Ihsahn: “Mass Darkness” – Intervista

E’ incredibile come un’artista dopo oltre 25 anni di carriera possa proporre un’opera così fresca, cangiante e coinvolgente. E’ il caso di Ihashn, storico ex-Emperor, che arriva nel 2016 al suo sesto album solista “Arktis.”, uno degli album che senza dubbio entrerà nella nostra top 10 di fine anno. Difficile valutare se ciò che ci propone Ihashn sia qualcosa di completamente originale o piuttosto un’originale assemblamento di diversi e variegati generi, influenze e sonorità. Il risultato però è sorprendente. Difficile inquadrare il contenuto musicale di “Arktis.”: progressive, avant-garde, jazz, rock, black metal. Ma non fatevi spaventare, il nuovo album, a differenza del precedente e più complesso “Des Sceelenbrechen”, scorre in modo incredibilmente fluido e piacevole. Semplice nelle sue fondamenta, complesso nella sua esecuzione. Ne abbiamo parlato proprio con il mastermind che, nonostante i suoi burrascosi trascorsi, si rivela musicista e persona pacata, gentile ed estramemente disponibile.

Mi piacerebbe partire dal titolo e dall’artwork, penso siano collegati. Qual è l’idea che sta alla base di “Arktis.”?

Titolo e artwork racchiudono in certo senso l’intero album nel suo significato più profondo. Non si tratta di un concept album, ma Arktis. riassume molto di ciò che è presente nei testi dei brani. Racchiude e descrive anche la mia collocazione nel mondo, non solamente in modo oggettivo puramente geografico, ma anche mentale. L’album riesce inoltre a descrivere come il luogo da cui provengo abbia influenzato me stesso come musicista ma anche come persona. C’è un forte senso di appartenenza. Facendo qualche ricerca per l’artwork mi sono imbattuto in queste fantastiche fotografie, scattate da Fridtjof Nansen, uno dei primi esploratori che riuscì ad arrivare al Polo Nord con gli sci a fine ‘800. Le immagini sono veramente fantastiche, sono riuscito ad ottenere l’autorizzazione per usarle dalla Biblioteca Nazionale Norvegese. La stessa missione di Nansen è perfettamente collegata al contenuto musicale dell’album e al messaggio che volevo trasmettere: la sensazione di trovarsi in questo ambiente completamente bianco, glaciale, freddo, vastissimo e desolato. Il fatto di affrontare una sfida con così tanto coraggio, determinazione e curiosità mi ha ispirato tantissimo. Affrontare il Polo Nord può essere descritto come uno stato mentale di coraggio e ambizione.

Penso che questo nuovo album sia il più variegato della tua discografia, ma allo stesso tempo scorre molto facilmente. Mi piacerebbe commentare con te alcuni temi musicali che ho individuato nell’ascolto, legati a brani specifici. Il primo è quello più classicamente epico e black metal di brani come “Mass Darkness” e “Celestial Violence”.

Si penso che ci sia una forte componente black in quei brani. Quando fai un album ti porti con te degli strumenti e uno di questi per me è proprio quel tipo di metal. Sono i brani che sicuramente hanno un legame più forte con la mia storia e con il mio passato, sia a livello musicale sia nell’approccio vocale.

Un secondo tema interessante è quello di “South Wind” che unisce progressive e musica elettronica; il beat del brano potrebbe non sfigurare in qualche discoteca più underground. Cos’avevi in mente per questo brano?

Volevo solo far muovere la gente ahahaha. E’ una cosa che in realtà è nata come prosecuzione del mio precedente album solista. Volevo in modo specifico che questo album vivesse di contrasti. Per questo brano volevo affrontare la formula più tradizionale del rock e del pop, niente di più e niente di meno. In questo caso sono partito da una semplice linea di basso, quella che poi appunto è divenuta quel beat che citavi. Colleziono una serie di idee in un libro in cui ci sono tutte le bozze sia musicali che liriche. Anche questa è nata da lì. Non c’era però l’intenzione specifica di creare un brano di musica elettronica o di unire specificatamente quegli elementi. L’approccio, oltre che in questo brano su tutto l’album, è stato proprio quello di partire da elementi basilari legati alla musica rock e poi espandere il tutto con diversi elementi, ma sempre partendo da una base semplice, come appunto quella linea di basso che è il fondamento del brano stesso.

