Avatar: “Tooth, Beak & Claw” – Intervista a Johannes Eckerström

“Feathers & Flesh”, il nuovo disco degli svedesi Avatar, rappresenta il primo concept album della band, con una interessante quanto originale storia alle spalle. Ne abbiamo parlato con il frontman Johannes Eckerström, che ci ha rivelato cosa si nasconde dietro la nuova fatica della combo scandinava, oltre a descriverci l’esperienza in studio con la nota produttrice Sylvia Massy e a rivelarci qualcosa in più sui suoi legami con l’Italia. Fatevi largo nella favola sonora degli Avatar: i clown svedesi sono tornati e non hanno la minima intenzione di farvi ridere.

Ciao Johannes, innanzitutto grazie per essere qui. Parliamo del nuovo disco degli avatar, “Feathers & Flesh”: so che si tratta di un concept. Quindi, per iniziare, come introdurresti questo lavoro ai nostri lettori?

Ciao, è un piacere!
L’album è una favola che parla di un gufo che va in guerra per impedire al sole di sorgere. Naturalmente fallisce, perché è una cosa impossibile: non si può impedire al tempo di scorrere. Ci sono molte lezioni da imparare nel corso della storia, ma il punto della vicenda è che, anche a livello personale, siamo spesso incapaci di trasformare la nostra conoscenza e le nostre esperienze in una forma di saggezza che ci sia utile. E’ una cosa che accade spesso a tutti noi e succede anche al gufo del concept.

La storia dietro l’album è molto particolare e avete deciso di utilizzare la forma della favola, con gli animali come protagonisti, per veicolare un messaggio complesso. Si tratta di un genere che affonda le radici nella letteratura greca e latina. Come è nata l’idea della storia che poi avete utilizzato?

Inizialmente volevamo utilizzare una favola esistente, ma ad un certo punto ho perso interesse per questa soluzione e ho deciso che sarebbe stato meglio scrivere una storia originale. Siamo partiti dall’idea di voler scrivere un concept prima ancora di sapere su cosa. Quindi all’inizio abbiamo pensato di usare un romanzo, come hanno fatto i Blind Guardian con il “Silmarillion”, ma poi siamo andati avanti e abbiamo pensato a qualcosa di fresco, che non si fosse ancora visto, di certo non in ambito metal. Ho fatto delle ricerche e mi sono imbattuto in Jean De La Fontaine: poi ho pensato che sarebbe stato interessante scrivere l’intera storia in una forma poetica più rigida, che fosse più vicina alla poesia del passato che non a quella moderna. Devo dire che si è rivelata una sfida piuttosto complicata e interessante. Certo, la favola è una metafora di situazioni e condizioni umane, è simbolica e raccoglie tutta una serie di aspetti personali che sono emersi nel processo di scrittura.

Infatti, oltre all’album, può essere acquistato anche un libro dal titolo “Feathers & Flesh: A Fable”, che accompagna il disco. Che cosa mi puoi dire in proposito?

Quando stavamo completando la stesura della storia, ci siamo resi conto che era troppo lunga per un booklet, ma sentivamo che le parole necessitavano di avere il rispetto e lo spazio che meritavano. Così è nata l’idea del libro, che contiene anche delle illustrazioni. Volevamo che fosse fatto nel modo giusto e credo che chiunque possa godersi il libro che accompagna l’album, da chi acquista i vinili fino a che quelli che lo ascolteranno semplicemente in streaming su Spotify.

A livello sonoro, “Feathers & Flesh” è molto complesso e maturo e unisce in maniera bilanciata elementi che vanno dalle influenze death metal più pure ad una grande attenzione per le melodie, mentre tu dimostri una grande capacità di passare dal cantato in scream a quello pulito. Si potrebbe dire che questo lavoro sia il più studiato e sperimentale della vostra carriera?

Credo di sì. La nostra idea è che non vogliamo mai ripeterci, per cui cerchiamo sempre di esplorare le nostre capacità di musicisti e autori di testi. Anche il fatto che sia un concept ha permesso di utilizzare elementi differenti a livello musicale, mentre la presenza di Sylvia Massy come produttrice ci ha aiutati a mettere in pratica idee del tutto folli e a sperimentare in un modo che non avremmo mai fatto in passato. Detto ciò, per me era molto importante che la base fosse un album heavy metal in senso stretto: nei concept album, infatti, il rischio di perdere se stessi è sempre dietro l’angolo. Avrebbe potuto essere un disco molto pretenzioso, ma noi siamo metallari che vogliono fare metal, per cui non poteva mancare la componente di headbanging, assoli, riff da paura. E’ importante che questo ci sia e che rappresenti il cuore delle canzoni.

Come hai anticipato, per “Feathers & Flesh” avete collaborato con Sylvia Massy, che ha prodotto il disco. Puoi dirci com’è andata e in che modo la sua presenza ha influenzato il risultato del vostro lavoro?

