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Ihsahn: “Per me è un paradosso che ancora oggi il black metal debba essere face-painting e produzioni brutte” – Intervista a Vegard Sverre TveitanIhsahn

Un’occasione incredibile per il sottoscritto: poter parlare con un musicista che ha cambiato il corso della musica estrema. Non vi nego la mia agitazione prima di sedermi davanti alla telecamera del PC, ma fin da subito mi sono trovato a mio agio nel porre le varie domande, trovandomi di fronte una persona molto disponibile e davvero esaustiva. Non è stato facile pensare a cosa chiedere per non essere banali, spero possiate divertirvi nel leggere la nostra chiacchierata riguardo il suo nuovo disco solista (trovate la recensione QUI) e non solo.

Ciao Ihsahn, come stai?


Sto benissimo, molto eccitato per l’album in uscita e nel mentre mi dedico alle interviste oltre a un po’ di prove e produzioni per i prossimi concerti e nuovo materiale. Life is good

Album omonimo, prima volta per questa scelta. C’è una motivazione particolare? 


È una sottospecie di tradizione, molti artisti a un certo punto della carriera hanno un album omonimo, anche se spesso coincide con quello di debutto. Ritengo anche che ci sia stata un po’ troppa pubblicità riguardo a questa scelta: prima volta con due edizioni, due tematiche parallele e con tutti gli aspetti concettuali del disco, non c’era una frase idonea per poter descrivere al meglio questo mio ultimo lavoro. 
Però il nocciolo della questione è che, analizzando l’aspetto lirico e musicale, sono andato molto più in profondità rispetto a quanto fatto in passato. Ci sono diversi elementi black metal, come la voce ed elementi orchestrali, che tracciano una riga sui tantissimi puntini lasciati fin dagli albori della mia vita musicale. Elementi che mi calzano a pennello, quindi ho pensato che fosse il momento migliore per un disco omonimo (ride nda).

Dall’ultimo disco sono passati ben sei anni, anche in questo caso è la prima volta che aspettiamo così tanto tempo tra un lavoro e l’altro (ovviamente tralasciando i due EP del 2020). Colpa del covid o ci sono altre motivazioni?


Penso che sia stato un mix di cose, ma vorrei subito chiarire che era proprio mia intenzione pubblicare due EP prima di avventurarmi in un nuovo album completo. Poi, se ci pensi bene, insieme potrebbero essere raggruppati in un unico disco full length, aggiungiamoci anche l’ultimo EP, “Fascination Street Sessions”. Quei due EP sono stati creati con l’intento di dare vita alle mie idee black metal più estreme nel primo episodio, mentre nel secondo avevo l’intento di pubblicare qualcosa più progressive, più open-minded. Da lì l’idea di partire in tour, portando due scalette diverse e in base alla serata fare qualcosa più estremo o qualcosa più progressive. Poi, come hai detto tu, è scoppiato il covid e non si fece più niente, ed è un peccato perché erano stati pensati per un impatto più grande. Però grazie alla pandemia ho avuto modo di dedicarmi a diversi progetti per i quali prima non avevo il tempo adeguato, primo fra tutti il disco con Matt Heafy chiamato “Ibaraki“, oltre a fare le orchestrazioni per l’album dei Trivium. Mi sono dedicato anche a qualche remix, come per i The Halo Effect, ed è proprio in quei momenti che ho iniziato ad avere le prime idee per il disco. Inoltre, ho avuto l’occasione, proprio durante le registrazioni, di collaborare con i Fascination Street Studio & URM Academy per il l’EP citato poc’anzi. Finito il covid ci siamo rimessi subito in tour per recuperare il tempo perduto, non ho speso tempo seduto sul divano (ride nda). 

E sempre parlando di prime volte, uscirà anche in edizione orchestrale. Come e perché è nata questa idea solo adesso.


