Isis: Intervista a Aaron Turner

Aria e acqua, il nuovo stato dell’arte. Questo quello che riguarda Isis, creatura di Aaron Turner e recentemente foriera di un disco fra le migliori espressioni di un “rock” che scava nel profondo delle anime e diventa parte di chi lo ascolta, di un “rock” che come in altri casi, riprende la propria connotazione pericolosa. Connotazione ben figurata dall’acqua, dalla marea, dalle masse oleose che vengono sposate da ‘ Oceanic’. Un disco intelligente, dedicato a chiunque desiderasse accostarsi ad una musica più vera rispetto agli studi delle armoniche, delle scale o dei costrutti strofa/ritornello. Quando ci si trova al momento del confronto con Aaron Turner, mastermind del gruppo, discografico e copertinista, la sua personalità poliedrica e complessa rivela man mano le diverse sfaccettature. Abbiamo provato a sondare il terreno di un artista completo, partendo dalle ovvie considerazioni sul più recente lavoro discografico che “E’ stato uno dei momenti più intensi del nostro lavoro con la musica. Abbiamo impiegato molto più tempo per lavorare sulle canzoni e in studio. Ci siamo concentrati di più sulla dinamica e sul flusso globale del disco, nel senso che abbiamo provato in ogni modo possibile di evidenziare ciò che ci interessava tenendo solo buone quelle soluzioni che calzavano a pennello con la nostra idea rappresentativa di ‘ Oceanic’. Siamo soddisfatti di come sia uscito alla fine, così come siamo davvero felici dello stato di salute della band, mai come oggi una creatura indipendente, che in un certo qual modo è riuscita ad affermarsi come identità singola senza lasciar preodmianre nessuna delle proprie influenze. E’ come se ci trovassimo di fronte alla vera partenza della band, una posizione che ci fa stare bene soprattutto in funzione del futuro, del tour e della scrittura di nuovo materiale. Credo che, alla fine, ‘Oceanic’ per Isis rappresenti la prima vera e importante svolta. Ho provato a non enunciare chiaramente i concetti, nascondendoli in una sorta di mistero, al fine di ottenere l’effetto di un disco che avesse tematiche più universali rispetto a quanto espresso in passato. Non per fare lo snob o per non avere molto da dire al riguardo, ma la scelta si è svolta mirando e focalizzando un concetto da esprimere lungo tutta la durata del disco, che diventa soggettivo per l’ascoltatore al quale ‘ Oceanic’ in fondo appartiene. Conclusioni aperte, di conseguenza, senza alcuna paranoia di esegesi o altro, semplicemente lì dentro ci puoi trovare diverse cose, dipende da come le approcci. Questa era una parte importante del nostro modo di esprimerci e siamo particolarmente soddisfatti di essere riusciti ad ottenerla.” Quindi una via che parte da strade diverse e che in successione confluisce a più strati verso un concetto unico, una sorta di rete di sentieri che una volta imboccati possono portare a conclusioni ed a mete del tutto differenti in dipendenza dalle scelte effettuate agli incroci, se così si può dire. In effetti “credo che ci siano diversi approcci per arrivare all’essenza di ‘Oceanic’, penso che a lla fine l’attenzione che viene destata dall’ascoltatore e le conseguenze che essa provoca in lui siano dipendenti dalle orecchie che la colgono, collegate ad un cervello che ha un proprio background e quindi un proprio modo di interplretarle completamente soggettivo e dipendente dal passato di ciascuno. Qualunque delle conclusioni alle quali si giunge è quella corretta. Oppure, nessuna di loro. Lo scopo che ci siamo prefissati è quello di arrivare ad una conclusione senza avere la smania di fornire una via d’uscita, almeno per il momento, senza limitarci a dare una sola chiave.” Concetti svisceratie rappresentati anche grazie all’apporto delle ombre di 27, gruppo che ha servito su un piatto d’argento le parti più “soffuse” di ‘Oceanic’, una collaborazione che da tempo era in divenire e si è concretizzata durante la lavorazione del secondo album completo per gli american i quali hanno già un futuro decisamente impegnato : “… suonare dal vivo. Prima un tour in Giappone e poi un giro in Europa, in primavera, poi rinetrare in studio e dar vita al successore di ‘Oceanic’ che sarà pronto presumibilmente nel tardo 2003, anche se alune idee le abbiamo già chiarite. Ci piace essere occupati e sicuramente il prossimo disco continuerà ciò che ‘ Celestial’ prima ed ‘Oceanic’ poi hanno detto, documentando una nostra crescita o comunque il nostro modo di essere, anche se dirti di più ora non mi è davvero possibile.” Aaron è anche coinvolto in prima persona sia nell’attività dell’etichetta Hydrahead che nel progetto parallelo ad Isis definito come “entità” Old Man Gloom, gruppo dedito a deliri sonici e cammini al buio in una forma slabbrata di meltin pot sonoro: “Old Man Gloom non è propriamente una band seria, nel senso che siamo una band da studio. Ci troviamo di tanto in tanto e ci troviamo bene lavorando sulle canzoni. Siamo decisamente un progetto aperto e libero, molto più libero delle nostre rispettive band. E’ la parte divertente del nostro lavoro anche se spesso veniamo presi troppo sul serio da chi ci ascolta. Penso che sia un’altra parte di me, decisamente distante da Isis, perché è molto meno imbrigiliata in limiti che puoi incontrare dal vivo quando devi suonare quei pezzi: ilproblema semplicemente non si pone. Ti dicevo, ci ritroviamo e cerchiamo di scrivere della buona musica, in fondo è una valvola di sfogo per ciascuno di noi, una specie di festa. La band comunque ha iniziato due mesi fa la propria attività, registrando le parti di batteria e le chitarre per il prossimo album che dovrebbe essere completato entro il prossimo anno e così diventare il quarto capitolo, veso marzo o aprile prossimi compatibilmente agli impegni di tutti dovrebbe essere finito e lo pubblicheremo sicuramente.”

