High On Fire – Recensione: Cometh The Storm

A cinque anni abbondanti dall’uscita del notevole “Electric Messiah”, gli americani High On Fire sono tornati ancora una volta in studio per dare vita al nono tassello di una carriera che – dalle solide radici stoner/doom – li ha visti maturare ed evolvere, fino ad abbracciare quell’accezione forse più nobile ed ampia di “rock” che li ha portati, nel 2018, alla conquista di un prestigioso premio Grammy. E proprio l’evoluzione umana e professionale è uno dei concetti che più sembrano cari alla band formata nel 1998, con tutti gli attuali membri che nel recente passato hanno condotto esperienze in grado di ampliare i propri orizzonti, affinare le capacità, raccogliere nuovi stimoli che potessero conferire al nuovo lavoro una personalità ancora più spiccata, o sofisticata: il bassista Jeff Matz si è unito infatti ai Mutoid Man e ha viaggiato all’estero per apprendere le tecniche del folk mediorientale e della chitarra saracena, il chitarrista/cantante Matt Pike ha fondato gli SLEEP, registrato un album e promosso il tutto con un consistente tour degli Stati Uniti, il batterista Coady Willis ha infine portato negli High On Fire tutta la freschezza dei suoi anni con Melvins, Big Business e Murder City Devils. Insomma, è chiaro che con gli High On Fire limitarsi ad una semplice somma dei fattori sarebbe davvero un peccato, perché ancor prima di aver premuto il tasto play si ha l’impressione che dalla chimica tra percorsi tanto ricchi e differenti sia lecito aspettarsi ancora di più.

Quel “di più” assume inizialmente le fattezze di una “Lambsbread” martellante e sabbiosa, di una violenza ripetitiva ed ipnotica che, se da un lato ci restituisce una formazione fedele alla linea nonostante l’intermezzo dal sapore eastern, dall’altro testimonia lo stato di forma del trio nel suo granitico complesso. I primi quattro brani, che si assestano tra i cinque ed i sei minuti, sono autentiche ed avvolgenti esperienze, episodi che puntano allo stomaco alla scoperta della parte più ruvida, grassa ed istintiva: la pesantezza e la ciclicità del riffing (“Burning Down”) e la mancanza di qualsivoglia concessione alla tentazione melodica, con un Pike dal tono costantemente dilaniante e dilaniato, sono una garanzia ed una mano tesa ai fan della prima ora, e forse anche un modo intelligente di introdurre ad un lavoro che in realtà dovrebbe riservare anche altro. Se infatti “Trismegistus” prosegue convintamente su un percorso fatto di ostacoli ritmici, accordi gravissimi ed un cantato-non-cantato che trascina senza pietà verso il basso e che si potrebbe prestare a generi più estremi, la title-track sorprende in parte con una costruzione più atmosferica, a volte perfino esile, affidata com’è ad un semplice basso arpeggiato che quasi restituisce un’immagine trasparente, nuda degli High On Fire.

Il contrasto è evidente, l’assolo di chitarra si fa più melodico ed articolato ed il disco comincia a voltare faccia, navigando verso i brani più brevi che contraddistinguono la seconda parte della scaletta. La tentazione di ricorrere ad un neologismo, ovvero quel “pivotare” così caro agli startupper, è troppo forte per resistervi: mantenendo infatti un piede in quella che è una gloriosa storia di venticinque anni, i tre americani danno sporadicamente più spazio e risalto a quel percorso di crescita che vorrebbe un po’ essere il punto forte del nuovo album. Con una strumentale “Karanlık Yol” carica di sonorità mediorientali ed una “The Beating” dal sapore heavy/punk gli High On Fire mantengono la promessa di esplorare una nuova dimensione, con una scelta che aggiunge ulteriore spessore “culturale” alla loro crescita… ma pare già di sentirle le critiche di coloro ai quali – compreso il sottoscritto – il senso di questa connessione tenderà a sfuggire, per così dire. Perché la dipendenza di queste band dalle definizioni stilistiche è troppo forte per essere messa in discussione, le radici troppo robuste – o forse soffocanti – per essere recise in nome della modernità, il patrimonio ereditario ficcato troppo a fondo nel DNA dello strumento per essere sacrificato in nome del nuovo.

Se anche gli elementi di differenza non mancano, all’interno di “Cometh The Storm”, essi non assumono mai il venerabile status di fattori di differenziazione né particolare freschezza: se ne accorgono ben presto anche Pike e compagni, piuttosto veloci nel ritornare all’ovile dopo ogni guizzo (“Sol’s Golden Curse”) per ripristinare un ordine che per loro, Grammy o non Grammy, è per loro ancora necessario. All’università la chiamavano un’obbligazione di mezzi, ma non di risultato: tu devi mettercela tutta e fare del tuo meglio, ma il risultato non sei mica tenuto a garantirlo. Con il nuovo album degli High On Fire le cose vanno un po’ così: con un terzetto ancora in ottima forma ed una produzione che non fa sconti, Pike Matz e Willis sfornano un album che piacerà soprattutto agli amanti di quello stoner/doom che continua a vederli maestri e protagonisti. Ora più elaborata e distesa (“Hunting Shadows”), ora più tagliente e succinta (“Lightning Beard”), la formula più tradizionale e collaudata non è comunque destinata a cambiare, almeno non su questo “Cometh The Storm”. E nonostante i cinque anni durante i quali si è fatto attendere.

Etichetta: MNRK Heavy

Anno: 2024

Tracklist: 01. Lambsbread 02. Burning Down 03. Trismegistus 04. Cometh The Storm 05. Karanlık Yol 06. Sol’s Golden Curse 07. The Beating 08. Tough Guy 09. Lightning Beard 10. Hunting Shadows 11. Darker Fleece
Sito Web: facebook.com/highonfire

Marco Soprani

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Folgorato in tenera età dalle note ruvide di Rock'n'Roll dei Motorhead (1987), Marco ama fare & imparare: batterista/compositore di incompresa grandezza ed efficace comunicatore, ha venduto case, lavorato in un sindacato, scritto dialoghi per una skill di cucina e preso una laurea. Sfuggente ed allo stesso tempo bisognoso di attenzioni come certi gatti, è un romagnolo-aspirante-scandinavo appassionato di storytelling, efficienza ed interfacce, assai determinato a non decidere mai - nemmeno se privato delle sue collezioni di videogiochi e cuffie HiFi - cosa farà da grande.

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