Metallus.it

Nirvana – Recensione: In Utero

Era il 21 settembre 1993 e all’epoca nessuno avrebbe immaginato che i Nirvana fossero quasi al capolinea. O forse si. Forse in fondo tutti lo sapevano che Kurt Cobain sarebbe arrivato ad un gesto estremo prima o poi. E sei mesi dopo quel 21 settembre, giorno della pubblicazione di “In Utero”, l’angelo biondo di Seattle si tolse la vita in casa con un colpo di pistola in bocca. Si poteva forse immaginare e capire proprio grazie all’ultimo urlo disperato quale è “In Utero”, diverso dai due lavori precedenti dei Nirvana. Qui non c’è l’espressione di un’intera generazione, quella degli anni novanta, da molti etichettata come generazione x, quell’urlo rabbioso, disperato, disagiato di “Nevermind” che è stata la voce e valvola di sfogo dei ragazzi dell’epoca, che trovarono appiglio e forza proprio nella voce di Kurt. “In Utero” è l’altra faccia della medaglia, è la spossatezza di Cobain, diventato oramai, grazie a “Nevermind”, quello che non avrebbe mai voluto essere: il simbolo della generazione anni novanta. “In Utero” è l’espressione dei sentimenti e dei stati d’animo di Kurt, solo i suoi. Non è una bandiera per tutti, è la sua bandiera bianca che urla basta. È la voglia di uscire dal giro della folle notorietà che aveva portato “Nevermind”, quella che Kurt non avrebbe mai voluto, semplicemente perché non era in grado di sopportarla, perché amava le cose semplici, perché non si sentiva un esempio per gli altri ma solo un semplice ragazzo in mezzo a tanti altri che amava suonare e trovava sfogo attraverso la musica. È così che sono partiti i Nirvana e “Bleach” è stato il loro primo capolavoro che ha rappresentato appieno le caratteristiche sopra citate: un album alternative, grezzo, garage, con qualche spunto metal, senza revisioni, molto diretto. “Nevermind” è l’album mainstream, quello dal punk tirato, perfezionato in ogni dettaglio, dalle urla forti e disperate, che ha portato i Nirvana al successo commerciale; indubbiamente un capolavoro, che ha venduto più di tutti, ma che ha aumentato i problemi esistenziali di Kurt. È proprio dalla voglia di tornare a quel suono grezzo, senza rifiniture, di sentirsi più liberi di esprimersi, che nasce “In Utero”, un album registrato in due settimane, dove Kurt ha potuto esprimere la sua situazione personale, attraverso i testi, molto personali e intimi, e attraverso il suono, in alcuni momenti estremo e in altri dimesso, più dolce. In questo terzo lavoro non c’è solo la sfrontatezza delle urla ma anche la voglia di esprimere intimità, stanchezza, rassegnazione, quella che tutti avrebbero dovuto intuire, a sei mesi dalla fine. Kurt parla di sé stesso, della sua tossicodipendenza, della sua sensibilità e fragilità, del suo amore per Courtney Love, come non aveva mai fatto prima. Era questo che voleva, non dover essere più il simbolo di un tutto, ma essere solo sé stesso. La psichedelia e la mente contorta di Cobain si possono intuire già dalla copertina, ideata da lui stesso: davanti un manichino con le viscere esposte e le ali di angelo; sul retro dei feti umani e altre parti anatomiche su un letto di gigli e orchidee. È la cover che già parla di “In Utero”; la sua grande parte la fa poi il suono, a volte ancora grezzo e rabbioso ma con rassegnazione, altre intimo, tranquillo, alla ricerca di una quiete mai raggiunta. Si alternano quelle scariche come “Scentless Apprentice”, “Rape me”, “Tourette’s”, alle melodiche “Dumb”, “Pennyroyal Tea” e la meravigliosa “All Apologies”. Dodici capolavori che vanno a incanalarsi in una tredicesima traccia fantasma che chiude egregiamente nella confusione più totale questo terzo ed ultimo capitolo dei Nirvana. È la rappresentazione massima della confusione di Kurt Cobain e della sua disperazione portata a conclusione definitiva sei mesi dopo. Avremmo potuto prevedere questo finale? Io credo di si. Quello che invece risulta ancora adesso imprevedibile e stupefacente è come i Nirvana e “In Utero”, insieme al resto della loro produzione, continuino a segnare musicalmente le generazioni attuali. Una fine che ha lasciato un vuoto enorme nell’alternative-rock, ma colmato ogni giorno da tre pietre miliari che sicuramente non passeranno mai di moda. Grazie Kurt, grazie Nirvana.

Exit mobile version