Giant – Recensione: III

Attesi al varco, con grande trepidazione ed impauriti dagli excursus veramente a 360 gradi di Dann Huff (in perenne bilico tra la produzione dei Megadeth e quella di Faith Hill, nonché attualmente alle prese con i Backstreet Boys), ecco il grande rientro dei Giant. Lontani i periodi dei White Heart, il chitarrista aveva anche abbandonato una delle migliori creature dell’AOR più interessanti di sempre, che ci ha regalato una perla come ‘Last Of The Runaways’ in tempi non sospetti (ed alla faccia dei Journey, perdonateci l’eresia) ed oggi torna, con una manciata di canzoni da brivido e tantissima voglia di imporsi nuovamente all’attenzione. Già, ‘III’ è con moltissime probabilità il disco melodico definitivo dell’anno, sin dalla sua partenza stile ‘buonasera-sono-Dann-Huff-Il-Chitarrista’ per giungere sino a ‘Bad Case Of Loving You’ in un ottovolante per il cuore. La logica prosecuzione di ‘Time To Burn’, come se dieci anni non fossero mai passati fra questo ed il nuovo capitolo. Inutile girarci attorno, inutile tentare di far passare per morto un genere, il rock melodico è ancora vivo e vegeto, ce lo dimostrano dischi come questo, opere che svettano sopra la mediocrità tanto incensata di tutto quello che sotto la medesima bandiera viene sottoposto alla gogna di pareri più o meno faziosi ed incensato a sproposito. Inattaccabili, questa come le altre volte, i Giant escono a testa altissima sopra il nugolo accondiscendente di chi tenta esperimenti melodici ma non ha muscoli, lasciando il rimpianto di una decade ottantiana che non ha detto a sufficienza. Estrogeni, energia, palpitazioni… Il tutto condito dalla maestria dei tre che ci annichiliscono, svelandoci la terribile consapevolezza che molti loro colleghi sono soltanto dei mediocri mestieranti, insomma, alla fine la classe non è acqua e vale la pena attendere un tempo così lungo prima di riuscire ad ascoltare canzoni come queste. Non una caduta di tono, non un arrangiamento scontato, tanta musica torrida e costante, flusso magmatico in costante transizione, sino alla nuova pressione del tasto play. Alla lunga un disco che regge, che entusiasma, che diventa AOR-fitness per chiunque abbia intenzione di scendere dalle etichette del discount del metallo e tentare qualcosa per il quale davvero ne vale la pena. Un disco che “dà soddisfazioni” per parafrasare un amico, ed alla fine un plauso alla nostrana Frontiers per averci regalato un’emozione che durerà ancora per molto. A patto di lasciare perdere congetture, paraocchi e le carie nel cervello.

Voto recensore
9
Etichetta: Frontiers

Anno: 2001

Tracklist: Combustion / You Will Be Mine / Over You / Don’t Leave Me In Love / Love Can’t Help You Now / The Sly Is The Limit / It’s Not The End Of The World / Oh Yeah / Can’t Let Go / Bad Case Of Loving You

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