Holler – Recensione: Reborn

Archiviata nel 2022 la lunga esperienza come frontman dei livornesi Eldritch, Terence Holler (pseudonimo di Mario Tarantola) ha finalmente assecondato la propria passione per Billy Joel, Elton John, Beatles, Rolling Stones, Journey, Boston, Toto, Bruce Springsteen, Kiss e Bon Jovi con l’avvio di un nuovo progetto, chiamato semplicemente “Holler”. Accompagnato da quattro musicisti tutti italiani (Denis Chimenti alle chitarre, Matteo Chimenti alle tastiere, Leonardo Peruzzi al basso ed Alex Gasperini alla batteria), il cantante nato a Brooklyn ha dunque dato vita ad un album il cui titolo dice un po’ tutto: “Reborn” potrebbe essere riferito al suo percorso personale o semplicemente alla sua carriera musicale, ma in ogni caso l’importanza della scommessa che sta alla base di questa rinascita sembra arrivare al pubblico, ancor prima di aver cominciato ad ascoltare. Pubblicato da Scarlet Records, a testimonianza della forte impronta italiana che permea il disco ed a dimostrazione del terreno fertile che l’AOR sta trovando sul nostro suolo, il disco si compone di tredici tracce e si apre sulle note prevedibilmente dolci di “Do You Believe”. Caldo, avvolgente, elegante, incentrato sulla personalità del suo principale interprete: sulle prime lo si potrebbe definire così questo lavoro, nel quale è soprattutto l’intreccio tra la voce ed il basso a creare gran parte dell’atmosfera.

Perfettamente calata nella parte, la traccia di apertura aspira ad essere più languida che trascinante: se nessuna parte svetta per efficacia – perché anche il ritornello lascia abbastanza indifferenti – è però nell’insieme che si colgono l’equilibrio e l’esperienza, espressi anche da una produzione rotonda, calda ed attenta al dettaglio. La performance di Holler è anch’essa misurata (“Wrong Words”, che esibisce l’arrangiamento più interessante), una scelta sensata per un artista che in fondo ha ben poco da dimostrare: misurata ma allo stesso tempo passionale, va detto, grazie ad un timbro graffiante e ad un forte coinvolgimento umano – nei testi e nelle storie d’amore narrate – che la stessa presentazione del disco non manca di sottolineare. La successiva “I Don’t Want” conferma quanto sentito in apertura: su “Reborn” i suoni sono più spesso accostati che sovrapposti, il disco beneficia di un’impostazione ariosa che permette alle note di volteggiare lievi, contribuendo a quell’immagine leggera e di classe che – immagino – intende differenziare questa proposta dalla moltitudine. A fronte di un drumming estremamente lineare, del quale si apprezza in prevalenza la purezza del tocco, troviamo alcuni buoni assoli di chitarra ad introdurre un elemento di distrazione e varietà: gli inserti di Chimenti, così come le sue ritmiche, non rubano mai la scena, confermando l’impostazione estremamente chiara e lineare di un disco che anche alle tastiere decide di concedere uno spazio limitato. Ed anche quando l’intensità pare crescere (“Music Is The One”), il tutto si mantiene estremamente schematico ed educato, riservando probabilmente alla sede live un’interpretazione più rock, catalizzante e selvaggia.

Con i suoi quasi sessanta minuti di durata, “Reborn” è un prodotto in egual misura generoso e testardo, capace di suonare un rock melodico e competente ma poco avvezzo all’allontanamento dal territorio morbido che sembra essergli più congeniale (vedi l’inizio piuttosto promettente di una “Falling Apart” che però finisce con l’incartarsi). Alla base di questa scelta c’è probabilmente il desiderio di proporre qualcosa che fosse radicalmente diverso da quanto realizzato da Holler in passato, evitando ogni possibile punto di contatto con una scena che evidentemente non lo racconta e non gli appartiene più. Se tale atteggiamento di chiusura contribuisce alla netta personalità di questo debutto, crudelmente coerente con se stesso, d’altro canto esso non assimila, non incorpora e non partorisce nulla che non sia stato già sentito – ed apprezzato – altrove. Va bene che non è dall’AOR che ci aspettiamo la rivoluzione, ma quando le melodie non sono esattamente memorabili (“Into Me Forever”, “Invisible Man”) ed anche le ballad sono un vento tiepido che soffia senza davvero scaldare (“Those Eyes”, “Don’t Walk Away”) qualcosa di speciale siamo istintivamente portati a cercarlo… almeno fino a quando non subentra la rassegnazione per ciò che qui ed ora non sarà. Se consideriamo la carriera di Holler, che presto sarà raccontata da un documentario diretto da Alberto Bogo ed intitolato “Casa Mia”, “Reborn” stupisce più per tutto quanto sceglie di non fare, piuttosto che per quanto è stato racchiuso in questi tredici brani. E’ solo in virtù di questa premessa, necessaria, che un eccellente disco di rock radiofonico nato per tagliare i ponti con il passato si ritrova senza un appoggio, senza un azzardo e senza una storia, a navigare nel mare magnum del rock con tutta l’incertezza che il coraggio di questa scelta comporta.

Etichetta: Scarlet Records

Anno: 2024

Tracklist: 01. Do You Believe 02. I Don't Want 03. Music Is The One 04. Into Me Forever 05. Those Eyes 06. Falling Apart 07. Wrong Words 08. Don't Walk Away 09. Invisible Man 10. How Long 11. Without You 12. Within Me 13. Yulia
Sito Web: facebook.com/profile.php?id=61553825592623

Marco Soprani

view all posts

Folgorato in tenera età dalle note ruvide di Rock'n'Roll dei Motorhead (1987), Marco ama fare & imparare: batterista/compositore di incompresa grandezza ed efficace comunicatore, ha venduto case, lavorato in un sindacato, scritto dialoghi per una skill di cucina e preso una laurea. Sfuggente ed allo stesso tempo bisognoso di attenzioni come certi gatti, è un romagnolo-aspirante-scandinavo appassionato di storytelling, efficienza ed interfacce, assai determinato a non decidere mai - nemmeno se privato delle sue collezioni di videogiochi e cuffie HiFi - cosa farà da grande.

0 Comments Unisciti alla conversazione →


Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

Login with Facebook:
Accedi