Certo, Sylvia è davvero brillante e sa molte cose a livello musicale e tecnico. Ha una grande conoscenza di teoria musicale e come produttrice riesce ad ispirare e a suggerire grandi idee. Noi l’abbiamo messa alla prova, perchè lavoriamo davvero duramente, e lei a sua volta ci ha spinti tantissimo: ad esempio, era davvero emozionata e contenta dell’idea del concept. La sua discografia è molto eclettica e lei è aperta a diversi approcci e stili musicali, ma sempre con un grande controllo della qualità. Non potrei immaginare cosa ne sarebbe stato dell’album se avessimo lavorato con qualunque altro produttore.

Siete sempre stati molto interessati all’aspetto visuale, a partire dal vostro look sul palco. Questa volta, però, i clown hanno scritto una storia molto malinconica. Si potrebbe dire che in quest’album e nella band c’è un senso di dualismo paragonabile a quello dei clown, che dovrebbero essere personaggi divertenti ma spesso evocano sentimenti di tristezza?

Assolutamente sì. Più che di dualismo, parlerei di alternanza tra momenti divertenti e di intrattenimento e il fatto che la nostra sia una musica oscura e spaventosa. In tutto quello che facciamo c’è del dualismo, ma esattamente come in ogni essere umano. Tutti noi possiamo essere allo stesso tempo meravigliosi e terribili e questo ci riporta al fatto di guardare a se stessi attraverso la stesura di una storia, perché nella storia e nelle canzoni sono presenti diverse creature che incarnano differenti personalità. Tutti, però, arrivano dalla mia interiorità. Certo, non penso di essere l’unico ad avere tutti questi differenti lati , ma esprimere ogni aspetto nella sua completezza mi ha aiutato a categorizzarlo anche nella mia mente, tramite i diversi personaggi del concept.
Tutti noi a volte siamo depressi e cupi, altre volte coraggiosi, poi codardi, alcune volte siamo orgogliosi o sentiamo la necessità di stare da soli, mentre altre proviamo il bisogno di appartenere a qualcosa. E tutti questi lati hanno una loro validità e, certo, il clown è un ottimo mezzo per esprimerli. Immagina il giullare alla corte del re, che poteva dire, a proposito dei presenti, cose che nessun altro poteva, semplicemente per il fatto di essere un intrattenitore. E non voglio dire che noi siamo in grado di dire la verità, nel senso che sappiamo cose che altri non sanno, ma abbiamo trovato un modo molto divertente per presentare idee, prospettive ed emozioni assai cupe.

Nell’album sono presenti canzoni epiche, come “House Of Eternal Hunt”, “Fiddler’s Farewell”, “One More Hill”, “Sky Burial”, ma avete deciso di presentare il disco con “For The Swarm”, che è la traccia più breve dell’intero lavoro. Come mai questa scelta?”

Perchè è un brano che confonde. Non c’è una canzone che incarni appieno tutti gli aspetti dell’album, quindi abbiamo presentato al pubblico una traccia che significasse tutto e niente, una delle più estreme del disco, nel senso che è differente da tutto il resto. E poi, parlando di singoli, ci siamo ricollegati ad una cara, vecchia tradizione: anche i primi singoli della carriera dei Beatles duravano qualcosa come 2 minuti e mezzo.

Passiamo ai piani futuri della band. Pensereste mai di presentare il nuovo concept album per intero, magari in un evento teatrale?

Mai dire mai, però per adesso la sfida più interessante per me è integrare questo lavoro nella discografia precedente degli Avatar e fare in modo che tutto abbia un senso nell’insieme. L’idea è quella di riuscire a far considerare ogni canzone come un’entità a se stante, senza che sia necessario conoscere l’intera storia. Quindi direi che è una cosa che potremmo fare tra una decina d’anni, ma in questo momento non è una priorità per nessun membro della band.

Ci sarà la possibilità di vedervi in tour in Italia?

Certo. Diversamente, credo che ucciderei il nostro booking agent. L’ultima volta, per il tour di “Hail The Apocalypse”, abbiamo fatto due show e avrei voluto che fossero molti di più. Ho un po’ di connessioni personali con l’Italia e tutti i nostri show italiani sono sempre stati fantastici e divertenti. In più, in Italia ho dei parenti: mia zia, la sorella di mio padre, è sposata con un uomo italiano e vive a Mentana, poco fuori Roma. Comunque, delle tappe in Italia sono sicuramente in programma.

Vorresti lasciare un messaggio per i fan italiani?

Vorrei ricordare qualcosa di divertente in italiano…mi viene in mente solo “la fabbrica è andata a fuoco” (in italiano, ndr). E’ una specie di barzelletta che mi ha insegnato mia zia quando ero piccolo.

Grazie mille Johannes, e ancora complimenti per l’album. Ci vediamo on the road!

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Ilaria Marra

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Braccia rubate alla coltivazione di olivi nel Salento, si è trasferita nella terra delle nebbie pavesi per dedicarsi al project management. Quando non istruisce gli ignari colleghi sulle gioie del metal e dei concerti, ama viaggiare, girare per i pub, leggere roba sui vichinghi e fare lunghe chiacchierate con la sua gatta Shin.

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