C’è un legame abbastanza evidente in brani come “Disassembled” con la scena new progressive scandinava, mi riferisco a band come Leprous e Shining. C’è un evidente legame in termini di line up tra la tua band e i Leprous ma qual è la tua relazione con questa sorta di movimento?

Con i Leprous ovviamente c’è un legame molto forte. Sono stati la mia backing band dal vivo fino a qualche anno fa, fino al 2014. Attualmente lavora ancora con me Tobias Andersen, ex-batterista della band. Nell’album però compare ancora una volta Einar Solberg, più precisamente nel brano “Celestial Violence”. Per quanto riguarda gli Shining, già nel precedente album volevo inserire delle parti di sax nel disco, ma non trovavo chi potesse fare al caso mio. Fortunatamente un mio amico a cui chiesi consiglio, mi fece il nome di Jorgen (Munkeby) degli Shining. Il caso ha voluto inoltre che Tobias (Andersen) nel 2014 entrasse proprio negli Shining. E’ una scena molto compatta e ristretta se ci pensi. Ovviamente si tratta di una coincidenza. Più che di influenze direi che il risultato è un mix di tutte le cose a cui sono esposto.

Un altro filone che ho individuato nell’album è quello rappresentato da “Frail”, il mio brano preferito dell’album, favoloso, e “Crooked Red Line”, e direi che mostra il lato più psichedelico e jazz della tua musica. Cosa ti porta a spingerti così lontano?

Ti ringrazio molto, in realtà nella mia visione sono due brani abbastanza semplici. In generale, sono molto fortunato ad essere circondato di persone molto talentuose. Prendi “Crooked Red Line”, Tobias ha svolto un lavoro veramente egregio. Anche Jorgen ha avuto un apporto veramente importante, un approccio molto personale e ricco. Quello che fa la differenza è proprio l’interpretazione dei vari musicisti che dona qualcosa in più ai brani. Idem per Jens Bogren che ha mixato l’album. In realtà è un team di persone molto valide e su cui so che posso contare, già rodate e con cui sono abituato ormai a lavorare insieme. La cosa bella è che sia Tobias che Jens si adattano perfettamente alle diverse tipologie di album; “Das Seelenbrechen” era un album molto più libero, senza una forma definita, mentre “Arktis.” ha una sua impostazione, come ti dicevo si fonda sulle basi della musica rock. Ma in entrambi i casi il team ha lavorato alla perfezione perché si è adattato al contenuto dell’album. Questo mi permette di avere delle solide fondamenta e mi permette di spingermi oltre con le idee che ho in mente.

Mi piacerebbe saperne di più anche della bonus track, “Til Tor Ulven” che da l’idea di essere una narrazione o una sorta di poema in norvegese. Cosa puoi dirmi a riguardo?

Nel processo di scrittura dell’album, fui contattato Hans Herbjørnsrud, un famoso scrittore norvegese di short story. Ogni anno nella mia città si svolge un festival della letteratura, con un tema differente anno dopo anno. L’anno scorso uno dei temi del festival era la figura di Tor Ulven, un famoso poeta norvegese, da cui ho tratto ispirazione nel passato. Io fui chiamato per comporre della musica per accompagnare la recitazione di alcuni passi di questo poema da parte proprio di Hans Herbjørnsrud; ne abbiamo poi registrato una versione in studio che è diventata la bonus track dell’album.

Parlando degli ospiti dell’album ho trovato abbastanza curioso vedere il nome di Matt Heafy dei Trivium, come è nata questa collaborazione?



