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Icon Of Sin – Recensione: Legends

Originari di Curitiba, in Brasile, gli Icon Of Sin sono un quintetto che in poco tempo ha saputo far parlare di sé, un po’ perché incorpora al suo interno un cantante che su Youtube ha avuto la capacità di crearsi un discreto seguito, un po’ perché i fan degli Iron Maiden (ma anche di Judas Priest, Dio e Saxon) non potranno non notare le somiglianze tra la musica immortale dei loro beniamini e quanto proposto da questi musicisti sudamericani. Un aspetto che anche su metallus.it non avevamo mancato di sottolineare in occasione dell’uscita dell’album di debutto omonimo, che rappresenta pertanto il diretto predecessore di quanto questo progetto creato e diretto da Frontiers ci propone a distanza di due anni. Se dal punto di vista biografico non c’è poi molto altro da segnalare, è probabilmente sotto l’aspetto strettamente esecutivo/musicale che la formazione brasiliana dimostra di avere ancora molto da dire: il suo heavy di matrice maideniana gode ancora di straordinaria salute, presentandosi agile e compatto come ci si aspetterebbe da chi alla Vergine di Ferro ha scelto di ispirarsi con una trasparenza a dir poco disarmante (“Wheels Of Vengeance”). In realtà, escludendo un timbro vocale quasi indistinguibile da quello di Bruce Dickinson, gli Icon Of Sin privilegiano un impatto più pieno e meno rifinito, nel quale alla pura eleganza degli inglesi si sostituisce la potenza power della batteria tritatutto di Markos Franzmann e delle chitarre di Marcelo Gelbcke e Sol Perez (“Cimmerian”, “Terror Games“).

Icon of Sin - "Cimmerian" - Official Music Video | @RaphaelMendesOfficial

Insomma, se anche il debito artistico risulta evidente non appena il bravo Raphael Mendes apre bocca (ascoltare “Heart Of The Wolf” per credere), le due proposte rimangono – come forse naturale – su livelli stilisticamente e qualitativamente separati: qui la sensazione è quella di un gruppo ancora alla ricerca di una propria identità, affiatato e molto dotato dal punto di vista tecnico ma non sempre capace – comprensibile, d’altronde – di trovare una sintesi efficace nella forma di una bella canzone (“In The Mouth Of Madness” dura quattro minuti ma sembrano otto). Alcune tracce sono più atmosferiche di altre e scavano più nel profondo: è il caso di “Night Force” e “Bare Knuckle”, ad esempio, che pur non toccando alcuna vetta in termini di originalità e personalità, riescono comunque a smarcarsi dal resto per costruire una scena solida ed intrigante alla “Fear Of The Dark” (1992). Una produzione davvero buona aiuta a godere ancor di più della pulizia dei passaggi strumentali, della separazione delle note in occasione degli assoli (“Clouds Over Gotham Pt.2”), della logica rigorosa seguita dagli arrangiamenti che testimonia un accurato lavoro di composizione, prima di chiudersi in studio a registrare il tutto. Mettendo da parte per un attimo l’inevitabile paragone con gli Irons (quelli un po’ meno ispirati di fine anni novanta, però), ciò che rimane è un disco di cinquantacinque minuti pieno di momenti solidi e sano divertimento, che poi è spesso quello che ci si aspetterebbe dall’heavy di provenienza sudamericana: basta sentire il basso di “The Scarlet Gospels” per apprezzare la libertà di svisare concessa in più occasioni alle quattro corde di Caio Vidal, e con essa l’entusiasmo genuino di una band che, senza accusare troppo la mancanza di una propria direzione stilistica, lascia che siano la passione, il sogno ed il supporto di una casa discografica importante a dettare i prossimi passi.

Musicisti tecnicamente impeccabili e di straordinaria bravura, ma che forse hanno preso davvero troppa ispirazione dagli Iron Maiden sia per quanto riguarda le sonorità utilizzate, sia soprattutto nel modo di cantare di Raphael Mendes, che oltre ad avere un timbro vocale naturalmente molto simile a quello di Dickinson, utilizza il suo stesso approccio tecnico al canto risultando quasi un imitatore del suo idolo degno di una coverband ufficiale”. Questo scrivevamo nel 2021 e questo si potrebbe tornare a scrivere, del tutto inalterato, a distanza di due anni abbondanti: nonostante siano ancora troppo rari i passaggi nei quali l’impressione di trovarsi nel grigiore malinconico dell’East London cede il passo a quella di crogiolarsi al sole dello stato di Paranà, “Legends” è stato realizzato con un tale rispetto ed una tale cura per il dettaglio che, anche in questa seconda occasione, si è disposti a chiudere un (altro) occhio di fronte alla sua natura derivativa ed all’incapacità di produrre qualcosa di impatto davvero immediato, irresistibile o in qualche misura notevole. L’impressione è però quella che le scusanti andranno presto ad esaurirsi e, in occasione del prossimo lavoro che con ogni probabilità arriverà, gli Icon Of Sin dovranno finalmente decidersi a prendersi qualche rischio per andare alla scoperta del loro futuro, delle proprie carte, e di se stessi.

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