Allhelluja: Avanti tutta! – Intervista con Max

Un nuovo disco ed un altro passo avanti nella scalata verso il successo di una delle band italiane che si sta maggiormente facendo onore presso la comunità internazionale. Alla quale insegna che in Italia possono emergere anche realta’ musicali diverse da quelle che sinora hanno portato alla ribalta la musica metal tricolore. Gli Allhelluja sono ormai una realta’ consolidata, ma non hanno perso un’oncia della gentilezza mostrata sinora. Questo colloquio con il chitarrista Max conferma quanto detto.

Il vostro primo disco ha riscosso notevoli successi e scosso una parte di metal italiano, quella piu’ ruvida e diretta, che da tempo sopiva. Come avete vissuto il post-debutto? Vi aspettavate una reazione cosi’ positiva?

“Sinceramente no, non ci aspettavamo tanto clamore e tanto entusiasmo da parte di tutti. E’ fantastico vedere che più passa il tempo, più l’interesse per gli Allhelluja aumenta, e si stabilisce un contatto col pubblico che non potevamo immaginare. C’è stata una risposta assolutamente positiva e talmente inaspettata che spesso ci imbarazziamo di fronte a tanti complimenti. Se con ‘Inferno Museum’ siamo usciti allo scoperto ed abbiamo avuto un ottimo feed-back da parte di stampa,pubblico e critica, con questo nuovo disco l’esposizione e l’apprezzamento stanno aumentando esponenzialmente. Se poi ripensiamo al fatto che abbiamo iniziato a suonare per puro divertimento, e la musica che facciamo ci viene spontanea e in modo naturale, è un orgoglio sentirci dire che siamo un gruppo assolutamente originale e che sembriamo stranieri.

Come sta andando questo ‘Pain Is The Game’. Ovunque leggo recensioni veramente entusiastiche, anche voi siete contenti del prodotto?

“Il disco sembra andare molto bene, ha avuto ottime recensioni ottenendo quasi ovunque il massimo dei voti. Visto l’esordio così positivo di "Inferno.." c’era molta aspettativa per questo secondo lavoro, sia da parte della critica che del pubblico, ma sinceramente anche da parte nostra. Conosciamo le nostre potenzialità e sappiamo quanto abbiamo da dire, quanta rabbia abbiamo da sfogare, pertanto ci siamo impegnati molto e siamo stati esigenti con noi stessi, ma alla fine lo sforzo ci ha ripagato con un disco secondo noi perfetto per quello che volevamo esprimere. A quanto pare sembra aver convinto tutti, o quasi. Ancor prima che uscisse, gli addetti ai lavori hanno sottolineato una maturità e una qualità migliore rispetto all’esordio, e di questo ne siamo convinti anche noi. Siamo in piena corsa e cerchiamo di mantenerci su questa linea.

Se dovessi descriverlo in poche parole, che possano attirare chi non conosce niente di voi e del genere proposto, quali aggettivi sceglieresti?

“Diretti e sporchi. Due aggettivi che rispecchiano perfettamente quello che è il mood e l’attitudine degli Allhelluja, Un suono possente, violento, ruvido, marcio, non patinato o standardizzato. Liriche dirette,crude e psicotiche, questo è l’Allhelluja pensiero. Ci piace essere schietti,diretti e senza fronzoli, è quello che siamo nella vita e lo trasmettiamo con la nostra musica.

Nel disco ho notato un approccio forse ancora piu’ diretto che non in ‘Inferno Museum’, quasi hardcore in alcuni punti. E’ una scelta cercata in studio o arrivata naturalmente attraverso la naturale evoluzione del vostro suono?

“E’ vero, e son contento che tu abbia notato questi leggeri riflessi hard-core, ci sono e sono portati dalla nostra passione anche per questo genere. Diciamo che l’attitudine per noi è sempre la stessa. C’è stata sicuramente un’evoluzione, caratterizzata sia da scelte di studio, ma soprattutto da una crescita naturale. Abbiamo cambiato già in fase compositiva la strumentazione, chitarre, amplificatori, per ottenere suoni più particolari, che esprimessero al meglio il significato dei pezzi. Il suono si è così evoluto spontaneamente e l’abbiamo rifinito e completato con un ottimo lavoro di registrazione: ad esempio le batterie registrate in un capannone, o parte delle chitarre registrate in un bagno.