Lavoro con le orchestrazioni fin dagli inizi della carriera e durante questo lungo percorso mi sono segnato diverse idee da utilizzare sempre in un lavoro successivo. La tipologia di linguaggio armonico che mi piace deriva da fine anni ‘80 inizi ‘90 con artisti come Jerry Goldsmith o John Williams, le loro colonne sonore mi creavano una certa tensione che mi ha sempre affascinato. Ho deciso di dedicarmi molto di più rispetto a quanto ho fatto in passato, e questa è la prima motivazione. Volevo creare proprio una sala musicale in cui, durante l’ascolto sia nella versione classica che in quella orchestrale, tu possa riconoscere immediatamente tutti i vari strumenti che all’improvviso attaccano a suonare. La dualità tra i testi, con le due storie parallele, e l’idea di fonderle con la musica è una cosa che mi ha affascinato molto prima di iniziare a scrivere i brani. Non volevo solo inserire l’orchestra con lo scopo di dare un semplice supporto alla parte metal, ma anche che a prenderla singolarmente potesse reggere benissimo e anzi dargli una sfumatura personale. Ovvero una colonna sonora immaginaria all’interno del contesto metal. 

Non prima effettiva ma prima volta che a tuo figlio dai una responsabilità come inserire linee di percussione su più brani dell’album. Com’è lavorare in famiglia? Tuo figlio sente la pressione di collaborare con te?


No, ho come l’impressione che la mia squadra di marketing abbia giocato un po’ troppo su questo aspetto (ride nda). Però è assolutamente vero, nulla di diverso rispetto al passato: mia figlia ha registrato per me qualcosa e anche mia moglie ha cantato con me. Mi seguono in tour quando possono e suoniamo insieme a casa, abbiamo diversi studi dove dedicarci alla musica. Mio figlio è un batterista e ovviamente era presente in studio durante le registrazioni, visto che come ospiti avevo i due migliori batteristi norvegesi a disposizione per qualche lezione gratuita (ride nda). Quando volevo dei bei riff di batteria posizionavo il microfono al centro della stanza e lasciavo andare a ruota libera chi stava suonando. Spesso capitava che suonavassero nello stesso momento, così mettevo a disposizione di mio figlio un’ulteriore batteria e registravo un trio di linee. Ed è così che poi è nato il tutto, rendendo il risultato finale più vero, più vivo. Funziona da anni in questo modo nella mia famiglia, anche con il batterista dei Leprous (Baard Kolstad), con cui collaboro spesso in quanto fratello più giovane di mia moglie (ride nda). 

Come ammesso da te stesso è il lavoro più complesso che tu abbia mai composto e all’ascolto è innegabile quanta spazialità ci sia. È un risultato che ti sei prefissato fin dal principio o è stata una evoluzione man mano che scrivevi i pezzi? 


Assolutamente, era il risultato che volevo e che speravo fin dal principio. Anche in passato in realtà cercavo questo tipo di conclusione: metto in sequenza cinque o sei brani composti solo dal pianoforte e gli costruisco una struttura. Basso, melodia, contromelodia, voce solo per il pianoforte, dando origine allo scheletro della canzone. Una volta che sono riuscito a dare un contesto posso finalmente dedicarmi alla chitarra, rivedere meglio il basso, inserire i fiati. Non vorrei annoiare chi legge, però si comincia con una linea semplice di pianoforte e man mano si va a creare una scena musicale complessa che non sempre però è complessa da ascoltare. Ovviamente a ciò devi accompagnare il miglior mix possibile, altrimenti è tutto lavoro sprecato. Un buon mix avviene solo se hai avuto un buon arrangiamento e nel corso degli anni ho imparato tantissimo dai miei errori. Se vuoi avere un’orchestra nella tua canzone metal, non puoi inserirla quando l’attenzione è più concentrata sulla parte metal, quando la parte più estrema inizia ad essere meno presente ecco che fai riemergere l’orchestra. Non puoi mettere due elementi principali e predominanti insieme, per questo che il disco è stato così difficile da produrre. Dovevano inserirsi in modo dinamico e nel modo giusto, nell’atmosfera giusta. Fortunatamente questo tipo di produzione ormai lo sto facendo da un bel po’, non basta semplicemente dire: “ok, adesso mettiamo la parte orchestrale”, perché comunque deve suonare convincente e non slegata. È tutto un lavoro di centinaia e centinaia di tracce (ride nda).