Un’altra delle attività di Aaron è quella relativa al disegno ed alla progettazione di copertine (ultima delle quali al servizio di Agoraphobic Nosebleed). Una situazione diversa nella quale potersi esprimere: “Per quello che concerne il lato artistico delle copertine che realizzo per Isis o per altre band, c’è sempre una costante: concettualmente se ci pensi, sia le canzoni di Isis o di Old Man Gloom e le copertine firmate da Aaron Turner sono generate nello stesso posto: la mia testa. Per questo ci si trova una sorta di concetto comune (ride). Molte idee penso di non riuscire ad esprimerle attraverso la scrittura di musica, così le esprimo attraverso i lavori relativi agli artwork. Nel caso di dischi di altre band, cerco di entrare nelle loro dimensione e vederla dal mio punto di vista. Questo mi porta a realizzare i loro concetti attraverso la mia sensibilità. Questo tipo di lavoro, però, quando viene ad essere applicato alle cose che scrivo io, è più attinente al vero me stesso, essendo parte integrante di me, essendo la mia visione sia musicale che concettuale che “visiva”. In questo differisce l’approccio al tipo di lavoro, ma tieni sempre presente che non riesco sempre a separare me stesso dai concetti che esprimo attraverso le immagini anche di altri”.

Oltre a tutto questo, rimane il tempo per occuparsi di un’etichetta, la Hydrahead Industries, da diversi anni attiva indipendente nel fertile mondo musicale americano: “Abbiamo lavorato con diverse band e con molte stiamo continuando. Penso che avere a disposizione i talenti di gente come Cave In, Discordance Axis, Botch, Craw, James Plotkin e così via sia senza alcun dubbio un grosso privilegio. Hydrahead intende proseguire in un discorso di affinità elettivo musicali con le band, non tenta di imporsi come nuovo hype per il rock, sicuramente tentiamo di portare l’impatto che queste band lasciano in noi ad un pubblico più vasto. Piuttosto, lontani dal discorso di voler dipingere una qualsiasi scena musicale, il nostro modo di lavorare tende ad affermare una personalità formata da più identità, una sorta di collettivo che si fa strada. Questa è l’intenzione che spinge Hydrahead a firmare dei contratti con delle band. Fondamentalmente ci devono piacere, devono riuscire ad avere quell’impatto che cerchiamo. Il nostro lavoro, poi, è quello di utilizzare i mezzi che abbiamo a disposizione per rendere partecipi altre persone a queste scoperte, a questo tipo di impatto, ed affermare l’identità e la personalità di Hydrahead presso quanti più mezzi riusciamo a coinvolgere. L’idea di buona musica è quella che conta, anche per questo all’interno dell’etichetta non interferiamo con le creazioni di questi artisti in quanto sono i loro concetti musicali che ci interessano e non vogliamo che le nostre personalità possano allineare tutti i musicisti all’interno dell’etichetta dando loro degli schemi da seguire per potervi rimanere. Vedi, in questo caso è Hydrahead che cambia aspetto e non le band che coinvolgiamo che debbono sottostare a dei canoni artistici pre impostati. Spero che Cave In e Botch abbiano potuto far capire alla gente che c’è ottima musica là fuori, decisamente più interessante di quella che propongono band come Creed (ride) e altre band rock che stanno andando per la maggiore. Onestamente, comunque, facendo un discorso serio, Hydrahead ha da sempre lavorato per essere la migliore etich etta di sempre al mondo (ride)”.

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