Tutti indicano in Motorhead, Kyuss ed Entombed i vostri numi tutelari. Quali sono le band che, a tuo avviso, vi rappresentano in qualche modo e che non vengono mai citate nelle recensioni o nelle descrizioni della vostra musica?

“Diciamo che il nostro stile musicale è un miscuglio di tanti generi che racchiudono tutti i nostri gusti musicali. C’è un unico filo conduttore che è quello del dirty-rock’roll. E’ facile quindi scorgere le influenze più dominanti come Kyuss o Motorhead, ma dentro la nostra musica si mischia un mondo fatto di tanti ascolti che portano ad un risultato mai scontato. In ogni singolo pezzo ci sono sfumature che spesso magari non sono nemmeno colte, ma che per me sono fondamentali e spesso volute. Mi riferisco ad influenze come The Cult, Unsane, Deftones o addirittura Suicidal Tendencies. Sono difficili da decifrare dentro il contesto generale, anche perché comunque sono reinterpretate e suonate con un gusto puramente Allhelluja-style. Quindi intorno ai gruppi mito a cui facciamo riferimento come Entombed, Black Sabbath o Kyuss si snodano varie influenze che arrivano da ascolti come Soundgarden, Iggy Pop, Down, Neurosis, Zakk Wylde, The Cult, Crowbar o Metallica (St. Anger).

Come procede l’intesa con Jacob? E’ complicato suonare e soprattutto comporre con qualcuno che vive cosi’ lontano dal resto della band? “Con Jacob l’intesa è favolosa.Ormai si è integrato perfettamente nell’Allhelluja-Style. Si sente molto coinvolto e desidera fortemente partecipare all’evoluzione del gruppo. E’ premuroso e ci tiene sempre informati dei suoi movimenti, impegni e spostamenti che fa con gli altri suoi progetti, proprio per agevolarci e facendo in modo che tutto fili liscio. Per quanto riguarda la fase compositiva la distanza non è un grosso problema perché è affidata praticamente a me e a Stefano il batterista. Noi due ci occupiamo della composizione e dell’arrangiamento dei pezzi, ne studiamo le linee melodiche per il cantato e per concludere Stefano si occupa della stesura dei testi. Proviamo i pezzi in sala prove con la presenza ed il fondamentale aiuto di Roby il bassista, per poi far pervenire puntualmente a Jacob il materiale che via via componiamo. La distanza e i molteplici impegni da parte di Jacob sono l’unico problema per affrontare un discorso di live-set. Ma stiamo lavorando anche su questo.

‘Inferno Museum’ era incentrato sulla figura del serial killer, in particolare quella descritta da Derek Raymond nel suo libro omonimo. C’e’ un filo conduttore anche nei testi di ‘Pain Is The Game’?

“Sì, c’è un filo conduttore nelle liriche del nuovo disco, ma a differenza di "Inferno Museum" questo non è un concept. Con i testi di "Inferno.." avevamo voluto e cercato di analizzare l’inquietudine dell’animo di un uomo:quello di un serial killer, rifacendoci all’opera di Raymond "Il museo dell’inferno" ora invece, più che l’analisi, è lo sfogo di quest’uomo turbato e alienato. Tutti i pezzi hanno quindi come tema la necessità di sfogare il dolore che accompagna la vita,lunga o breve che sia,di ognuno di noi. Siamo stati creati e siamo stati scaraventati come pedine in un GIOCO che è la vita. Dobbiamo giocare la nostra partita sottostando al volere e alle regole dell’arbitro supremo che è il Creatore, l’unico a decidere quando per noi i giochi son finiti assumendo così la figura Serial killer per eccellenza.

