Earthtone9: Intervista a Karl Middleton

Fra una settimana esatta torneranno a suonare dal vivo in Italia d’apertura a Glassjaw e Soulfly, e al momento il loro nuovo disco ‘Arc’tan’gent’ è uno dei favoriti assoluti di qust’anno dell’intera redazione. Capaci di coniugare la psichedelia trasognata dei Tool, un approccio melodico tipicamente inglese e scorie hardcore pesanti e dirette. In maniera estremamente banale si può dire che gli Earthtone9 siano uno dei migliori gruppi attuali nella sfuggente arte di coniugare melodia e potenza. Prolifici (3 dischi e un mini in 3 anni) ed affascinanti, sono pronti ad esplodere…

‘Arc’tan’gent’ ha ottenuto dei consensi praticamente unanimi da subito, il vostro nome sta girando alla velocità della luce, parteciperete a tour importanti e credo che anche l’impegno promozionale stia aumentando considerevolmente. Come vi sentite?

“Ci sentiamo molto eccitati e molto orgogliosi allo stesso tempo. Crediamo di aver portato tutto quello che facevamo ad un livello superiore, e siamo molto curiosi di sapere cosa ne penserà la gente. Siamo curiosi di sapere come reagirà la gente che già ci conosceva ed apprezzava, e di vedere come invece reagirà chi non conosceva la nostra musica. E’ tutto molto eccitante.”

Ti riferisci anche all’introduzione di melodie molto più nitide e messe in maggiore rilievo?

“Mi riferisco anche a quello, si. Il tutto è stato fatto in maniera abbastanza intenzionale: noi abbiamo sempre avuto una parte melodica piuttosto consistente, e volevamo migliorare questo aspetto del gruppo. Questo cambiamento riguarda anche le nostre esibizioni dal vivo, che tirano sempre fuori la nostra parte più aggressiva. Dopo anni che suonavamo più o meno sempre lo stesso tipo di materiale abbiamo cominciato a reagire a tutta questa pesantezza scrivendo dei pezzi con parti più tranquille e melodiche.”

Ricordo che alcuni dei pezzi che sono su ‘Arc’tan’gent’ facevano parte della vostra scaletta live già da qualche tempo: ne suonaste almeno un paio anche a Milano, nella data con Kill II This e Misery Loves Co.

“Sicuramente abbiamo suonato dal vivo per lungo tempo ‘Alpha Hi’ e ‘Tat Twam Asi’…”

…che sono poi i due pezzi inediti che sono finiti su ‘Hi Point EP’.

“Esattamente, quei due pezzi sono stati scritti prima di tutto il resto del materiale dell’album, e quindi sono finiti prima in scaletta.”

C’era anche qualcos’altro, mi sbaglio?

“Non ti sbagli, c’era quasi di certo anche un pezzo molto aggressivo che è ‘Approx.Purified’ e probabilmente anche ‘Evil Crawling I’, due pezzi che abbiamo proposto spesso anche se ancora inediti.”

Ritorniamo un attimo sull’EP per una domanda molto banale: come mai avete scelto di fare una cover di un pezzo degli Shihad? Credevo che tutti si fossero dimenticati del gruppo, credo che l’unico vero momento di fama fu per loro il tour europeo con i Faith No More ormai parecchi anni fa!

“Ricordo anch’io che ottennero una buona esposizione in seguito a quel tour! ‘Killjoy’, l’album da cui proviene ‘You Again’, è un disco molto forte, che contiene dell’ottima musica e alcune canzoni splendide. Abbiamo ascoltato molto gli Shihad, e ci piaceva il fatto che avessero un profilo molto basso, che non si sapesse molto di loro. Volevamo insomma fare una cover di un pezzo che non fosse già familiare a tutti.”

E infatti suona quasi come un pezzo inedito degli Earthtone9!

Il nuovo disco è stato prodotto da Andy Sneap (Stuck Mojo, Nevermore, Earth Crisis), che è un produttore famoso per la propria capacità di conferire pesantezza al sound dei gruppi con cui lavora, per esempio lavorando in maniera davvero fantastica sul suono della batteria o sullo spessore del muro di chitarre. Come vi siete trovati a lavorare con lui e -soprattutto- perché avete scelto un produttore sostanzialmente “metal”?

“Prima di metterci al lavoro sulla registrazione del nuovo disco, abbiamo stilato una sorta di lista di produttori con cui ci sarebbe piaciuto lavorare, e lui era incluso, ovviamente. Sapevamo anche che era, appunto, un produttore molto orientato su un suono “metal”. Ci siamo quindi incontrati con lui per parlare di come volessimo che il disco suonasse, e sembrava che facesse apposta a dire tutte le cose che volevamo sentirci dire, e non abbiamo più esitato, dunque. Avevamo già avuto a che fare con lui, e s’era dimostrato una persona che lavorava in maniera molto intensa e autoritaria, tendendo quasi ad imporsi. Questa volta invece è stato molto più trattabile e tranquillo, ci siamo trovati molto bene, perché sostanzialmente stiamo parlando di un produttore assolutamente fantastico.”

