Code Orange: “Bleeding In The Blur” – Intervista ad Eric Balderose

Il backstage dell’Alcatraz, il giorno del concerto di Five Finger Death Punch, Ministry,
Monster Magnet e Code Orange, è un viavai di artisti che si rilassano dopo uno show o si preparano ad esibirsi.
E’ in questo clima creativo e frenetico che abbiamo avuto modo di incontrare proprio i Code Orange, freschi di contratto discografico con Roadrunner Records e dell’uscita del loro ultimo disco “Forever”.
Stanco per il concerto da poco conlcusosi, ma comunque disponibile e cordialissimo, Eric Balderose si è fatto portavoce di una band giovane, ma estremamente promettente.
Parola d’ordine: Hardcore.

Ciao Eric, innanzitutto grazie di essere qui con me. Cosa si prova ad essere tornati ad esibirsi in Italia?

E’ veramente fantastico. Ultimamente siamo stati spesso in tour, ma non abbiamo avuto molte occasioni di suonare qui in Italia. Il nostro primo tour Europeo era stato piuttosto piccolo, per cui è meraviglioso poter tornare con uno show più grande e davanti ad un pubblico più ampio.

“Forever”, il vostro terzo album di studio, è uscito all’inizio di quest’anno. Per molte band il terzo disco rappresenta una svolta nel processo di definizione e affermazione della band. Sei d’accordo?

Assolutamente sì. Credo che “Forever” mostri il nostro vero talento e la nostra maturità a tutti i livelli, da quello della produzione fino ad arrivare alla nostra effettiva abilità musicale. E’ il mio album preferito all’interno della nostra discografia, penso che abbiamo ottenuto un ottimo risultato.

Qual è stata la reazione del vostro pubblico fino ad ora?

Davvero fantastica. Un tour come questo, con grandi palchi come quello che abbiamo condiviso con i System Of A Down, è qualcosa a cui non siamo del tutto abituati: di solito non suoniamo davanti ad un pubblico metal in senso stretto, ma ultimamente ci sta capitando più spesso. Comunque al pubblico sembra piacere la nostra musica, magari le persone non si lanciano in moshpit selvaggi come in America, ma in ogni caso credo che apprezzino.

Il vostro stile musicale non è facile da definire, ma se dovessi farlo, quali parole useresti?

Io direi che siamo una band hardcore e lo saremo sempre. Ad essere onesto, non sono un grande appassionato di musica metal, per quanto abbia un profondo rispetto per molte band appartenenti a questo genere. Un gruppo hardcore rimarrà sempre un gruppo hardcore.

Quali sono le vostre influenze principali, musicalmente parlando?

Personalmente mi piacciono band come Nine Inch Nails, Ministry, band heavy e industrial. E poi naturalmente ascolto molte band hardcore. Ognuno di noi ha dei generi che predilige: io sono più appassionato di elettronica, il lato più hardcore è di pertinenza di Joe, Dom e Jamie, mentre Reba è più sul versante melodico. Direi che tutte queste influenze, insieme, hanno prodotto un ottimo risultato.

Anche in questo disco ben tre membri della band contribuiscono alle parti vocali. Come è nata questa scelta?

E’ sempre stato così. Abbiamo formato la band quando eravamo al liceo e avevamo 14 anni; adesso ne abbiamo 23, ma abbiamo sempre avuto tre cantanti. Jamie è sempre stato un batterista e vocalist, e ad un certo punto abbiamo notato che la sua voce si amalgamava bene a quella degli altri, per cui abbiamo continuato a ricercare questo effetto.

Avete un nuovo membro nella band, Dominic Landolina. Cosa puoi dirmi di questa aggiunta alla lineup?

Quando stavamo scrivendo “Forever”, mi sono accorto di poter dedicare alla chitarra meno tempo che in passato, dovendomi concentrare maggiormente sulle parti elettroniche. Così abbiamo chiesto al nostro caro amico Dom di prendere il mio posto come chitarrista e con il passare del tempo ci siamo resi conto che la cosa poteva funzionare. Credo che sia stato positivo sia per la parte live che per il processo di songwriting.

Il nuovo album è uscito per Roadrunner Records: la presenza di una nuova etichetta ha influenzato in qualche modo il processo di registrazione?

In realtà no; nella nostra carriera abbiamo sempre voluto scrivere musica che ci piacesse registrare o suonare dal vivo, non abbiamo mai cercato di piacere a tutti i costi a qualcuno che non fosse un nostro fan. E nessuno in Roadrunner ci ha imposto di andare in una direzione rispetto ad un’altra. La differenza è stata nella pressione, che in questo caso è stata maggiore: dovevamo fare un buon disco perchè avevamo molti occhi puntati addosso. Da questo punto di vista è stato stressante, abbiamo lavorato per 6 giorni a settimana, continuando a provare e a scrivere. E’ stato un modo nuovo e creativo di approcciare la stesura del disco, che ha dato una motivazione ai nostri sforzi. Sapevamo che se avessimo lavorato bene, avremmo ottenuto un buon riscontro. E credo che alla fine sia andata proprio così.

Se dovessi individuare un processo evolutivo nella carriera della band, dove sarebbero i cambiamenti principali?

Credo che l’evoluzione della band abbia riguardato principalmente l’aspetto live: i nostri show hanno sempre avuto la stessa vibrazione, lo stesso sentimento ed intensità, ma con il passare del tempo abbiamo cominciato a collaborare sempre di più sul palco.
Abbiamo iniziato a scrivere musica in funzione delle esibizioni dal vivo e credo che il pubblico americano, che ci vede più spesso, abbia notato un’evoluzione della band in questo senso. Il periodo di maggior sviluppo è stato proprio quello intercorso tra “I Am King” e “Forever”, quando abbiamo cercato di spingerci oltre i limiti e portarci ad un livello successivo.
Comunque il nostro obiettivo è continuare a migliorare, siamo una band in costante evoluzione.

State supportando i System Of A Down in occasione di alcune date Europee e avete già suonato con loro lo scorso 1 Giugno. Com’è andata e cosa vi aspettate dalle prossime tappe di questo tour?

Fino ad ora è stato davvero fantastico e folle. La data di Zurigo è stata di certo il più grande spettacolo della nostra carriera, anche un po’ spaventoso a dire il vero. Non penso che a molte delle persone presenti interessasse un genere come il nostro, per cui credo che sia stata un’ottima opportunità per farci conoscere e guadagnarci una nuova fetta di pubblico.

Quali sono i piani futuri dei Code Orange? Immagino che vi focalizzerete sulla promozione del nuovo disco.

Sì, al termine di questo tour torneremo a casa e suoneremo ad alcuni festival estivi in America. Suoneremo al This Is Hardcore Fest di Philadelphia ad Agosto: per noi è un appuntamento fisso e sarà grandioso.
Non abbiamo delle date prestabilite per tutto l’anno, è tutto work in progress. Speriamo di riuscire a tornare in Europa verso la fine dell’anno e sono certo che ci rivedremo.

Ilaria Marra

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Braccia rubate alla coltivazione di olivi nel Salento, si è trasferita nella terra delle nebbie pavesi per dedicarsi al project management. Quando non istruisce gli ignari colleghi sulle gioie del metal e dei concerti, ama viaggiare, girare per i pub, leggere roba sui vichinghi e fare lunghe chiacchierate con la sua gatta Shin.

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