Nella mia recensione ho detto che, a mio avviso, cio’ che ancora vi manca e’ il colpo del K.O.. Quella capacità di piegare in due l’ascoltatore e lasciarlo a bocca aperta. Questa per me potrebbe essere la prossima svolta della band. Anche secondo te vi manca ancora qualcosa per diventare grandissimi oppure sei gia’ abbastanza soddisfatto degli standard qualitativi raggiunti e pensi che adesso si debba lavorare solo sui dettagli?

“Ho letto la recensione e innanzitutto volevo ringraziarti per l’ottimo voto e per le lodi ai vari pezzi del disco. Onestamente mi è difficile dirti quale potrebbe essere il vero colpo del K.O. Sembra facile! Se ci fosse la formula,non esisterebbero dischi brutti o mediocri. Ogni volta che fai un disco cerchi sempre di tirare fuori il meglio che hai da dire. Non siamo un gruppo che sforna quaranta o cinquanta pezzi alla volta, spesso "vuoti" per poi sceglierne un numero per farne un CD. Per noi ogni pezzo deve essere degno di tal nome e deve meritarsi di rientrare nella track-list. Per intenderci, non suoniamo pezzi "riempitivi", ognuno è come una tela autografata, non una stampa che trovi sulle bancarelle al mare (ride, ndr). Se effettivamente ci manca ancora quel gradino per arrivare ad essere, come dici tu, grandissimi, cercheremo di strizzare ancor di più le nostre testoline. Abbiamo sicuramente ancora un alto margine di miglioramento, non siamo i tipi che si accontentano facilmente o che si "siedono" perché hanno raggiunto un obbiettivo. Parlo sia a livello di song-writing che di lavoro in studio. Sappiamo di poter lavorare ancora meglio in fase di registrazione,sui suoni,e sulla produzione. A volte però ci chiediamo: "se sto pezzo l’avessero fatto i Foo Fighters o i Metallica, sarebbe una figata!".

Sempre nella recensione ho accennato all’atteggiamento della stampa italiana verso le band tricolori. Noto un certo bipolarismo: o tutto bello o tutto brutto. Secondo te sarebbe necessaria un maggiore spirito critico verso le band del nostro Paese?

“Per quanto mi riguarda posso dirti che quando sento il disco di un gruppo italiano analizzo sempre come è prodotto e come è stato eseguito tecnicamente, perché onestamente, purtroppo non trovo mai molta originalità. Perché preferisco trovare personalità, in un gruppo che vuole emergere, piuttosto che semplicemente tecnica o muro di suoni. E trovo che oggi la stampa italiana non abbia molta possibilità di valutare altro se non queste ultime due componenti.

Ad esempio, una delle critiche che spesso vi viene mossa e’ quella di essere eccessivamente spinti dalla critica nostrana in virtu’ del ruolo svolto da Stefano Longhi. Come reagite a queste critiche?

“Stefano ha la sfortuna-fortuna di essere anche un addetto ai lavori, anche se è stato sempre molto attento a mantenere distanza come musicista dal lavoro. Ritornando al discorso di prima, mi ricollego al fatto che gli Allhelluja cercano di fare un tipo di musica che si distacchi un po’ dal panorama musicale italiano, così da essere più soggetti a critiche, siano esse positive o negative. Aveva più senso se facevamo un genere più canonico, nulla di originale, dove è più difficile spiccare e dove quindi Stefano poteva far valere la sua posizione, ma in questo modo ci stiamo proponendo come alternativa, il genere musicale che facciamo o piace o non piace. E la riprova la notiamo dai commenti che riceviamo quotidianamente sul sito e sulla pagina di MySpace, dove siamo contattati, apprezzati o addirittura osannati da gente di tutta Europa e Stati Uniti, dove non sanno niente di noi, se non che siamo semplicemente un gruppo straniero ITALIANO.

Chiudo, lasciandoti la parola per un tuo commento finale. Grazie infinite e in bocca al lupo per tutto!

“Crepi il lupo!!!

Sono contento dell’affetto e dei riscontri positivi che il pubblico sta riservando agli Allhelluja…

Bene così andremo insieme dritti all’inferno!!!!!!!

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