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Housebreaking – Recensione: Against All Odds

Gli italiani Housebreaking vengono da Cassino e con “Against All Odds” giungono alla loro seconda prova sulla lunga distanza dopo il disco di debutto del 2010, “Out Of Your Brain”. I nostri compatrioti, pur mantenendo una matrice Thrash Metal predominante e ben riconoscibile, non disprezzano aperture verso il deathcore e le sonorità tipiche d’oltreoceano, come ben dimostrato nel brano di apertura “Blood Red”, con i suoi riff circolari e ribassati, un sezione ritmica serrata e mai monotona, e un atteggiamento estremo.

In questi 37 minuti di durata gli Housebreaking confermano quanto di buono già emerso nel precedente album: attenzione maniacale nella produzione, anche in questo caso potente e pulita, ma soprattutto una proposta musicale fresca, mai ripetitiva, capace di attingere da più fonti e rielaborarle attraverso il proprio gusto. Dopo Blood Red, dunque, passiamo a “Stolen Life”, brano decisamente più duro e diretto, in cui emerge un atteggiamento Hardcore che la band a tratti lascia emergere. Altro cambio d’abito per i nostri che in “Misanthropique”, dopo una intro acustica, si lanciano in una cavalcata Death Metal, con un riff granitico e potente. La sezione centrale del brano, invece, rallenta e abbandonato il cantato growl un mid-tempo dal riff frammentato conclude il brano.

In questa varietà stilistica ed espressiva fin qui mostrata l’unico aspetto debole di questo platter è la voce di Jean Marc Valente. Il cantante della band sovente alterna il growl con un cantato pulito, ma proprio in questa veste la sua prova risulta forzata e poco convincente. A tal proposito “Little Boy”, brano recitato in italiano, pecca proprio in incisività nella fase interpretativa. Come la seguente “Out Of Time”, brano più ritmato ma privo del giusto piglio e troppo monocorde. Ben diverso il mood di “Against All Odds”, più intimistica nel suono di chitarra e nel cantato distorto, che ci lancia in “Rise and Fall”, brano dal sapore Metalcore che risolleva la qualità media dei brani. In chiusura è posta la provocatoria “thISIShell”, decisamente l’episodio più riuscito del disco. Anche qui un riff ossessivo e una sezione ritmica plumbea ci offrono quella che risulta essere la giusta dimensione della band.

Gli Housebreaking ci offrono, dunque, una prova convincente anche se a tratti si avverte la sensazione dell’occasione mancata, soprattutto per la scelta di alcune canzoni senza identità e il cantato pulito. Li aspettiamo al varco del terzo disco, consapevoli della loro attitudine e professionalità.

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