Motorpsycho: “Phanerothyme” – Intervista a Gebhardt

Sarà banale e scontato, ma crediamo che pochi abbiano da ridire quando i Motorpsycho vengono definiti come una band unica nel proprio genere. Camaleontici ed imprevedibili, i tre di Trondheim hanno spiazzato tutti ancora una volta con il loro nuovo ‘Phanerothyme’, divertendosi a giocare con atmosfere calde, psichedeliche e soft: un balzo temporale negli anni sessanta? Un esperimento nato per caso? Ne abbiamo parlato con Geb, batterista del gruppo…

“Non avevamo alcuna idea di che tipo di album avremmo pubblicato dopo ‘Let ‘Em Eat Cake’. Alla fine del tour dello scorso ottobre ci siamo rinchiusi nella nostra sala prove e abbiamo suonato e registrato alcuni demo, decidendo di non andare in tour fino a che non avessimo le idee chiare sul disco. Ci siamo concentrati sul songwriting, ci siamo completamente dedicati alla musica, scrivendo nuovi brani e cercando di modificarli per provare tutte le sfumature più diverse. Dopo un paio di mesi abbiamo scelto alcuni dei brani che avevamo composto e ci siamor esi conto che seguivano una direzione precisa, che poteva portarci ad esplorare territori nuovi ed interessanti. Ci siamo quindi dedicati alla composizione di brani sulla stessa scia, cercando di riproporre quel tipo di feeling, di atmosfera. Ci sono voluti tre mesi e mezzo prima di realizzare che stavamo seguendo questa direzione, questo sound anni sessanta. Poteva essere un album jazz o hardcore, poteva venire fuori qualsiasi cosa da quella sala prove! Quando ci siamo resi conti che si trattava di una sorta di prosecuzione di ‘Let ‘Em Eat Cake’ abbiamo cercato di andare ancora oltre, per non ripetere lo stesso album e anche per cercare di avere un pieno controllo sulla nostra musica: non volevamo correre il rischio di diventare troppo prevedibili e banali, doveva essere un disco totalmente motorpsychodelic, non un disco di Barbra Streisand, tanto per capirci… a volte è facile varcare il limite, abbiamo cercato di starci attenti. E’ stato molto stimolante lavorare con un’ unica idea in testa per l’intero album: abbiamo scritto quaranta pezzi, li abbiamo registrati come demo con tutti gli arrangiamenti, usando le tastiere per le parti orchestrali, e li abbiamo fatti sentire a Deathprod, il nostro produttore, che ci ha detto cosa secondo lui era interessante e andava tenuto e cosa invece si poteva lasciare da parte. D’altronde lui poteva ascoltare i pezzi dall’esterno e darci un giudizio obbiettivo, abbiamo avuto bisogno del suo parere. Ci ha anche consigliato di non fare come l’ultima volta, cioè di registrare pochi brani e concentrarci su quelli: per le session di ‘Let ‘Em Eat Cake’ ne abbiamo registrati 26, oltre due ore e mezza di musica! Stavolta ne abbiamo scelte 16, di cui eravamo assolutamente soddisfatti e che sapevamo già come dovevano suonare, lasciando lo spazio per gli altri musicisti che dovevano collaborare. Stavolta abbiamo lavorato moltissimo sulle voci, le abbiamo usate come uno strumento, registrando diversi arrangiamenti vocali e scegliendo poi quelli che consideravamo più adatti. Insomma, è stato un pr ocesso lungo e divertente!”

L’ultima volta sette dei brani che avevate scritto li avete pubblicati in seguito, nell’EP ‘Barracuda’, avete intenzione di fare qualcosa del genere anche stavolta?

“Sì, penso proprio che pubblicheremo alcuni dei brani che abbiamo scritto durante queste session, magari pubblicheremo direttamente i demo senza andare in studio a registrare le canzoni di nuovo. I demo in fondo sono ottimi, hanno la giusta atmosfera, focalizzati nella giusta maniera: suonano esattamente come vogliamo insomma. Quando vai in studio rischi sempre di avere un produzione eccessiva, di sovrapporre troppi elementi, di esagerare magari con le orchestrazioni o simili. Anche col disco volevamo evitare questa eventualità, doveva essere molto scarno e lineare, non pesante e ‘ over-produced’. Se tieni conto poi che il tecnico del suono con cui abbiamo lavorato stavolta è abituato a produrre soprattutto gruppi pop il rischio era a maggior ragione alto… abbiamo dovuto spiegargli bene cosa volevamo ottenere e lui ha capito, anzi, sembrava molto interessato a lavorare su qualcosa di così diverso. Ha usato una strumentazione adatta e anche in fase di mixaggio ha operato in modo da ottenere un sound molto semplice, ma definito. Questo ha fatto la differenza da questo punto di vista.”