Concept album con una logicità di musica e testi presi dai tuoi numerosi appunti e disegni dati anche a grafici e produttori per un’immersione totale nell’album. Quanto materiale è stato usato e quanto ancora ne rimane per il futuro, ma soprattutto: quanto tempo ci è voluto per scegliere le cose giuste da utilizzare?


Anche qui ho creato un mio metodo per poter scegliere al meglio le cose da utilizzare nei vari album. La fortuna è che lavorando ai miei album solisti non devo mettermi d’accordo con gli altri membri della band, niente compromessi! Sin dal primo lavoro che ho fatto da solista ho utilizzato questo libro dove scrivevo tutte le idee che mi venivano in mente: immagini, frasi, addirittura parole, creando un Meilleur (migliore in francese nda). In base al risultato di questo impostavo il disco in maniera più aperta o più cupa, andando a creare quello scheletro di pianoforte di cui ti ho parlato prima. Nel momento in cui testi e musica iniziano a camminare nella stessa direzione e a dargli un contesto, ecco che è il momento giusto per apportare qualche nuova idea. 
Ma ho ancora tanto materiale inutilizzato: per esempio, se ho un album di dieci canzoni uso più o meno venticinque bozze, ma per questa volta ne ho utilizzati sicuramente più di 60 per cercare che tipo di storia creare.

A livello vocale sembri non invecchiare anzi, cosa non semplice per chi dopo 30 anni di musica estrema rischia di rovinarsela definitivamente. Quanta attenzione presti a questo aspetto?


Ho studiato nel corso degli anni diverse tecniche, poi ne ho una mia specifica per le harsh vocals che mi evita danni irreparabili. Sono sempre sotto stress quando faccio tour estenuanti, show uno dietro l’altro oppure il jet-lag! Quello mi stanca molto. Ho anche modificato il mio timbro di voce abituale, per non rimanere senza voce prima di un concerto. Poi è ovvio che in studio sono molto più a mio agio, perché posso permettermi di scaldare la voce anche due giorni prima delle registrazioni. Ti dirò anche che con la voce mi sento molto più fiducioso e stabile che in passato, è un aspetto nel quale ho notato un notabile miglioramento, oltre ad una migliore dizione soprattutto in sede live. Ma è uno strumento che sento in costante evoluzione e sviluppo. 

Come musicista hai creato un genere, mille progetti e nel tuo percorso hai approdato su sonorità che magari ad inizi anni ‘90 non avresti mai pensato. Dopo questo disco hai ancora qualche lido inesplorato o che hai già in progetto di portare?


Penso che ho scalfito solo la superficie della musica, soprattutto oggi quando, grazie alla tecnologia, abbiamo un campo infinito di possibilità. Ti parlo di me: è stato così gratificante dare vita a un album come questo, visto che nasco senza conoscenza della musica e nel corso degli anni ho imparato tutto da solo grazie agli sviluppi tecnologici nel nostro campo. Dalle orchestrazioni ai programmi di editing per poter portare a termine i miei lavori, soprattutto se sei un tipo nerd come me (ride nda). Mi ricordo nel ‘91, quando stavamo registrando il primo EP degli Emperor e in studio c’era Notorius, il precursore di Cubase, e all’epoca mi sono detto: “wow, se avessi questa cosa a casa potrei fare qualsiasi cosa” (ride nda). E non c’era assolutamente idea su come si sarebbe evoluto il campo dell’editing musicale. Ho iniziato a undici anni a registrare su un nastro a quattro tracce, e ora ci sono infinite possibilità di creare il suono che desideri. Ora ho quarantotto anni e da quando ne ho sedici produco e mixo album, e sono ancora incredibilmente meravigliato nel potermi creare il mio tool musicale, i miei suoni. Non me la voglio assolutamente tirare: sono solo orgoglioso e felice dei traguardi che ho raggiunto in questo campo solamente grazie alla mia voglia di fare. Non vedo l’ora di scoprire cosa succederà nel prossimo disco (ride nda). 

