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In Flames – Recensione: Foregone

Foregone“, il nuovo album degli In Flames, rappresenta senza dubbio una delle uscite più attese di quest’annata: i singoli che ne hanno anticipato l’arrivo, infatti, lasciavano presagire un ritorno in grande stile per la band svedese, che dopo anni di sperimentazioni sembra rivolgersi di nuovo al proprio glorioso passato. Noi di Metallus dedichiamo allora a questo disco, che si annuncia particolarmente simbolico, una recensione doppia! 

Foregone” è l’album che nessuno si sarebbe più aspettato dagli In Flames. Un sorprendente ritorno al passato che risulta genuino, senza sapere di mossa commerciale per accontentare (alcun)i fan. Questo anche perché, da un punto di vista strettamente numerico, i nostri avrebbero probabilmente fatto meglio a proseguire sulla strada intrapresa da un quindicennio a questa parte.

Ma di quale passato stiamo parlando? Non dell’era mitica degli anni ’90, del puro melodic death “made in Göteborg” delle origini. Qui siamo piuttosto dalle parti di un altro periodo aureo per la band, quello che va da “Clayman” a “Come Clarity” e che vide il combo svedese conquistare il mondo e nuove legioni di aficionados a suon di contaminazioni, dando alla luce un sound moderno e ancora una volta unico.

Un passato di cui in line-up, ad accompagnare il padre padrone Anders Fridén, resta ormai solo il fidato Björn Gelotte: i richiami che vanno ancora più indietro nel tempo, come vedremo, comunque non mancano. Che la nuova linfa che ha animato il quintetto sia da attribuire al curioso innesto dell’ex Megadeth Chris Broderick, piuttosto che al desiderio di competizione con gli arrembanti The Halo Effect, poco importa. Il risultato è incredibilmente appassionante, al limite del commovente.

Dopo la bellissima e suggestiva intro acustica “The Beginning Of All Things That Will End” si va subito giù belli pesanti con “State Of Slow Decay” e “Meet Your Maker”, quest’ultima caratterizzata da un refrain vincente nella sua melodia. È invece melodica dall’inizio alla fine “Bleeding Out”, mentre la mini-suite in due parti “Foregone” prima è iper-aggressiva, poi aggiunge elementi folk e movimenti che ci riportano dritti ai primissimi lavori del gruppo.

La semi-ballad corale “Pure Light Of Mind” fa riemergere le sonorità più recenti degli infiammati, “The Great Deceiver” sembra arrivare direttamente dal capolavoro “Colony”, mentre “In The Dark” ribadisce come i nostri siano ancora in grado di alternare magistralmente potenza e melodia. Abilità rimarcata da “A Dialogue In b Flat Minor” e “Cynosure”, per giungere alla robusta chiusura di “End The Transmission”.

Nel suo tornare a fasi precedenti del percorso degli In Flames, non rinnegando però quanto avvenuto negli ultimi 15 anni, “Foregone” è un disco con un potenziale enorme. Un platter che riconquisterà i fan della prima ora, dati ormai per dispersi, senza per questo scontentare le nuove leve che si sono avvicinate alla band nel suo periodo alternative/metalcore. Per dirla in poche parole: parliamo di grande musica, quella che entusiasma tutti senza guardare la carta d’identità di nessuno.

(Matteo Roversi)

Quando si tratta di recensire un nuovo album degli In Flames, le difficoltà per il sottoscritto sono molte. Ne sono consapevole, le recensioni in una webzine dovrebbero essere super partes, ma non sono un redattore, lo sono occasionalmente, e quindi…con estrema sincerità vi svelo che su 14 full length della band, solamente due non ascolto ciclicamente: “Lunar Strain“, troppo acerbo e lontano dalle coordinate sonore che me li hanno fatti amare successivamente, e “Battles“, un disco uscito per motivi contrattuali, senza batterista e figlio di un’esigenza cartacea. Il resto, chi più chi meno, tutto ascoltato periodicamente, senza nessuna esclusione. 

