Eyes Set To Kill: “Masks” – Intervista ad Alexia Rodriguez

Rendere pubblico il passato tortuoso di una band non è sempre facile, soprattutto se a svelare gli altarini è un intero album dedicato al “lato oscuro” del business musicale. I nostri coraggiosi portano il nome di Eyes Set To Kill che ci rivelano tutti i retroscena del nuovo, attesissimo album “Masks“.

Rompiamo il ghiaccio e parliamo subito del nuovo lavoro discografico degli ESTK, “Masks”. Uscirà a settembre per la Century Media Records. Ci vorresti dire qualcosa in più? Partiamo ad esempio dalla copertina.

L’idea di base è venuta da Cisko, l’album e la copertina stessa rappresentano fondamentalmente il periodo in cui siamo andati incontro in quanto band. Quando non avevamo ancora alcun accordo discografico con nessuna compagnia, la sensazione che avevamo era pressante, era come se stessimo indossando delle maschere, non ci sentivamo noi stessi, non ci sentivamo liberi, dovevamo fare quello che gli altri volevano da noi, quindi dovevamo agevolare quello che altri volevano e che si aspettavano che noi facessimo. In sostanza, quello che rappresenta quest’album è questa nostra sensazione, noi volevamo liberarci di queste maschere ed essere solamente noi stessi. Volevamo creare qualcosa di diverso, anche a livello visivo, contattando svariati fotografi per rendere il tutto il più realistico possibile.

“Masks” è un album che segna un passaggio molto importante per la band. Ho letto in giro che prima di essere sotto contratto, avete avuto modo di lavorare per molte case discografiche che, in un certo modo, non vi hanno permesso di essere voi stessi al 100%. Tu stessa hai ammesso che vi sentivate come se indossaste una sorta di maschera, per l’appunto. Nelle foto promozionali dell’album vi vediamo infatti indossare delle maschere, per accentuare maggiormente il concetto. Ti andrebbe di spiegarci meglio il significato attribuitogli?

Cercherò di non addentrarmi troppo nella spiegazione. Il concept dell’album, come citavo poco fa, ruota intorno a questa nostra sensazione di proibizione, io stessa avevo questo presentimento che tutti noi stessimo indossando delle maschere solo per favorire il piacere altrui. Era come se noi stessimo mascherando I nostri sentimenti, a tal punto che si sentivamo quasi costretti a fare le cose quotidiane controvoglia e quando questo succede, è come se tu diventassi un’altra persona, una persona diversa da quella che realmente sei. In un certo senso, quindi, è come se tutti noi avessimo provato l’esperienza di indossare una maschera, senza darci modo di capire e far vedere come realmente siamo.

Ho avuto modo di ascoltare il disco e, rispetto ai precedenti album, mi sembra un disco più pesante e sono certa che in ambito live avrà una maggiore resa a livello musicale. Questo cambiamento nel sound è stato voluto o è il risultato di un’evoluzione compositiva?

Non penso vi sia stato un così grosso cambiamento. Diciamo che abbiamo avuto più tempo per lavorarci sopra, per capire cosa volessimo realmente. Ho l’impressione che la direzione da noi intrapresa sia quella giusta, ho sempre voluto questo per la mia band. Ora siamo un quartetto, in passato eravamo un quintetto e le cose si son evolute. Una cosa che spesso ci viene chiesta è il perché improntiamo le canzoni su un sound heavy, con annessi video-friendly. Personalmente, mi risulta difficile dare un parere sulla nostra musica, perché sono cresciuta ascoltando moltissimo alternative rock, successivamente anche il metal, per cui non è che tutti i nostri brani si basino su un sound prettamente metal. Il mio, il nostro lavoro è molto più personale, in qualche modo!

Questo è il primo disco che pubblicherete con la Century Media. Si è molto parlato della vostra scelta di unirvi al roster di una delle maggiori case discografiche. Come è nata la collaborazione tra la band e la CM?

È successo che mentre stavamo scrivendo i demo ed eravamo ancora senza una effettiva casa discografica, abbiamo pensato di inviare alla Century Media questi due demo. Alla casa discografica è piaciuto il risultato e successivamente abbiamo ottenuto un accordo discografico con essa. Se non avessimo avuto un contratto con questa compagnia, non avremmo avuto modo di inserire alcune delle nostre canzoni nel nostro album.

Parliamo della collaborazione con Steve Evetts, conosciuto già per il suo lavoro con i Sepultura e i Dillinger Escape Plan.
È stato un piacere lavorare con Steve. Prima di questa esperienza, avevamo avuto modo di lavorare con molti altri produttori, ma non ci era mai capitato di lavorare con qualcuno come lui. Rispettiamo molto il suo lavoro. Ho avuto modo di ascoltare alcuni dei dischi da lui prodotti durante la mia adolescenza, per cui ritrovarsi a lavorare con un produttore di tutto rispetto come lui è una gran bella cosa! Lavorare con lui per questo disco è stato sicuramente qualcosa di diverso, in quanto la pre-produzione è forse la parte più importante a cui siamo andati incontro e credo che abbia aiutato molto per la realizzazione completa dell’album stesso!