Sei stato coinvolto in passato con tantissimi progetti e ultimamente anche con Matt Heafy, coppia un po’ a sorpresa ma che ha rilasciato un ottimo disco. Mi viene da pensare che sei molto aperto per collaborazioni diverse ed uniche, strano per chi è cresciuto a pane e black metal e anche uno dei pochi che lo fa. Vuoi toglierti un po’ di peso sulle spalle per via di essere il front-man degli Emperor?


No, assolutamente no! Il black metal ormai è diventato così conforme: ha le sue regole e la gente lo associa a quello. Quando avevo quindici anni non era definito! Il nostro intento era quello di spingersi oltre il limite. Il mio pensiero di oggi è: se a quindici anni ero così entusiasta nell’andare oltre, perché fermarsi ora? Non voglio fermarmi, tutti noi abbiamo quegli amici che sono uguali a quando erano adolescenti, diciamo che non è la cosa più eccitante che ci sia (ride nda). A me piace circondarmi di persone che hanno la stessa mentalità, lo stesso modo di approcciarsi alla musica, che hanno fame di fare musica, che amano l’arte. Queste persone le incontri in diversi ambienti, spesso al di fuori del collettivo black metal che nel bene o nel male sono band molto conservatrici. Cosa che va assolutamente bene: esistono ancora oggi i Motörhead dell’hard-rock o i David Bowie della musica rock, ma spesso sono molto più in sintonia con cantautori folk stile anni ‘70 rispetto alle nuove leve del black metal. Io e Matt Heafy siamo due persone molto diverse, ma ha una vera passione per quello che fa, nell’esplorare il mondo, le culture differenti, nello scoprire musica nuova e diversa. Assimila più cose possibili per fonderle insieme nella musica che crea, un po’ come fa Nergal dei Behemoth con Me And That Man, o il suo secondo lavoro come barbiere. Recentemente ho risentito Mikael Åkerfeldt (Opeth), che è un grandissimo collezionista di dischi e uno di mentalità apertissima, per chiedergli qualche band nuova da ascoltare. Ormai per me il black metal non è più un genere eccitante come prima, dentro di me sono ancora black metal, ma non con gli stessi parametri creati al tempo da Euronymous. Per me è un paradosso che ancora oggi il black metal debba essere face-painting e produzioni brutte (ride nda).

L’anno scorso avete fatto, personalmente, il miglior concerto a Milano dopo più di 20 anni di assenza nel nostro paese. In programma avrete un festival questa estate, c’è stato un motivo particolare per non essere tornati prima? (Leggi QUI il nostro live report)


Assolutamente no, è stata un’amara coincidenza. Ne parlavo giusto appunto pochi giorni fa con gli altri membri della band! All’inizio è stata una cosa molto in stile “dai, facciamo un paio di show e basta”, poi questa cosa si è ripetuta più volte nel corso degli anni, trasformandosi in piccoli tour in USA e in Europa, in Giappone. Poi abbiamo preso la scusa dei vari anniversari, ma di fondo c’era un grande rispetto tra noi e la crew che ci accompagnava in giro per il mondo. Grazie a questa forte unione abbiamo continuato a fare concerti. Tra l’altro io e Samoth ci siamo resi conto che non abbiamo mai fatto estenuanti tour quando eravamo in attività con gli Emperor, e ci ho suonato da quando avevo sedici anni fino ai venticinque! Mentre ora sono più di venti anni di carriera solita per il sottoscritto. Siamo stati in Sud America solamente l’anno scorso per la prima volta, quindi ora la nostra priorità è quella di raggiungere posti in cui non abbiamo mai suonato, o che ci abbiamo suonato davvero poco come in Australia. Detto questo, io amo l’Italia e non vedo l’ora di tornare questa estate!

Sono contento di sentire queste parole! L’intervista è finita, grazie per il tuo tempo e vuoi lasciare un messaggio al pubblico italiano?


Grazie a te, non vedo l’ora di vedervi sotto palco tra pochi mesi!


L’album Ihsahn è disponibile in numerose edizioni sul sito EMP, inclusi i Vinili della Orchestral Version.


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