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Sigh – Recensione: In Somniphobia

Tornano quei pazzi scatenati dei Sigh, combo nipponico fautore di un extreme metal molto sui generis. Partiti nei primi anni ’90 come risposta orientale all’ondata black metal scandinava (per certi versi addiritutta anticipata), hanno poi inserito nel loro sound robuste dosi di psych-rock anni’70, ma anche partiture orchestrali/sinfoniche, che contraddistinguono la loro attuale proposta in modo molto teatrale sopra le righe.

Un tale eclettismo, in apparenza senza capo ne coda, può essere certamente ricondotto al naturale sincretismo giapponese, per quanto riguarda le arti, la filovia e la religione, che storicamente ha sempre colto gli elementi di maggior interesse dalle varie realtà che lo circondano.

Visto in questa prospettiva, il melting-pot sonoro contenuto nella nuova opera dei Sigh, “In Somniphobia”, è solamente la naturale prosecuzione di una carriera portata avanti senza soluzione di continuità, ma, al contrario, mostrando una costante tensione verso un sound sempre più onnicomprensivo e variegato.

I tempi nudi e crudi del debutto “Scorn Defeat” (1993), e del prestigioso deal con la DeathlikeSilencedi Euronymous sono un lontano ricordo, perché Mirai Kawashima (voce, tastiere) e soci hanno sfornato la logica prosecuzione del buon “Scenes From Hell” (2010). In queste 11 nuove composizioni si ritrovano quindi gli schizzati riff seventies e le barocche partiture orchestrali, che portano a un senso di vertigine e disorientamento colmabile solo tramite una dovuta concentrazione.

I Sigh proseguono dritti per la loro tangente, lasciandosi alle spalle anche la gustosissima parentesi psych/stoner di “Imaginary Sonicscape” (2001), probabilmente uno dei loro album migliori di sempre.

“In Somniphobia” non vale quindi come ulteriore mutazione sonora, quanto piuttosto come effettiva riconferma di una direzione artistica ormai solidificatasi attorno a delle idee ben precise. Non tutto fila liscio, e alcune tracce appaiono prolisse e farraginose (“Amongst The Phantoms Of Abandoned Tumbrils”), mentre altre ripropongono pedissequamente soluzioni già sfruttate in precedenza (“The Transfiguration Fear”). Rimane comunque sempre piacevole abbandonarsi ai deliri chitarristici del buon Shinichi Ishikawa, che si vorrebbe un po’ più presente, in sede di mixing, rispetto alle tracotanti orchestrazioni.

Tanta carne al fuoco, parecchi momenti piacevoli ed efficaci (“Purgatorium”, “Amnesia”, “Equale”), ma considerevole la concentrazione richiesta per seguirli. La band del sol levante ribadisce la sua essenza esclusiva. Sigh: non per tutti.

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