Le prime due canzoni che avete scritto sono state “True Colors” e “Nothing Left To Say”… e proprio grazie a queste due canzoni, avete ottenuto il contratto con la CM. Personalmente, trovo che siano le due canzoni che forse identificano al meglio l’album. Le melodie sono catchy, non c’è molto tecnicismo. Sei d’accordo?

In parte sì, voglio dire: ogni volta che scrivo un nuovo pezzo cerco di improntare le linee vocali verso una direzione decisamente più orecchiabile, più catchy, per far sì che la gente si ricordi di noi. So che questi due brani sono differenti l’uno dall’altra, sono entrambi più heavy, ma anche più melodici. “Two Colours” è anch’essa heavy, è più pesante e diversa dai soliti brani che noi proponiamo. Conoscendo i nostri fan, so che sicuramente si ritroveranno a pensare la stessa cosa.

Recentemente l’etichetta ha pubblicato i video di “Lost and Forgotten”, “Infected” e “Where I Want To Be”. Hai già avuto modo di vedere quali sono state le reazioni dei fans?

Oh, la reazione è stata buona! Scusa, qual è la canzone che hai menzionato per prima? Ah sì, “Lost And Forgotten”! È la canzone che abbiamo scelto come prima opzione, in quanto ingloba tutti gli elementi tipici del nostro sound, l’abbiamo proposta sperando che i fans potessero riconoscere il sound tipico degli ESTK e non affinché pensassero che fosse qualcosa di diverso. Penso che se avessimo rilasciato per prima “Infected”, è probabile che i fans potessero pensare che l’album fosse così e che la band, quindi, avesse subito un cambiamento. I fan sono molto d’aiuto in questi casi, non abbiamo mai avuto i cosiddetti “extreme haters” ma dal momento in cui noi abbiamo modo di suonare i nostri pezzi e vedere quale reazione scatenano nei nostri fans, è ok! A breve dovrebbe uscire un video per il singolo “Infected”, vedremo quali altre reazioni porterà.

Questo, se non sbaglio, è anche il secondo album che vede la partecipazione di Cisko, che ha aggiunto lo scream, bilanciando il suono e amplificando la pesantezza… ma come viene distribuito il lavoro in sé?

Ogni canzone si contraddistingue dalle altre, ci sono volte in cui lavoro e mi invento un ritornello mentre sto lavorando alle parti di chitarra. In altre occasioni preferisco scrivere l’intero brano e non voglio sapere nulla di quel che riguardano le parti vocali o via discorrendo. A volte vi sono parti che per me son realmente difficili da cantare o suonare, per cui lì aggiungiamo un po’ di screams. Ci sono volte in cui preferiamo concentrarci anche sulla guitarra, piuttosto che sullo screaming. Dipende sempre dalla situazione!

Due canzoni che hanno attirato la mia attenzione sono  “Infected” e “Killing in Your name”. Ti andrebbe di spiegarci il concept che sta dietro a queste due tracce?

Ok! “Infected” parla di una mia relazione passata, di una situazione sbagliata che si era venuta a creare con quella persona. Abbiamo voluto rispecchiare questa situazione anche nel videoclip che abbiamo girato, che comunque dovrebbe uscire a breve (Il giorno dopo, la band ha rilasciato sul proprio canale Youtube il video del singolo, ndR). In sostanza, nel video si vede l’intera band in un ospedale psichiatrico, dando l’idea che quelli “malati” siamo noi, ma non è così. Siamo circondati da dottori e infermiere, che in realtà poi daranno modo di dimostrare di essere loro quelli “infetti” e pazzi. Killing In Your Name parla della mia frustazione nei confronti delle persone che fanno parte della mia vita, le quali costantemente mi dicevano quello che dovevo fare. Credo sia la prima volta che scrivo una canzone simile! Ad un primo impatto, potrebbe risultare una canzone di stampo politico, ma è fondamentalmente una metafora per dire che io prevalgo su queste persone, che mi sento superiore a costoro.

Gli ESTK hanno avuto modo di condividere il palco con nomi come Papa Roach, Black VeilBrides, WeButter The Bread With Butter e via discorrendo. Avete già qualche programma per promuovere l’album live?

Uhm, per ora niente di nuovo e confermato. Sicuramente proveremo a far qualcosa all’inizio del prossimo anno o al più durante l’estate, magari suoneremo a qualche festival! Cercheremo di far qualcosa. (Pochi giorni dopo la band ha rilasciato le prime date americane di supporto ai Scar The Martyr, ndr).

Vista l’imminente uscita del disco, quali sono i vostri altri progetti futuri? Un tour in Europa?

Penso che inizieremo a suonare in giro per gli States a partire dal 18 Settembre, credo che continueremo a fare qualche show qua e là, sperando di avere un tour da headliner per l’anno prossimo. Mi piacerebbe, inoltre, iniziare a scrivere del nuovo materiale per il prossimo album, magari nei momenti di pausa del tour…

A te le parole finali, Alexia!

Mi piacerebbe molto ringraziarvi tutti, i fans sono molto d’aiuto per cui colgo l’occasione di ringraziarvi per tutto quanto!

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