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Impure Wilhelmina – Recensione: Radiation

Attivi dal 1996, gli svizzeri Impure Wilhelmina sono stati protagonisti di un percorso evolutivo costante che li ha portati dall’hardcore degli esordi (pur già caratterizzato da contaminazioni post-rock) ad un sound personale che incorpora quegli elementi progressive, doom, nonchè tipici del rock alternativo che hanno distinto le releases più recenti di gruppi come i Katatonia e gli Anathema, a cui i nostri Impure Wilhelmina sono riconducibili in parte.

Benchè le fortune del combo elvetico non siano state le medesime, bisogna riconoscere come la band oggi abbia tracciato un sentiero caratteristico. “Radiation”, sesto studio album e primo sotto l’egida della Season Of Mist, suona crepuscolare e malinconico, facendo leva su melodie d’effetto che garantiscono un riscontro emozionale.

Notiamo questo senso estetico già nell’opener “Great Falls Beyond Death”, un brano dai riff grossi e distorti in chiave post-punk intervallato da rallentamenti dove la melodia portante si rende carica di pathos. Su tutto aleggia un alone moderno e un feeling lacrimevole, accentuato dal drammatico crooning del vocalist Michael Schindl. Una varietà esecutiva che si propone anche in “Child”, un brano lento e con soluzioni new wave nelle chitarre e nella successiva “Torn”, canzone pennellata di pop e dal refrain parecchio intrigante ma sempre inserita nel contesto notturno caro alla band.

Tra i brani che più abbiamo gradito citiamo ancora “Bones And Heart”, dal consueto feeling noir combinato a ua melodia portante catchy e “Murderers”, questa più squisitamente metallica con soluzioni memori dei primi Opeth e un ampio cammeo dedicato all’estro della sezione ritmica composta da Mario Togni (batteria) e Sebastien Dutruel (basso).

Agli Impure Wilhelmina non mancano le buone idee e “Radiation” conferma la qualità di questo gruppo rimasto nell’ombra troppo a lungo e da scoprire.

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