sono loro sul palco, ma tu. Stai facendo qualcosa d’inferiore, o sono pronti a puntare il dito evidenziando eventuali errori commessi durante la performance. Ma quello che abbiamo ottenuto ce lo siamo guadagnato, nessuno ci ha regalato niente.

Bene, abbiamo terminato la nostra intervista. Volete lasciare un messaggio ai nostri lettori?

Alex – Ci auguriamo che ci sia un po’ più di rispetto. Credo di interpretare il pensiero di tutti nel chiedere rispetto per il lavoro svolto, poi può non piacere, perché ovviamente i gusti sono gusti, ma il rispetto è una cosa fondamentale.

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