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Mysticum – Recensione: In The Streams Of Inferno

Certo il metallo nero di evoluzioni ne ha conosciute tante, e solitamente i gruppi che iniziavano con la sperimentazione andavano presto a scoprire territori avanguardistici sempre più ampi (vedi Ulver, Manes ecc…): l’industrial black, invece, ha continuato a mantenere intatta la sua ermetica integrità attraverso quel particolare tipo di sonorità a cavallo tra l’extreme metal di vecchia scuola e la musica elettronica, e se è emblematico che dopo quasi un ventennio dalla sua nascita i gruppi fondamentali si contino sulle dita di una mano, il fatto che tra di loro i Mysticum siano ancor oggi celebri per il loro unico full-length ne è la conferma più evidente.

L’album che andiamo a riscoprire questa volta vede la luce nel 1996, anno molto interessante per i debutti in ambito black scandinavo, accomunati da efficaci tecniche compositive, e se il sound del disco in questione è abbastanza simile a quello dell’opera prima dei Dark Funeral e infarcito di uno scarno, sinistro dark-ambient, i nostri usano un martellante drum programming analogo a quello degli allora esordienti Limbonic Art: ricordiamo che la drum machine nel black metal era stata sdoganata con successo solo pochi anni prima da Varg Vikernes alias Burzum, che comunque vista la sua attitudine minimale amava programmare gelide ritmiche in quattro quarti. Il disco si articola in otto tracce che mischiano in maniera fluida e congeniale parti squisitamente ambient-industrial a riff micidiali e a un infernale screaming in stile Naglfar: pur restando nella ‘prevedibilità’ dell’immaginario musicale di quegli anni, grazie all’uso dell’elettronica i pezzi suonano davvero originali, e non è sicuramente qualche lieve imperfezione a scalfire l’importanza di un lavoro che riesce ancor oggi a sprigionare una dose di cattiveria non indifferente e che seppe forgiare per primo quelle atmosfere apocalittiche e ultraviolente che sono state poi portate avanti da progetti come Aborym ma soprattutto Dodheimsgard (imperdibile “666 International”) e Blacklodge (di cui vi consigliamo vivamente “Solarkult”).

Purtroppo, anzi, per fortuna, negli anni seguenti il trio norvegese non si è affannato a pubblicare decine di album simili tra loro (abitudine frequente tra tanti gruppi coevi), limitandosi invece a collaborare con altri progetti, e conservando così nitidamente nella storia del black metal il ricordo esemplare di un’audace, essenziale, azzeccata sperimentazione.

 

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