C’è una sorta di alone di “mistero” sui testi degli Earthtone9, che si pongono come sfuggenti e per nulla immediati, ricchi di riferimenti che suonano “esotici”. Questi riferimenti sono genuinamente mediati da linguaggi orientali o comunque non europei o servono più che altro a conferire un certo tipo di “aura” e a suggerire determinate immagini?

“E’ una combinazione di questi elementi, a dire la verità. I testi che scrivo possono essere in qualche modo riconducibili ad una storia e avere un significato molto specifico, ma possono anche essere composte solamente da due o tre frasi che mi piacciono molto ripetute, scambiate fra di loro e intrecciate per comporre l’intero testo. In questo caso ovviamente non c’è un significato univoco, e il pezzo è più che altro orientato verso il comunicare un feeling particolare, una sensazione non definita ma piuttosto forte. Comincio con lo stendere alcune frasi, poi giro intorno al significato e aggiungo altre parti, anche se effettivamente non c’è un unico modo in cui scrivo i testi. Dopo averli iniziati e averci lavorato li passo agli altri del gruppo, e chiedo “Secondo te di cosa parla?”. Questa è senza dubbio la parte più stimolante, e ci porta a riflettere insieme su quale sia il modo migliore di esprimere la sensazione comune, anche lavorando ancora sulla musica, per astrarre il concetto fondante.”

Ecco, “astratto” è un aggettivo particolarmente appropriato per descrivere la vostra musica…

“Sono assolutamente d’accordo. Ci sono tantissimi gruppi che hanno tutti i titoli dei pezzi formati da una sola parola: io credo sia interessante vedere qualcosa scritto ed essere stimolati a pensare cosa ci possa essere dietro, quale sia il significato. Noi lavoriamo molto su questa cosa, sul donare alla nostra musica un’aria interessante fin dall’inizio.”

Lo stesso titolo dell’album (‘Arc’tang’gent’) derivante dalla geometria evoca un senso straniante, non si può che prenderlo come una metafora di qualcosa…

“E’ una combinazione di diverse cose, e penso che suoni effettivamente in maniera molto interessante, soprattutto perché ancora una volta vuole rispecchiare il reale contenuto del disco, com’è successo col precedente ‘Off-Kilter Enhancement’, che voleva stare a rappresentare il fatto che vedessimo la nostra musica come inusuale. Allo stesso modo il nuovo album è un tentativo di distaccarsi parzialmente -rimanendo “tangenti”, insomma- da quello che abbiamo fatto finora. C’è il tentativo preciso di risultare più melodici, ma c’è anche la necessità di staccarsi dalla scena new-metal e da tutto quello che gira intorno ad essa, da tutto il buzz a cui è sottoposta.”

Il fatto di essere inglesi probabilmente ha amplificato questa idea di necessità di distacco dal mucchio di gruppi new-metal. La vostra stampa specializzata è considerata eccessivamente trendista, ma vi ha anche supportato parecchio nell’ultimo paio d’anni. Quali sono i tuoi sentimenti a riguardo?

“Siamo ovviamente grati a tutti quelli che ci hanno supportato e dato una mano, non potrebbe essere altrimenti. Credo però che spessissimo il modo in cui tendono a rappresentare le cose sia parecchio lontano dalla realtà. Esagerano nel voler a tutti costi vedere una scena inglese florida e affollata, ed esagerano nel voler sempre elogiare i gruppi inglesi. Eccedono nel campanilismo, la musica non è una questione geografica. Capisco che i gruppi americani vendono molto di più di quelli britannici, ma credo che tutta questa enfasi sia sprecata, i buoni gruppi arrivano da ogni paese.”

Paese che vai, usanza che trovi: in Italia funziona esattamente al contrario. Appena una band diventa un minimo famosa si trasforma quasi automaticamente un gruppo venduto, poco interessante, eccessivamente commerciale. Da parte vostra è invece lodevole l’impegno che mettete nell’aiutare e promuovere gruppi giovani e interessanti. Penso ad esempio ai Raging Speedhorn o agli Hundred Reasons, due gruppi con i quali avete suonato molto spesso e che avete certamente aiutato molto ad emergere!

“Sostanzialmente ci piace dividere il palco con gruppi che ci piacciono, con gruppi la cui musica ci colpisce profondamente. E’ un piacere immenso stare in tour con gente che stimi a livello artistico, è splendido poterli vedere suonare ogni sera. Il nostro discorso non si allarga a tutti i gruppi inglesi, ma è riservato alle band che ci piacciono: crediamo sia il modo migliore per aiutarle e lo facciamo davvero volentieri.”

La prima volta che avete suonato in Italia furono i GF93 ad aprire la serata, e avete suonato con loro anche altre volte: come vi siete trovati?

“Molto molto bene, davvero! Uno dei nostri chitarristi è in contatto tutt’ora con Carlo. Ci hanno anche spedito dei pezzi nuovi, e sono davvero buoni!”

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