Conobbi la band all’uscita di “Colony” e qualche mese dopo la vidi live al Rainbow di Milano, durante una fantastica data in compagnia di Arch Enemy (quelli, strepitosi, con Liiva dietro al microfono), Dark Tranquillity e Children Of Bodom; altri tempi e altro sound, ma non starò qui a tediarvi con parole nostalgiche riguardanti anni che probabilmente mai più torneranno. Tutto ciò solo per farvi capire che non sono un purista, “Whoracle” sarà sempre il mio preferito della band, ma adoro chi si evolve, infatti reputo il penultimo “I, The Mask” un ottimo album. Non condivido le varie frasi fatte degli aficionados metallari che ciclicamente si ripetono, soprattutto in questi tempi dove chiunque possieda un account social pensa di essere il Padre Eterno del Vero Metal, cose del tipo “I Maiden esistono solo fino a Seventh Son… e i Metallica fino ad And Justice…”. Detto ciò, chi condivide quei pensieri può anche fermarsi nella lettura, mentre chi ha mentalità aperta, oppure è solamente curioso, continui per gustarsi un album da acquolina in bocca (breve spoiler).  

Foregone” parte con una intro dal sapore old school, infatti “The Beginning Of All Things That Will End” è solo chitarra e archi, sullo stile di quelle “Pallar Anders Visa” o “Moonshield” che evidenziavano l’amore della band nei confronti del folklore nordico/europeo. “State Of Slow Decay“, ormai già nota, parte con un riffing in pieno stile At The Gates e procede devastante, con un Fridén incazzato come non mai. Già conosciuta anche la successiva “Meet Your Maker“, con una partenza in doppia cassa, quei leggeri rimandi elettronici a “Reroute To Remain” e il suo ritornello pulito e super orecchiabile.

Tempo di “Bleeding Out“, uno degli highlight del disco, con un riff devastante, dalla dinamica invidiabile e un Fridén che si destreggia sapientemente tra scream e clean vocals. Già conosciute entrambe le parti della titletrack, la prima un must assoluto di violenza death melodica e la seconda che riporta la band ai tempi di “Siren Charms”, con gli arpeggi di Gelotte in evidenza e un senso spiccato per le melodie. 

Ora arriviamo allo “scandalo” con “Pure Light Of Mind“, il pezzo che sicuramente farà storcere il naso ai puristi, una ballad in pieno stile In Flames post “Colony”: parte con un Fridén mai così pulito e docile per giungere a un chorus di una bellezza spropositata, arricchito da un testo tristissimo, ma coinvolgente. Per il sottoscritto, uno dei migliori tre pezzi del lotto, emozione pura! Ultimo singolo già noto, “The Great Deceiver” è il classico pezzo che gasa chi ha amato la band per “Soundtrack To Your Escape“, con un immenso Fridén che sputa rabbia da ogni poro durante il ritornello. “In The Dark” ci ha messo un pochino a entrare nelle mie orecchie: un riffing iniziale basic, che però sfocia in un coro epico e melodico. Qua il lavoro solista dell’ultimo arrivato Broderick è strepitoso, godetevelo! 

Arriviamo agli ultimi tre pezzi in scaletta, con “A Dialogue In b Flat Minor”, decisamente tributaria del periodo “Clayman“, con i suoi bpm rallentati, ma quel groove pazzesco che soprattutto live dovrebbe fare sfaceli; “Cynosure” parte con un bellissimo giro di basso di Newman che parrebbe cucito addosso ai Tool, per poi scoppiare nell’ennesimo ritornello iper-melodico. “Foregone” termina con “End The Transmission“, altro pezzone da novanta dal riffing massiccio, doppia cassa martellante e un chorus che attinge a piene mani dal periodo post “Clayman” e pre “Siren Charms”.

Ultimissime considerazioni: la line-up attuale degli In Flames è grandiosa. Broderick si è inserito perfettamente nelle dinamiche della band, molto più di quando fece parte dei Megadeth e, soprattutto, Tanner Wayne è un batterista pazzesco, capace di consegnarci groove dove serve e velocità quando il song-writing lo richiede. Nota di merito anche per la produzione di Howard Benson, veramente performante.

Ok, siamo arrivati al termine del disco. Metallus solitamente non scrive valutazioni, ma ripeto che, non essendo un redattore costante, mi sbilancio, appunto perché il full length in questione è emozionante come non mi succedeva da tempo. 92/100 se lo valuto in base alla sola discografia degli In Flames ’00, 75/100 in base a tutta la discografia della band. Se leggendo queste righe la curiosità è aumentata, correte ad ascoltare “Foregone” e magari scrivetemi/ci cosa ne pensate: siamo qui anche per questo.

(Manuel Andreotti)

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