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Inquisition – Recensione: Bloodshed Across The Empyrean Altar Beyond The Celestial Zenith

L’altisonante titolo “Bloodshed Across The Empyrean Altar Beyond The Celestial Zenith” introduce il quinto album in studio degli Inquisition, gruppo fondato in Colombia ma dai natali statunitensi e ristabilitosi a Seattle nella metà degli anni ‘90. Il two-piece composto da Jason “Dagon” Weirbach (voce, chitarra, basso) e da Thomas “Incubus” Stevens (batteria) torna tre anni dopo l’ottimo “Obscure Verses For The Multiverse” con un disco che ribadisce i tratti caratteristici del collettivo americano, foriero di un particolare black metal legato a tematiche di carattere cosmologico e teosofico.

“Bloodshed…” arriva al termine di un’intensa attività live che ha portato la band anche dalle nostri parti e ribadisce l’adesione ad una musica estrema dai tratti ritualisti, dove peso ha l’influenza che deriva dalla tradizione (in questo senso fa molto la produzione lo-fi voluta da Arthur Rizk dei London Bridge Studios) e altrettanto la capacità del gruppo di saperla rinnovare di volta in volta con senso pratico e credibilità.

Sfuriate di violentissimo black metal che arriva dagli anni’90 la fanno da padrone in “From Chaos They Came”, brano che apre le danze macabre e subito evita troppi compromessi, lasciando che il suo diabolico alone melodico si manifesti nei rallentamenti in chiave doom cui la band è avvezza o in inquietanti soluzioni ambient che nel caso aprono e chiudono l’album, fungendo da corollario in alcuni pezzi. Una fromula ribadita dalla tellurica “Wings Of Anu”, brano rilasciato come primo singolo e particolarmente veloce per gli standard della band, interessato da tappeti di riff vorticosi e da una sezione ritmica ricorsiva dove tutto è affidato all’impatto, non senza contemplare una melodia principale disturbante e una voce aggressiva.

I ritmi si dilatano nella parte centrale dell’album con “A Black Aeon Shall Cleanse”, dalle percussioni tribali e con la successiva “The Flames Of Infinite Blackness Before Creation”, un cadenzato dal flavour epico dove la voce gutturale si cimenta in una ipnotica invocazione. Ogni pezzo è un buonissimo esempio di genere e l’apice lo si raggiunge con “Through The Divine Spirit Of Satan A Glorious Universe Is Known” dove rientrano anche le influenze vicine al thrash e al metal classico, un brano retto da tappeti di riff che tessono una melodia nervosa ma altrettanto efficace nel suo incedere marziale. Di altro stampo è poi la titletrack, una strumentale e sorta di “autocelebrazione” in cui la band propone varie sfaccettature della sua essenza, lasciando confluire il tutto in una inquietante base ambient finale.

Un nuovo disco che risponde in pieno alle aspettative dei fans delle band, forse un gradino sotto al suo predecessore perchè dal songwriting più lineare, ma di certo una ulteriore testimonianza dello spessore degli Inquisition, una realtà partita dall’underground e diventata una certezza per il pubblico di settore.

 

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