Una canzone mi ha colpito in particolare, ovvero ‘Go To California’: un brano che solitamente eseguivate dal vivo in una versione molto più rock e diretta e che stavolta invece avete registrato costruendo atmosfere più dilatate e psichedeliche…

“Esatto, è un brano che cambia pelle ogni volta che lo suoniamo dal vivo. Probabilmente quando sei sul palco c’è molta più energia e questo finisce per influenzare anche l’esecuzione… sei portato a suonare più deciso e pesante. In studio invece abbiamo cercato di adattarla all’atmosfera degli altri brani: dal vivo è un brano killer, ma su disco dovevamo riuscire a farla scorrere insieme agli altri pezzi senza che stonasse. Ecco perché abbiamo lavorato molto sulle armonie vocali ed ecco perché la parte strumentale è più rilassata e psichedelica. Quando siamo sul palco invece possiamo scatenarci e lasciare scorrere tutta l’energia che sentiamo intorno…”

Come dicevi su questo disco ci sono molti ospiti e musicisti che collaborano con voi, avete mai pensato di allargare la band a qualche altro componente? Già in tour vi portate un tastierista, che se non erro ha collaborato anche a questo disco…

“Sì, abbiamo molti collaboratori, ma quando ci troviamo in sala prove per comporre i pezzi siamo solo noi tre: Bent, Snah ed io. Quanto al tastierista è vero, è necessario in sede live, anche perché ha una formazione jazz, è ottimo nelle jam e ha anche un’ottima voce. Ci da una mano a creare le giuste atmosfere ed armonie, è un elemento indispensabile. Ci ha anche dato una mano a scrivere le parti orchestrali dell’album: ha sentito i demo e ha arrangiato le varie parti, assegnando ad ogni parte il giusto strumento. Ci fidiamo ciecamente di quello che fa da questo punto di vista, sappiamo che farà la cosa giusta. Ha un’educazione musicale molto profonda, sa esattamente cosa suona, mentre se prendi Bent e Snah probabilmente non sanno neppure che tipo di accordo stanno suonando, ahahah! E’ utile anche da questo punto di vista, ci sa spiegare dal punto di vista della teoria musicale quello che stiamo facendo. Ha anche un’altra band che in Norvegia è molto popolare, fanno musica acustica più che altro…”

Mi parlavi prima di video, ne avete girato qualcuno per il disco?

“Sì, abbiamo fatto una versione di ‘Go To California’ più breve dell’originale, adatta per l’air playing, senza la lunga parte strumentale che c’è sull’album. Il video è veramente divertente: siamo vestiti con lunghi abiti dell’800 e indossiamo copricapi che richiamano quelli degli indiani d’America. Abbiamo anche fatto un video per ‘The Slow Phaseout’, sarà un po’ diverso e più curato, nel senso che ci è costato un sacco di soldi, ahahah… d’altronde MTV vuole video che costino, speriamo di averli accontentati con questo, ahahah! D’altronde siamo una band troppo piccola per attirare le attenzioni dei grandi media.”

Mi ha sempre incuriosito sapere come componete i vostri brani. A volte mi sembra che nascano da vere e proprie jam session, altre invece ho l’ impressione che siano invece studiate e curate a lungo…

“Normalmente le idee principali ci vengono quando siamo a casa: riff, melodie o cose simili che ti vengono in mente mentre stai suonando da solo. Poi portiamo queste idee in sala prove e le proponiamo, spiegando che tipo di atmosfera vorremmo e come è nata l’idea. Ci basta una chitarra acustica, giusto per illustrare l’idea generale. Dopodichè passiamo a discuterne insieme per decidere che tipo di ritmo potremmo affiancarci, che tipo di voce, che arrangiamenti… suoniamo il pezzo, proviamo soluzioni diverse e le registriamo. Poi ci riascoltiamo e cerchiamo di correggere gli errori e di tenere le cose buone… andiamo avanti per un po’ finchè non troviamo la quadratura giusta. E’ un processo molto lungo, specie per quesot album… c’è anche spazio per l’ improvvisazione ovviamente, a volte passiamo un’intera giornata a suonare una sola canzone, per improvvisarci sopra e cercare nuovi spunti.”

D’altronde siete famosi proprio per la vostra capacità di cambiare pelle continuamente ed è anche per questo che il pubblico vi apprezza, immagino…

“Lo credo anch’io. Sai, quando abbiamo pubblicato ‘Let ‘Em Eat Cake’ pensavamo di esserci spinti troppo in là: era un disco totalmente diverso dal passato e non sapevamo se la gente lo avrebbe apprezzato. Lo speravamo certo, ma non potevamo esserne sicuri, in fondo era un album più soft dei precedenti e forse qualcuno non avrebbe apprezzato… ai nostri occhi è semplicemente un bel disco, senza essere ruffiano! Sono curioso di vedere quale reazione avremo questa volta… penso sia un grosso passo avanti per noi, una grossa sfida: cercare di rimanere noi stessi lavorando però in un contesto diverso.”

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