In realtà è stata abbastanza casuale. Qualche anno era emersa la possibilità che gli producessi il suo album solista, poi siamo rimasti in contatto e alla fine siamo diventati buoni amici. Per l’ultimo album dei Trivium, mi chiese di registrare qualcosa per l’intro. Penso fosse figo che potesse a quel punto contribuire al mio album. E’ uno scambio amichevole più che altro, ma la scelta del brano non è stata casuale. Nel ritornello di “Mass Darkness”, l’approccio più americano della sua voce risulta più adatto rispetto alle mie clean vocals, che sono a volte troppo soft. La sua voce ha sicuramente un approccio più potente in quel frangente e dona una bella forza al brano. In ogni caso sono molto contento di come sia andata, pensa che ha registrato le clean vocals sul tour bus!

Parlando di live shows e tour, so che c’è stato un completo cambio di line-up per quanto riguarda la band che ti accompagna on stage. Cos’è successo?

Sì, la band precedente erano praticamente i Leprous al completo, mi hanno accompagnato sin da quando ho deciso di portare il mio materiale solista dal vivo. E’ stata una collaborazione veramente fruttuosa. Siamo diventati una vera famiglia. Inoltre sono musicisti veramente ottimi e preparati. Pensa che la prima volta che ci siamo trovati in sala prove, abbiamo suonato al primo tentativo l’intero set senza problemi perché avevano già imparato tutte le loro parti alla perfezione. Negli anni però i Leprous come band sono cresciuti molto, diventava sempre più difficile incastrare i loro impegni con i miei. Nel 2014 inoltre come ti dicevo Tobias Andersen uscì dai Leprous per entrare negli Shining; io però ci tenevo che Tobias continuasse a lavorare con me, perché aveva dato fino a quel momento tantissimo anche in studio. A quel punto dovetti prendere una decisione abbastanza radicale e decisi di rivoluzionare completamente la line up. Siamo passati da 6 elementi a 4, cosa non banale perché ho dovuto riarrangiare tutti i pezzi. Ora più che una stabile live line-up diciamo che ho degli ottimi session, nello specifico appunto Tobias Andersen, Robin Ognedal la chitarra e Nicolay Tangen Svennaes ale tastiere. Sono musicisti molto talentuosi.

Hai scritto e registrato anche in funzione di questa nuova line up? Mi riferisco soprattutto al numero ridotto di membri che ti ha portato a rivedere gli arrangiamenti dei precedenti brani.

No assolutamente. Per questo album sono stato molto libero e aperto, in una mentalità molto pop-rock. Volevo che ogni brano avesse l’arrangiamento e la produzione necessari. Oggigiorno sicuramente la resa live ha un’importanza notevole. E’ il concerto il big event, non più la release dell’album. E’ un dato di fatto. Però voglio anche sfidare un po’ il pubblico; ora soprattutto nella community metal, la gente vuole sentire i brani esattamente come suonano sul disco. Nel passato invece la versione live era una delle diverse versioni del brano. Voglio utilizzare questo approccio old school e poter offrire dal vivo delle versioni differenti dei brani dell’album, che possano anche avere degli arrangiamenti differenti. In questo modo metto alla prova anche me stesso, valutando la qualità dei brani e la loro versatilità nell’adattarsi alle diverse dimensioni, live o studio.

Un’ultima domanda, hai qualche programma riguardo a un tour europeo completo ed esteso?

Non al momento. Non mi sento ancora nella situazione di intraprendere un tour completo. Inoltre non è cosa molto facile utilizzando dei musicisti session norvegesi. Ti dico anche che un tour intero non è compatibile attualmente con l’attuale organizzazione della mia vita personale e professionale. Magari riusciremo a fare dei brevi mini tour nel futuro, ma al momento preferisco concentrarmi su singoli concerti o partecipazioni ai festival.

ihashn 3 official 2016

tommaso.dainese

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Folgorato in tenera età dall'artwork di "Painkiller", non si è più ripreso. Un caso irrecuperabile. Indeciso se voler rivivere i leopardi anni '80 sul Sunset o se tornare indietro nel tempo ai primi anni '90 norvegesi e andare a bere un Amaro Lucano con Dead e Euronymous. Quali siano i suoi gusti musicali non è ben chiaro a nessuno, neppure a lui. Dirige la truppa di Metallus.it verso l'inevitabile gloria.

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