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Chester Bennington – Recensione: High Rise

Era il 1986 quando Scott Weiland e Robert DeLeo si conobbero per dare, di lì a poco, il via ad una delle più grandi band della storia musicale: gli Stone Temple Pilots. Negli anni a venire vi furono centinaia di date, numerosi video musicali e sei album di successo, successo che nel 2013 ha vissuto una grandissima battuta d’arresto con l’assurdo, e ancora legalmente discusso, licenziamento di Scott Weilard in favore di Chester Bennington, a noi noto per la sua militanza nei Linkin Park. Questa decisione ha fatto storcere il naso a molti e, per chi ha avuto l’occasione di sentirne i frutti, ha fatto tappare anche le orecchie. Il risultato di questo repentino cambio di vocalist è sfociato in “High Rise”, un ep di cinque canzoni per nulla originali e che ci mostrano una band che non ha nulla a che vedere con gli Stone Temple Pilots. “Out Of Time”, che è anche il singolo di lancio, è l’unico pezzo degno di essere ascoltato. È energico, radiofonico, coinvolgente e mostra un Chester Bennington in forma e completamente a suo agio all’interno della formazione. Il ritmo, veloce e incalzante, e le chitarre ben calibrate rendono questo brano vincente e il suo ritornello ne è il jolly. Se questo inizio ep sembra promettere bene, in realtà il proseguo è una delusione dietro l’altra. “Black Heat” è un brano monotono, poco vario e che risulta essere un tentativo pacchiano di emulare gli Oasis. Di “Same On The Inside” si salva solo l’assolo, ma per il resto siamo di fronte ad un brano che non riesce a svilupparsi concretamente e che fin da subito fa venire voglia di skippare alla traccia successiva. Con “Tomorrow” arriviamo finalmente alla fine di questo disastro musicale. Il brano, senza troppo entusiasmo, è ciò che più si avvicina musicalmente a ciò che gli Stone Temple Pilots furono. “High Rise”, malgrado il significato del titolo, è una caduta verso il baratro, un’enorme delusione che, a conti fatti, pone fine alla carriera di una band. Gli Stone Temple Pilots, che ci piaccia o no, sono Scott Weiland e senza di lui non possono definirsi tali. Ciò a cui siamo di fronte è un progetto a parte, un qualcosa che va identificato con un altro nome e che sicuramente, a livello di sviluppo e composizione, va rivisto e studiato meglio. In conclusione, e con molto rammarico, “High Rise” è solo uno spreco di tempo per chi ascolta.

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